«Mio figlio non viene più a Messa». Una guida per salvare la domenica in famiglia
di Luciano Moia
Per due genitori cristiani che si sono spesi con impegno nell’educazione alla fede non c’è fallimento più profondo della decisione dei figli adolescenti di non andare più in Chiesa. Che fare? E come recuperare il tempo e i riti condivisi di cui le relazioni tra genitori e figli hanno bisogno? Una guida ragionata

Per il Congresso Eucaristico nazionale organizzato a Bari nel 2005 fu scelto come motto "Senza domenica non possiamo vivere", attribuito ai 49 martiri di Abitene (nell’attuale Tunisia) che nel 304 preferirono, contravvenendo agli ordini dell'imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. Nella cronaca dell’episodio, Felice, uno dei cristiani sotto accusa, spiega al proconsole Anulino i motivi per cui, nonostante il divieto, ha preso parte all’assemblea domenicale: «Non ci può essere un cristiano senza il giorno della domenica e non si può celebrare il giorno della domenica senza il cristiano! Non lo sai, Satana, che è il giorno della domenica a fare il cristiano e che è il cristiano a fare il giorno della domenica, sicché l'uno non può esistere senza l'altro e viceversa? Senza la domenica non possiamo vivere». È un’affermazione che anche oggi, oltre 1700 anni dopo, interroga la nostra coscienza cristiana.
Perché “senza domenica non possiamo vivere”?
Da molto tempo ci siamo lasciati scippare la domenica senza particolari reazioni. Già vent’anni fa, nel corso di quel Congresso Eucaristico, erano state sollecitate iniziative, oltre che pastorali, di “resistenza sociale” per riaffermare il valore cristiano della domenica, per riappropriarci in qualche modo dello spazio eroso dai vari obblighi domenicali diventati pian piano ordinari, abituali, normali. I risultati però, dobbiamo ammetterlo, non sono stati incoraggianti. A parte qualche iniziativa per chiedere la chiusura domenicale dei centri commerciali e dei negozi, rimasta sostanzialmente senza esito, non siamo riusciti a cambiare quasi nulla. A partire dalla mentalità che ci ha portato a trasformare la domenica in uno spazio dove infilare tutte le rimanenze, le incombenze, gli appuntamenti non espletati in settimana. La spesa? Andiamo la domenica. Le pulizie di casa? La domenica. Il pagamento online delle bollette? La domenica. Rispondere a quella decina di mail di cui non siamo riusciti ad occuparci? La domenica. E tanto altro. Tutto assolutamente inderogabile. Tutto fondamentalmente obbligatorio. Ma è giusto così? Proviamo a riflettere insieme. Chiediamoci come dovrebbe essere organizzata una domenica cristiana a partire dalla famiglia, dai suoi riti, dallo scorrere di appuntamenti e di impegni che dovrebbero essere pensati per celebrare la bellezza dello stare insieme, del fare comunità – quella domestica e quella allargata ad altre famiglie – del ritrovarsi per rinsaldare le relazioni che contano, senza assilli di tempo o di scadenze urgenti. Stiamo inseguendo un modello sconfitto dai ritmi della postmodernità oppure si tratta di un obiettivo ancor attuale, utile per umanizzare la scansione di un giorno speciale, come appunto dovrebbe essere la domenica, il giorno della famiglia cristiana, della festa, quindi anche della preghiera e della fede condivisa e celebrata? Pensiamoci.
E quando i figli non vanno più a Messa?
