Ma la Barbie con l’autismo è inclusiva o scorretta?
Per i critici l’operazione edulcora la realtà e fissa stereotipi, per gli psicologi è uno strumento simbolico utile a contrastare lo stigma e a stimolare empatia nei bambini. Il punto forse non è l'oggetto, ma come lo si accompagna

Cuffie antirumore, un oggetto antistress (la piccola trottola nota alla Generazione Z come “”fidget spinner”), tablet per la comunicazione, uno sguardo che evita il contatto diretto e arti più snodati per consentire movimenti ripetitivi. È così che Mattel ha deciso di presentare al mondo un paio di giorni fa la sua nuova Barbie con autismo, ultimo tassello di una collezione (la linea Fashionistas) che negli anni ha progressivamente ampliato il perimetro della rappresentazione: 175 i modelli di bambole diverse per tonalità di pelle, corporature, condizioni mediche, caratteristiche fisiche e disabilità, dalla sindrome di Down alla cecità, dal diabete di tipo 1 alla sedia a rotelle. L’obiettivo dichiarato è rendere visibile la diversità e accompagnare i bambini a riconoscerla come parte ordinaria dell’esperienza umana. Anche se - a dirla tutta - per chi dell'autismo sa poco o nulla, la Barbie in questione non mostra particolarità così distintive. L’operazione, tuttavia, questa volta ha acceso un confronto netto. A criticarla senza attenuanti in Italia è stato Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, padre di un figlio autistico, che vede nella bambola il rischio di una narrazione edulcorata, capace di congelare stereotipi più che di scardinarli. Rappresentare l’autismo attraverso segni immediatamente riconoscibili – il tablet appunto, l’aria assorta – significa, secondo Nicoletti, ridurlo a un’immagine rassicurante e “compatibile” con l’universo Barbie, lasciando ai margini la complessità, la fatica, le asperità che attraversano la vita reale delle persone nello spettro e delle loro famiglie.
Dal canto suo Mattel rivendica un lavoro di progettazione accurato, sviluppato insieme all’Autistic Self Advocacy Network, per evitare semplificazioni grossolane. Anche la scelta dell’abbigliamento – un vestito ampio, leggero, non costrittivo – nasce da un confronto sulle sensibilità sensoriali, nella consapevolezza che non esiste un unico modo di vivere l’autismo. La bambola, nelle intenzioni dell’azienda, non vuole spiegare una condizione, ma suggerire che fa parte del mondo, senza eccezioni né esotismi. «Ogni bambino merita di vedersi rappresentato in Barbie», ha spiegato Jamie Cygielman, Global Head of Dolls di Mattel. Ciò che conferma il co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia ed ex presidente della Società italiana di psichiatria, Claudio Mencacci: per lo psichiatra si tratta di «una bella iniziativa», capace innanzitutto di contrastare lo stigma che ancora circonda i disturbi dello spettro autistico. Ma c’è di più: una bambola di questo tipo, osserva, stimola nei bambini processi cognitivi ed emotivi fondamentali, li invita a interrogarsi sui bisogni e sulle emozioni degli altri, ad allenare quella capacità di mettersi nei panni altrui che è alla base dell’empatia. Anche di fronte alle accuse di stereotipizzazione, Mencacci ribalta la prospettiva: «Tutto ciò che attiva il cervello dei bambini e li aiuta a comprendere le interazioni umane è un investimento sul futuro. La forza della nostra specie è sempre stata la collaborazione».
Il dibattito non è nuovo. Quando nel 2024 arrivò la Barbie cieca, realizzata con il supporto dell’American Foundation for the Blind e dotata di bastone, dettagli tattili e scritte in braille, le reazioni seguirono binari simili. Accanto ai sospetti di marketing, emersero però anche storie che raccontavano il valore della rappresentazione: come quella dell’atleta paralimpica Hannah Cockroft, che spiegò quanto vedere una bambola simile a sé l’abbia aiutata ad accettare la propria disabilità in un’età in cui sentirsi soli è facilissimo. In fondo, la storia di Barbie è una lunga sequenza di metamorfosi: dall’icona iper-stereotipata degli esordi, Mattel ha progressivamente allargato forme, corpi, colori, etnie, professioni e immaginari, fino all’autoironia esplicita del film di Greta Gerwig, dove anche difetti, fragilità e limiti trovano spazio nel mondo di plastica. La Barbie con l’autismo allora si inserisce in questa traiettoria e se i simboli possono aprire porte, certo non possono bastare da soli a raccontare realtà complesse. Forse la questione non è stabilire se una bambola sia giusta o sbagliata, ma chiedersi da cosa viene “accompagnata”: se diventa occasione di dialogo, di educazione, di confronto con la vita reale, può avere un senso. Se resta un’immagine chiusa e, come dire, “pacificata”, rischia di dire più del nostro bisogno di sentirci inclusivi che della diversità che vorremmo davvero comprendere.
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