«Mamma, papà, con voi è inutile parlare»: come si costruisce il dialogo in famiglia
di Luciano Moia
In casa sembra essere diventato più difficile trovare il tempo e la voglia di ascoltare il punto di vista dell'altro, soprattutto quando è diverso dl nostro. Ripartiamo da una guida in 5 punti

Facile dire che in famiglia il valore della parola è fondamentale. Facile dire che quando ci si ritrova tutti insieme il dialogo rimane il più straordinario mezzo di comunicazione. Facile sottolineare quanto sia importante l’ascolto attento, la risposta puntuale, il confronto rispettoso per affrontare le mille questioni che ogni giorno si affollano nel cielo della famiglia. Facile dirlo, sì. Ma non sempre succede. Talvolta il desiderio di parlare, di raccontare, di confidarsi si scontra con la mancanza di occasioni buone per farlo. Talvolta non c’è il tempo necessario. Talvolta si preferisce soprassedere, per non arrivare allo scontro. Eppure il senso del dialogo in famiglia è anche quello di indurre reazioni forti, di scuotere, di mettere in crisi. Le relazioni familiari, tra moglie e marito, tra genitori e figli, con i nonni, con gli zii, con gli altri parenti racchiudono una gamma pressoché infinita di intensità e di variazioni. Si parla, si dovrebbe parlare, di tutto, con trasparenza e sincerità perché solo la parola che giunge chiara, senza infingimenti e senza tortuosità, permette di avviare un confronto aperto, costruttivo, capace di affrontare questioni complesse e di far comprendere al nostro interlocutore il senso della nostra posizione.
Perché alzare la voce significa aver perso una buona occasione?
L’abbiamo visto nei giorni scorsi, con le discussioni che si sono accese sul referendum. Anche in famiglia le posizioni possono talvolta apparire distanti. Figli tenacemente schierati sulle posizioni del no, dopo letture appassionate sulla necessità di non intaccare il dettato costituzionale, padri fermamente convinti che sarebbe stato invece indispensabile voltare pagina. Madri impegnate a mediare, tutte assorbite dallo sforzo di trovare buone ragioni da una parte e dall’altra, secondo logica e buon senso. Mediazione tutt’altro che facile, come spesso avviene quando si tratta di valorizzare posizioni diverse che tuttavia racchiudono ciascuna, come nel caso dei quesiti referendari, percentuali importanti di verità. D’altra parte, come spesso avviene anche su questioni diverse dal voto di domenica scorsa, equilibrio e rispetto dovrebbero rappresentare punti fermi di qualsiasi forma di dialogo. Tanto più in famiglia, dove non dobbiamo né difendere posizioni, né riscuotere consensi, ma solo esprimere considerazioni capaci di produrre effetti positivi che, ribadiamo, si possono raggiungere solo con espressioni meditate e con la ricerca di percorsi di senso. Ecco perché, anche quando troviamo il tempo e le condizioni necessarie, spesso facciamo fatica a incanalare il dialogo sui binari giusti, oppure ci blocchiamo per una reazione inattesa, o ancora ci perdiamo in divagazioni e variazioni sul tema, senza entrare nel nocciolo del problema che ci sta a cuore. Diciamolo con franchezza. Quando si tratta di affrontare questioni delicate, talvolta imbarazzanti, talvolta divisive, parlare in famiglia non è mai facile, perché richiede una strategia oculata, una misura adeguata, una capacità di dosare pause e tempi che non si improvvisa, oltre alla scelta delle parole più efficaci. Non troppo vaghe, non troppo dirette. Non c’è una scuola di dialogo familiare – anche se ci sono numerosi saggi sul tema - si impara con l’esperienza e con l’amore, con l’attenzione per le persone che ci stanno a cuore, con la dedizione per le questioni che vogliamo affrontare. In casa, intorno al tavolo della cucina, in soggiorno, in camera da letto, non conta chi ha l’ultima parola, chi strilla di più, chi inonda l’altro/a con fiumi di parole sovrabbondanti e soffocanti. Se vogliamo costruire un clima stimolante, in grado di lasciare sensazioni positive e di offrire a chi ci ascolta l’opportunità di esprimere davvero ciò che sente dentro, mettiamo da parte la logica del talk show. Vince chi urla di più. Sbagliatissimo. Quelli sono pessimi esempi da lasciare alla finzione televisiva. La verità della vita familiare è un’altra cosa. E allora va prestata la massima attenzione non solo a quello che diciamo, ma a come lo diciamo. Al tono della voce e alla postura. La regola aurea è quella di mantenere in ogni caso la più assoluta tranquillità. Non servono toni da caserma. Spesso, quando si arriva ad alzare la voce, significa che tutto è ormai compromesso, che abbiamo perso un’occasione preziosa, che l’altro/a ha chiuso la disponibilità all’ascolto, che ci siamo arroccati su posizioni senza via d’uscita da cui difficilmente riusciremo a staccarci. E sarà indispensabile ricominciare un’altra volta, lasciando che il tempo si incarichi di medicare le ferite dei confronti più aspri e delle incomprensioni più dure. È sempre possibile? Sì, basta volerlo, in due.