Per due genitori cristiani che si sono spesi con impegno e dedizione nell’educazione alla fede non c’è fallimento più profondo della decisione dei figli adolescenti di non andare più a Messa, talvolta di chiudere proprio la porta a qualsiasi rapporto con la fede. «Ma come, abbiamo sempre cercato di essere coerenti con la preghiera in famiglia, la partecipazione alla Messa, l’impegno in parrocchia e nelle varie attività comunitarie e adesso? Questa è la risposta?». Ebbene sì, succede molto più spesso di quanto si possa immaginare. E sarebbe sbagliato farne una tragedia. Nello tsunami dell’adolescenza la voglia di prendere le distanze dai genitori si manifesta proprio in quegli ambiti che loro sentono più importanti per mamma e papà. Non sono diventati improvvisamente cattivi e insensibili. Non stanno tradendo i valori che abbiamo cercato di trasmettere con tutta la coerenza consentita dalle nostre fragilità. Semplicemente stanno crescendo. E, nella crescita, c’è un bisogno prorompente di cercare strade diverse rispetto a quelle percorse insieme ai genitori fino a poco tempo prima. Non è un rifiuto della fede, sbagliato parlare di anticlericalismo o addirittura di ateismo. I ragazzi stanno solo cercando la propria strada anche nel rapporto con la fede e questa ricerca può tradursi in una presa di distanza dalla Messa e dalle altre pratiche religiose. Per noi genitori la domenica diventa improvvisamente triste e pesante. Ma in quella scelta – che poi scelta non è – c’è anche il gusto della sfida ai genitori. È come se ci dicessero: vediamo adesso come vi comportate. Vediamo se continuate ad andare a Messa anche ora che noi non ci veniamo più. Vediamo se la vostra fede è davvero solida. Vediamo che esempio ci date domenica dopo domenica. Per i genitori la sfida “anti-Messa” dei figli adolescenti è l’ora della prova di maturità. Obbligare? Scegliere la strada del ricatto - «Non vai a Messa? Ti sequestro il telefonino» - non servirebbe a nulla. Anzi, non farebbe che peggiorare la situazione. Anche nei confronti dei nostri figli, la strada del Vangelo dev’essere una proposta, non un’imposizione. Inutile anche pretendere di convincerli con le parole, con i riferimenti filosofici o teologici. Non c’è gioia più grande per un figlio che ha cominciato a studiare filosofia al liceo, della contestazione dei principi della fede a colpi di razionalismo e di empirismo. Ho trascorso interi pomeriggi domenicali a discutere con mia figlia delle prove dell’esistenza di Dio partendo da san Tommaso e da sant’Anselmo. Il miglior risultato è stato un pareggio. Eppure ero del tutto consapevole che, soprattutto nella mente di un ragazzo avvolto dal fuoco della contestazione globale, la fede non è un traguardo che si possa ottenere con i ragionamenti.
E allora? Non resta che arrendersi? No, la strada più opportuna rimane quella del rispetto, della coerenza, della speranza e dell’umiltà. Il rispetto serve per evitare scivolamenti autoritari o ricatti morali. La coerenza per continuare a partecipare alla Messa con serenità e normalità – senza rivendicazioni e senza ostentazioni – mostrando che per noi si tratta di un momento davvero importante che dà senso alla domenica, la speranza per affidare il futuro dei nostri ragazzi nelle mani di Dio. Perché dobbiamo convincerci – ecco l’umiltà – che quando si parla di educazione alla fede non tutto dipende da noi genitori. Contano anche le proposte ecclesiali che, come sappiamo, non sono sempre in sintonia con il gusto e le richieste dei ragazzi. Conta la scuola, contano gli amici, conta il contesto in cui il ragazzo vive. E, alla fine, conta la qualità della nostra silenziosa testimonianza cristiana. Magari passeranno anni, magari servirà un evento inatteso, anche drammatico, magari occorrerà attendere la stagione dell’amore, quello importante, quando tutto si rimescola e si definisce, ma quella testimonianza radicata nel cuore dei nostri figli prima o poi germoglierà con frutti di bene. E, magari da lontano, senza pretendere di restaurare stagioni che non potranno più tornare, attenderemo ancora con gioia l’arrivo della domenica.
È davvero possibile riorganizzare la domenica?
