Italiani, stranieri, expat: i legami tra nonni e nipoti raccontano un'Italia che non conosciamo

Una ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e della Fondazione Migrantes, in collaborazione con Istat, mette a confronto le storie di italiani, nuovi cittadini, stranieri ed expat. Per scoprire come le differenze tra generazioni, culture e percorsi di vita possano diventare una risorsa per tutta la società
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October 12, 2026
Nonna e nipote su una panchina
Nonna e nipote su una panchina
Alba è nata a Milano nel 1939, e la sua infanzia è stata segnata dalle bombe e dalla fame. Martina, sua nipote, è nata nel 2007, in un mondo pacificato e tecnologico. È cresciuta nel quartiere Barona, vicina alla nonna e al nonno, fino a quando, a nove anni, si è trasferita con i genitori a York, in Inghilterra. Oggi studia Sociologia all’Università di Edimburgo, in Scozia. Alba è rimasta in Italia, ma le due continuano a sentirsi al telefono e su WhatsApp e si ritrovano quando Martina torna a Milano o la nonna raggiunge la famiglia nel Regno Unito. Martina prova a riassumere in tre parole la vita della nonna e sceglie guerra, povertà, libertà. È soprattutto quest’ultima a farle misurare la distanza tra le loro esistenze: lei può studiare, viaggiare, vivere all’estero e scegliere che cosa fare del proprio futuro. Per Alba, alla stessa età, molte di queste possibilità erano difficili persino da immaginare. Anche la storia di Ana ed Elena attraversa il mare, anzi, un oceano. Quando i genitori sono partiti per l’estero, Elena e sua sorella sono rimaste in Ecuador con la nonna, che le ha cresciute. Elena, oggi trentenne e residente in Italia con la famiglia, ricorda la cucina di Ana, i mellocos preparati insieme, le attenzioni di ogni giorno. La nonna le ha accolte appena nate, le ha accompagnate a scuola, le ha fatto posto nella propria quotidianità. Oggi si sentono al telefono, con l’aiuto dei familiari in Ecuador. Ana ha 81 anni, è vedova da quindici e si prende cura di una figlia malata. La sua settimana conserva ritmi consolidati: la Messa della domenica, l’adorazione eucaristica, la preghiera per i familiari lontani. Elena, cresciuta in un altro contesto, racconta invece l’ansia di dover scegliere bene, di non sprecare le opportunità che le si presentano. Due generazioni, due esperienze del mondo: tra loro restano i ricordi condivisi e una relazione che la distanza non ha cancellato.
Dimenticate per un attimo la relazione di cura e di “coccola”, per così dire, legata alla figura del nonno o della nonna nell’infanzia, quando i nipoti sono piccoli e hanno bisogno d’essere accompagnati a scuola o al parco giochi: è l’immaginario che abbiamo visto celebrato appena una settimana fa, in occasione della Festa dei nonni, un po’ angeli custodi un po’ baby-sitter. Queste storie mostrano che la relazione tra nonni e nipoti non finisce lì: crescendo, i nipoti cominciano a vedere nei nonni persone con una storia propria, desideri, rinunce e possibilità diverse dalle loro. E i nonni possono scoprire che i giovani non sono semplicemente più liberi o più fragili: vivono in condizioni che chiedono di essere comprese. È da questo incontro che parte il progetto La forza dei legami intergenerazionali: giovani e anziani (insieme) nell’Italia multiculturale, promosso dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo e dalla Fondazione Migrantes, in collaborazione con Istat. La ricerca mette in relazione dimensioni che spesso vengono studiate separatamente da statistica e sociologia: l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni delle famiglie, le migrazioni e i rapporti tra generazioni.

L’Italia delle etichette e quella delle biografie

I dati aiutano a capire perché questo sguardo sia utile. Nel 2026 in Italia si contano 141,4 persone di almeno 65 anni ogni cento giovani adulti tra i 18 e i 34 anni. Ma il rapporto cambia sensibilmente se si guarda alla cittadinanza: nel 2025 era di 157,1 anziani ogni cento giovani tra gli italiani dalla nascita, di 39,8 tra i nuovi cittadini italiani e di 26,3 tra i cittadini stranieri. Dietro la media nazionale ci sono dunque popolazioni con strutture per età molto diverse. Le migrazioni e i percorsi di acquisizione della cittadinanza cambiano la composizione del Paese; le famiglie, intanto, possono vivere tra più Stati, crescere figli lontano dai nonni o mantenere rapporti quotidiani attraverso uno schermo. Ma per capire che cosa significhi invecchiare o diventare adulti in Italia, la sola distinzione tra italiani, stranieri e cosiddetti expat non basta. Occorre guardare anche alle storie concrete, alle partenze e ai ritorni, alle persone che restano e a quelle che si spostano. La prima fase della ricerca ha raccolto 119 interviste biografiche: 61 a giovani tra i 18 e i 34 anni e 58 a nonni e nonne over 65. L’indagine è ancora in corso e proseguirà per un altro anno. Il suo interesse sta anche nel metodo: mette a confronto italiani dalla nascita, nuovi cittadini italiani, cittadini stranieri e italiani residenti all’estero, osservando come cambia il rapporto tra le generazioni in esperienze familiari e culturali differenti.