Ma di cosa si può parlare in famiglia?
Se diciamo di tutto, diciamo qualcosa di corretto ma di altrettanto vago. Forse sarebbe più corretto chiedersi di cosa si dovrebbe parlare. E come farlo. Innanzi tutto bisogna distinguere tra i tempi e le stagioni della famiglia. Una coppia con figli piccoli avrà l’esigenza di programmare e di dialogare su argomenti e scadenze molto concrete. Quando i figli arrivano all’età scolare le questioni più urgenti si spostano sugli aspetti educativi. Ci saranno da affrontare i primi problemi relazionali con i compagni di classe, il rapporto con gli insegnanti, gli aspetti delle attività extrascolastiche, del tempo libero e di tanto altro ancora. L’ingresso dei figli nella preadolescenza e poi nell’adolescenza dilata ancora di più il ventaglio degli argomenti e ne complica la trattazione, a partire dalla grande questione del digitale, di cui parliamo spesso anche su questi nostri spazi. Spiegare come e perché occorre dosare l’utilizzo dei vari device richiede, come sappiamo, misura e fermezza. Non tanto per vietare o imporre orari che non saranno mai rispettati, ma per ribadire, variando i punti di vista e l’efficacia delle argomentazioni, la bontà del nostro approccio. Qui non servono parole che impongono e dettano regole, ma parole che accompagnano e spiegano. Parole capaci di non mostrare la stanchezza che spesso ci coglie quando siamo costretti a ripetere per la centesima volta lo stesso concetto, parole capaci di accogliere il punto di vista di un figlio tenacemente incollato alle sue certezze talvolta fondate sulle fragili fondamenta di quanto letto sui social. In qualche caso il dialogo non è solo faticoso, ma diventa impervio come un sentiero in montagna. Ma occorre starci comunque. Non arretrare. Tenere le posizioni, senza né irrigidimenti né chiusure che avrebbero la conseguenza di spezzare il filo esile di un rapporto da tenere comunque vivo. Qui la scelta delle parole assume importanza assoluta. Spesso, per evitare di infilarsi nel vicolo cieco dell’incomprensione, oppure di inoltrarsi su terreni ad alto rischio, è opportuno cambiare argomento, magari attingendo alla propria esperienza, ai propri ricordi, alle memorie di famiglia. È una strategia che spesso funziona perché ha il potere di allentare le tensioni, di addolcire il clima, di deviare l’attenzione.
Qual è la cosa peggiore che un figlio può dirci?
“Mamma, papà, con voi è inutile parlare. Non potete capirmi. Non sapete nulla di questa cosa e di quest’altra”. Sarà capitato a tanti di sentirsi rivolgere frasi simili. E, come a chi scrive, sarà capitato di avvertire una sensazione di fastidio e di impotenza. Non tanto perché i genitori devono sentirsi tuttologi, capaci di affrontare in modo competente qualsiasi campo dello scibile umano – sarebbe assurdo - ma soprattutto per non aver saputo cogliere e approfondire al momento giusto gli interessi di un figlio. Accompagnare significa anche comprendere e condividere. Se mio figlio, mia figlia, coltiva la passione per la danza, per il judo, per la cinofilia, per il violino noi genitori non possiamo permetterci di ignorare tutto di quei mondi. Approfondire, per quanto possibile, l’interesse dei nostri figli verso quel determinato argomento non è soltanto un gesto d’affetto, ma diventa uno spunto straordinario per dialogare, in modo piacevole e con un minimo livello di competenza, su temi che coinvolgono la loro attenzione. Significa anche saperli ascoltare, comprendendo i loro argomenti e condividendo i loro obiettivi. Non c’è nulla che più sorprende piacevolmente un figlio di un genitore che è in grado di approfondire o comunque di comprendere gli argomenti che stanno loro a cuore. Senza, naturalmente, cadere nell’errore di mostrarci – se non lo siamo – grandi esperti di questo o di quel tema. I figli colgono subito i tentativi maldestri di sembrare quello che non siamo.
Come mai anche tra marito e moglie è così difficile parlare?