La nuova iniziativa lanciata in queste settimane per mettere in discussione la logica dei centri commerciali e degli altri negozi sempre aperti sembra concentrare il problema sugli acquisti domenicali. Ma è davvero così? Se tante famiglie cristiane, anche praticanti, anche impegnate in parrocchia, trascorrono qualche ora insieme al centro commerciale per la spesa settimanale, è colpa del centro commerciale aperto o della famiglia stessa che considera attrattivo quello spazio? Oppure dobbiamo prendercela con un’organizzazione sociale come la nostra che, soprattutto nei grandi centri urbani, consuma tempi ed energie, spazi e occasioni relazionali, tanto che durante la settimana sembra impossibile trovare un momento libero al di là del lavoro e dell’ordinaria gestione della casa, presi come siamo da assurdi vortici di urgenze? Probabilmente nessuna di queste domande va al cuore del problema. Facciamo un’ipotesi pressoché irrealizzabile. Se da domenica prossima tutti i centri commerciali, i supermercati e i negozi decidessero di rimanere chiusi, cosa cambierebbe? Solo un’ipotesi, come detto, perché interpellati sulla questione tutti i marchi più importanti della grande distribuzione si sono già detti contrari. Quindi non succederà, ma se succedesse? Le famiglie ritroverebbero ritmi e appuntamenti più adeguati alla celebrazione domestica e religiosa della domenica? Le chiese, liberate dalla “concorrenza” dei centri commerciali, tornerebbero a riempirsi di fedeli? I soldi risparmiati grazie all’azzeramento dei costi di apertura e degli stipendi domenicali degli addetti finirebbero davvero, come auspicato, a sostenere iniziative a vantaggio delle famiglie? Evidentemente no. E chi immagina il contrario ha smarrito le misure della realtà. La domenica non tornerà ad essere a misura di famiglia grazie alla chiusura dei centri commerciali, ma solo per le scelte che le famiglie stesse sapranno compiere per riorganizzare in modo ragionevole il loro tempo insieme. Se il problema fosse solo quello di evitare l’apertura domenicale del centro commerciale per trovare il tempo della Messa, basterebbe decidere di partecipare tutti insieme, genitori e figli, alla liturgia prefestiva del sabato sera, che assolve pienamente il precetto. Ma, evidentemente, non è solo questo. Il problema non è il centro commerciale aperto, ma l’identità stessa della famiglia che, nella confusione dei ruoli e degli obiettivi di questi ultimi decenni, ha smarrito anche tempi e modi della sua ritualità domenicale. Un aspetto che sarebbe sbagliato considerare solo accessorio perché la famiglia – come abbiamo sottolineato anche nell’ultima Sofia dedicata alle feste natalizie – vive anche di consuetudini, di tradizioni, di appuntamenti entrati nel paradigma delle relazioni.
Stiamo davvero perdendo le ritualità familiari?
Sarebbe facile rispondere guardando le statistiche. Perché – potremmo dire - le famiglie si stanno sempre più disgregando, perché quelle “nuove” non riescono a rimpiazzare la perdita di quelle che non ci sono più per motivi anagrafici o sono diventate disfunzionali per patologie relazionali. Perché le famiglie con figli, che già adesso in alcune regioni sono in minoranza rispetto agli altri modelli familiari, saranno superate dal punto di vista numerico dalle famiglie senza figli entro il 2040. Ma le statistiche, se sono preziose per darci la misura della realtà, non spiegano perché le cose vanno proprio in quel modo. Ora, per capire la perdita di qualità delle domeniche in famiglia, dobbiamo andare un po’ più a fondo. Spieghiamo prima di tutto perché – al di là degli aspetti riguardanti la fede che vedremo tra poco – la domenica rappresenta per la famiglia un momento insostituibile. E perché quelle ritualità domestiche, che si stanno perdendo, rappresentavano un momento d’approdo importante per tutta la famiglia. Fino a qualche decennio fa la domenica delle famiglie cristiane ruotava in gran parte intorno alle proposte e ai tempi della comunità. La Messa del mattino, il pranzo in famiglia, le iniziative ludico-formative del pomeriggio. Erano momenti attesi non solo per i contenuti e il significato di quegli appuntamenti, ma per l’incontro con le altre famiglie, per rinfocolare il senso di comunità, per lo scambio di esperienze e di opinioni. Erano momenti che, in modo semplice, regalavano serenità interiore, che nutrivano il bisogno di senso e di spiritualità (la Messa), che alimentavano la gioia della condivisione e della convivialità domestica (il pranzo in famiglia), il piacere dell’amicizia e del rapporto sociale (le iniziative pomeridiane in parrocchia). Sarebbe sbagliato pensare che tutto questo appartiene al passato. In alcune comunità, soprattutto per le famiglie che hanno figli in età scolare, queste proposte funzionano ancora, anche se in misura molto inferiore rispetto al passato. Ma ci sono anche comunità – e le statistiche ci dicono che sono la maggioranza – che fanno fatica a mantenere la loro funzione di polo aggregante. Il grande esodo del “dopo Cresima”, che vede i giovani allontanarsi in modo purtroppo sistematico, rende spesso problematica anche la presenza dei genitori. Resistono quelle comunità in cui sono sorti progetti coinvolgenti di presenza e di partecipazione. I gruppi famiglia sono un esempio interessante in questa direzione. Laddove c’è stata la capacità e la competenza di mantenere vivo il desiderio di confrontarsi, di approfondire insieme, di ritrovarsi per il gusto di vedere il mondo nella prospettiva della famiglia, il modello domenicale tradizionale in qualche modo resiste. E si tratta di un momento di ristoro spirituale che nutre sia la vita della coppia, sia che continua a rappresentare una testimonianza importante per i figli adolescenti, anche quando hanno scelto altre strade.