Due generazioni che possono e devono guardarsi allo specchio

Ai giovani intervistati viene chiesto di immaginare i nonni alla loro stessa età: che cosa facevano, quali possibilità avevano, come vivevano. È un esercizio che sposta lo sguardo dal nonno conosciuto da bambini alla persona che è stata, dentro le condizioni del proprio tempo. Per molte donne giovani, il confronto fa emergere soprattutto le opportunità conquistate dalle generazioni successive: studiare, viaggiare, vivere da sole, scegliere il proprio percorso. La storia di Alba e Martina lo mostra bene: la libertà di cui la nipote dispone oggi acquista un significato diverso quando viene accostata all’infanzia segnata dalla guerra e dalla povertà della nonna. Grazia, una delle nonne intervistate, cresciuta in collegio dopo la morte del padre, restituisce in poche parole il peso delle regole e dei limiti di allora: «Noi eravamo soffocati. Anche se avevamo desideri, non ce li facevano esprimere». Il confronto, però, non si esaurisce nella semplice contrapposizione tra un passato difficile e un presente più libero. I giovani possono scegliere di più, ma devono fare i conti con l’incertezza del lavoro, la difficoltà di trovare una casa e il rinvio di passaggi importanti della vita adulta. Gli anziani, dal canto loro, hanno spesso raggiunto condizioni materiali che da giovani non avrebbero mai immaginato, ma devono misurarsi con nuove fragilità e con un ruolo familiare e sociale in trasformazione. «I nonni possono scoprire che i nipoti vivono in un mondo diverso dal loro – spiega la sociologa dell’Università Cattolica Cristina Pasqualini, tra gli autori della ricerca –; i giovani possono leggere le scelte e i limiti degli anziani dentro le condizioni storiche che li hanno accompagnati. Non sempre il dialogo è facile, e le differenze possono produrre incomprensioni. Ma la relazione offre l’occasione di vedere l’altro oltre l’età che rappresenta». È un passaggio importante: conoscere la storia di un nonno significa capire che le sue scelte non sono nate nel vuoto; raccontare ai nonni le proprie difficoltà aiuta a mostrare che le possibilità di oggi non eliminano l’incertezza. La relazione può così diventare uno spazio generativo, per così dire, in cui ciascuno rilegge anche la propria esperienza e la mette a frutto.

Le risorse da mettere in circolo in un orizzonte condiviso

Dallo sguardo in questione nasce una questione che riguarda l’intera società: «In un’Italia in cui le generazioni sono sempre più squilibrate sul piano numerico e le famiglie sostengono una parte importante del lavoro di cura – continua Pasqualini – i legami intergenerazionali rappresentano un patrimonio da riconoscere». Sono fatti di aiuto materiale, presenza, memoria, accompagnamento e scambio. Non procedono sempre in una sola direzione: i giovani ricevono sostegno dagli anziani, ma possono anche aiutarli a orientarsi in un mondo digitale e in trasformazione. La relazione tra nonni e nipoti, inoltre, assume forme differenti nelle famiglie con background migratorio e in quelle transnazionali. Quando i nonni restano nel Paese d’origine e i nipoti crescono altrove, la distanza modifica i modi della cura e della presenza. Quando una famiglia si trasferisce, cambiano i riferimenti culturali e le occasioni di incontro. E leggere queste esperienze soltanto attraverso la contrapposizione tra italiani e stranieri è riduttivo: lo spiega bene nelle conclusioni del volume che ha raccolto la ricerca, Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale (il Mulino), Anna Maria Tarantola richiamando la necessità di «un nuovo patto sociale tra le generazioni, fondato su responsabilità condivise». Il rischio è leggere il rapporto tra giovani e anziani come una “guerra tra poveri”, contrapponendo bisogni e interessi di gruppi entrambi esposti a fragilità. La sfida è piuttosto costruire condizioni perché le risorse presenti nelle diverse generazioni e comunità possano contribuire al bene comune. Famiglie diverse concorrono a costruire dello stesso Paese: imparare a «pensare l’unità nella diversità e la diversità nell’unità», secondo la formula di Edgar Morin richiamata nel volume, significa riconoscere le differenze senza rinunciare a un orizzonte condiviso.

La fede, un terreno di incontro (e di ascolto)

Anche la fede attraversa le relazioni tra nonni e nipoti in un rapporto tutt’altro che lineare. Le testimonianze raccolte dal sociologo Fabio Introini mostrano quanto siano diverse le esperienze degli anziani e dei giovani: per alcuni la pratica religiosa resta una presenza quotidiana, per altri si intreccia con dubbi, ripensamenti e modi più personali di vivere la spiritualità. E le differenze non coincidono sempre con quelle anagrafiche: anche tra i nonni ci sono percorsi distanti dalla pratica tradizionale, mentre alcuni giovani conservano un legame con la fede ricevuta in famiglia. Una ragazza italiana di 19 anni che vive in Francia racconta di non aver detto al nonno di non credere più in Dio. È stata la nonna a prepararla alla Prima comunione, e il legame con i nonni pesa nelle sue scelte: quando torna nel paese d’origine, va in chiesa e riceve la comunione; se il nonno è con lei in Francia, lo accompagna (anche perché lui non parla francese), non vuole ferirlo. In altre testimonianze, sono gli stessi nonni a distinguere tra la pratica religiosa ricevuta e una fede vissuta in modo più personale, oppure a lasciare ai figli e ai nipoti libertà di scelta. Il rapporto tra generazioni, insomma, non si lascia ridurre nemmeno a un passaggio automatico di credenze: comprende continuità, distanze ma soprattutto trasformazioni, lasciando anche in questo caso intravvedere più uno spazio di incontro e di ascolto che un punto di frattura o peggio di giudizio. Una risorsa che, oltre che la sociologia, può arrivare a interpellare la pastorale familiare.

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