Gli avvocati matrimonialisti sanno che, nelle cause di separazione, i motivi alla base della disgregazione della coppia non sono i tradimenti e neppure le divergenze socio-culturali, le incomprensioni con le rispettive famiglie d’origine, i problemi economici oppure le discordanze riguardo all’educazione dei figli. Tutto questo pesa, certamente, ma non quanto la mancanza di dialogo. A un certo i due scoprono di non avere più nulla da dirsi, di vivere su due pianeti diversi, senza collegamenti e senza contatti. Tra lui e lei può mancare il tempo, possono mancare le occasioni di confronto, può venire meno anche il desiderio fisico, ma quando manca la parola allora tutto crolla. Perché è il desiderio di parlarsi, di raccontarsi, di comunicare l’uno con l’altra ciò che tiene viva la coppia e fornisce buoni motivi per andare avanti, per continuare a scoprirsi e ad amarsi giorno dopo giorno. Ieri era più facile? Apparentemente sì, nella famiglia rurale allargata, alla presenza di nonni, zie, cugini, dove spesso tutti collaboravano per mandare avanti la casa, il lavoro comune rappresentava un collante straordinario. Non occorreva cercare la comunicazione. Anzi, era obbligatorio parlarsi perché la scelta del silenzio si sarebbe tradotta nell’impossibilità di organizzare la gestione quotidiana.
Oggi moglie e marito sono spesso impegnati in lavori diversi, con interessi culturali che spesso divergono, entrambi rimangono fuori casa per l’intera giornata, stabiliscono contatti di vicinanza e spesso di amicizia con i rispettivi colleghi. Lei può anche non sapere nulla o quasi di quelli del marito e viceversa. Per tenere viva la relazione, al di là del comune impegno verso i figli, quando ci sono, e dell’organizzazione della casa e delle altre scadenze pratiche, è importantissimo il racconto reciproco e quotidiano delle esperienze e delle sensazioni. Il desiderio di parlarsi, di non dare nulla per scontato, la gioia di comunicare quello che si è pensato, visto, vissuto per rendere la propria vita, in modo reciproco, qualcosa in cui anche l’altro/a possa pienamente immergersi insieme a noi, è l’elemento che conferma o meno la tenuta della relazione. Se c’è la parola, se c’è il confronto, se c’è lo scambio abituale di idee, pensieri, emozioni c’è tutto. E il resto verrà di conseguenza. Spesso si dice che non conta la quantità ma è più importante la “qualità dello scambio verbale”, che bastano gli scambi che avvengono nel tempo libero o, peggio, durante il week-end. Falso. È la conversazione che fluisce con costanza, sfruttando tutti i ritagli di tempo, anche a distanza, quella che conta e che rende bello il rapporto. L’amore suscita il desiderio della parola. Ma è la parola che lo alimenta, lo spiega, lo rafforza, lo rassicura.
Perché è importante parlare dei ricordi familiari?
Abbiamo già accennato all’importanza dei ricordi familiari. Ogni famiglia ha una storia che andrebbe periodicamente rievocata e riportata alla memoria. Occorre farlo con misura, cogliendo le occasioni per stabilire rapporti con il passato, per mostrare, sempre con discrezione e delicatezza, che i problemi che oggi dobbiamo affrontare, le questioni che ci assillano e ci tormentano sono, pur in contesti diversi, le stesse già vissute in tempi lontani. La sapienza del racconto ha spesso un potere sorprendente. Rinsalda i legami, ci restituisce figure e immagini familiari magari un po’ appannate, serve per aiutare i figli a sentirsi parte di una storia che arriva da lontano. Mio nonno paterno, classe 1890, ha avuto una vita avventurosa. A vent’anni è emigrato in Francia, ha lavorato in miniera, ha fatto mille altri lavori compreso l’uomo forte in un circo, ha imparato a suonare la fisarmonica. I suoi racconti sono stati per la mia infanzia una lunga, interminabile favola, come fossero narrazioni di fantasia tratte da qualche libro, ma con particolari e dettagli così vivi, così emozionanti da risultare introvabili altrove. Le straordinarie storie del nonno sono state anche per i miei figli, che purtroppo non l’hanno conosciuto, l’occasione per farne memoria, per capire come si viveva oltre un secolo fa, per riallacciare i fili di un percorso familiare di cui sentirsi parte. Solo la parola, oltre alle poche immagini recuperate con un po’ di fortuna, ha il potere di intessere nella trama della nostra identità racconti familiari che arrivano da lontano, da un passato che è comunque dentro di noi e che rivive, che continua a germogliare e a produrre buoni frutti proprio grazie alla nostra volontà di parlarne, di tenerlo in vita. Crediamo che ogni genitore abbia il dovere di trasmettere ai figli il passato delle rispettive famiglie – quella materna e quella paterna – che vivono dentro di noi, di mettere in evidenza le trame di bene che hanno costruito la nostra storia, che hanno scolpito dentro di noi quello che siamo e quello che saremo. Quando poi il dialogo sui ricordi familiari riesce a coniugare anche ciò che motiva e approfondisce i valori della fede e il modo con cui i nostri genitori, i nostri nonni, sono riusciti a viverla e a testimoniarla, allora la parola si traduce davvero in una risorsa che attinge dal passato e costruisce il futuro. Così la conversazione diventa esistenza e speranza. Nessuno, mai, dovrebbe rinunciarvi.
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