Ma qual è la domenica della piccola Chiesa domestica?
Non si tratta naturalmente dell’unico modello di domenica cristiana in famiglia. La ritualità può cambiare, gli impegni si possono diversificare, la presenza in parrocchia non è l’unica modalità per vivere cristianamente la domenica familiare. Anzi, una delle intuizioni più originali del Concilio Vaticano II – i cui documenti adesso papa Leone sta rilanciando e approfondendo nelle sue catechesi del mercoledì – è quella della famiglia come piccola Chiesa domestica. Cosa vuol dire? Famiglia e Chiesa non sono in alternativa, non sono due ambiti staccati e incomunicabili. La famiglia, che precede la Chiesa sul piano storico ed ontologico, è già piccola Chiesa domestica, in quanto assemblea – il significato greco di ecclesia – che si forma, cresce e si sviluppa nella prospettiva dei valori fondamentali, l’amore e la vita. Si tratta di un concetto importantissimo di cui si è parlato molto senza mai tradurre davvero quella meravigliosa intuizione conciliare in prassi pastorale. Solo durante il Covid, quando le celebrazioni in chiesa erano sospese, si è tornati a parlare del valore della liturgia familiare, del significato anche ecclesiologico di un momento che, pur vissuto tra le pareti di casa, riassume totalmente la pienezza della fede. Ecco perché diciamo che i genitori sono i primi educatori alla fede dei loro figli, ecco perché la teologia ci spiega che l’amore tra genitori e figli rimanda alla “pericoresi trinitaria”, cioè la meravigliosa danza che lega con l’amore eterno Padre, Figlio e Spirito Santo. Un concetto difficile se pretendiamo di razionalizzare nella sua profondità e vastità il misterio trinitario, ma straordinariamente semplice ed immediato se, come ci suggerisce la teologia nuziale, prendiamo ad esempio i legami d’amore familiare.
Perché diciamo questo? Per dimostrare la piena legittimazione della famiglia a considerarsi e ad agire come piccola Chiesa domestica che, anche nell’organizzazione della domenica, può scegliere strade alternative, pienamente e profondamente cristiane. Allora, fermo restando l’appuntamento con la Messa domenicale, una passeggiata in campagna insieme ai figli che si trasforma in momento di dialogo, in osservazione grata e stupita della natura, in gioiosa condivisione di una spiritualità che nasce dalla bellezza del Creato non può rappresentare una lieta celebrazione della festa domenicale? E andare al cinema insieme? E a visitare un museo? Anche qualche lavoretto di ordinaria manutenzione della casa, se affrontato in una logica di sostegno reciproco per educare i figli ad offrire il loro contributo alla gestione dell’abitazione familiare, non va considerato un modo disdicevole per celebrare la domenica. Potremmo dire che la parola magica per definire il senso familiare della festa è “insieme”, ma oltre l’ordinario. Occorre cioè puntare su proposte – e davvero la fantasia di ciascuno può inseguire percorsi senza fine – che sappiano “segnare” la domenica con il gusto e l’originalità di qualcosa che rompe gli schemi del resto della settimana. Perché “insieme” definisce davvero la ritualità familiare della domenica.
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