Genitori in crisi? Vi spiego perché la colpa è del papà peluche

Presente e affettivo, sì, ma il nuovo padre ha perso autorità e risulta incapace di sostenere il conflitto e il limite. Viaggio nella trasformazione dei modelli genitoriali e nel deserto educativo di cui pagano il prezzo i figli
February 16, 2026
Due bimbe truccano il loro papà
Seduta di trucco per un giovane papà
C’è un nuovo padre sulla scena pubblica: presente, accudente, emotivamente disponibile. Un padre che accompagna agli allenamenti, dialoga, si mette in gioco. Ma cosa accade quando la tensione verso la vicinanza si trasforma in paura del conflitto? Quando l’esigenza di essere amato prende il posto della responsabilità di educare? Nel suo ultimo libro, Il papà peluche non serve a nulla (Rizzoli, 192 pp,. 16 euro) il pedagogista Daniele Novara indaga la metamorfosi della figura paterna negli ultimi decenni, tra mutamenti culturali, fragilità maschili e smarrimento del principio di autorità. Il “papà peluche” non è una caricatura, ma il prodotto di una stagione storica che ha giustamente messo in discussione il modello patriarcale, senza però riuscire a costruire un’alternativa solida. Eccone un estratto. 
Le analisi degli esperti negli ultimi decenni, specialmente a partire dagli anni Novanta, si concentrano sul sorgere di una nuova famiglia, che scalza i genitori più normativi e autoritari delle generazioni precedenti. In questa situazione si incunea una figura che, durante una conferenza in quel di Mestre, definii per la prima volta “papà peluche”. Il termine non ha alcun valore tecnico né scientifico, è solo una metafora di un padre che, come un peluche, è a disposizione dei figli. Sostanzialmente la sua natura è quella. Una disponibilità che non esclude urla, sgridate, reazioni emotive piuttosto intense. Anzi, spesso e volentieri le incentiva. Pertanto, il termine indica una soluzione della crisi del padre tradizionale che compie un’inversione di marcia. Se nel passato era il figlio che doveva essere a disposizione del padre, come nel caso del mio che non era riuscito neanche ad andare a scuola per lavorare nei campi, ecco che, in una sorta di nemesi storica, il padre risolve il proprio status presentandosi in una collocazione completamente ribaltata, cioè in una sorta di morbida servizievolezza in funzione del figlio.
Di solito il peluche viene proprio utilizzato dai bambini non solo come gioco, ma anche e soprattutto per addormentarsi o, come direbbe Donald Winnicott, per gestire le proprie emozioni. È una collocazione, e questo ci tengo a sottolinearlo, che chiude molti problemi e riempie altrettanti buchi. Offre comunque al padre una specie di riscatto e alla madre permette una sorta di riconciliazione con le figure patriarcali degli antenati. Gli unici che sembrano non guadagnarci granché sono i figli e le figlie. Le caratteristiche del papà peluche non si esauriscono nel tratto della disponibilità ma sono molto più complesse. Una delle più salienti è il mettersi alla pari con i figli, ossia la tendenza ad abbattere la naturale distanza che esiste fra la figura del padre inteso come genitore, quindi con una responsabilità educativa, e quella del figlio che, viceversa, vive nei confronti dell’adulto una condizione di attesa che quella responsabilità educativa venga esercitata. Il padre, nel mettersi alla pari, presuppone una capacità di ragionamento, specialmente nei bambini, che ancora non si è formata. Lo stesso potrebbe dirsi per gli adolescenti, il cui cervello è performante ma comunque acerbo. In altre parole, il papà peluche tende a non accettare l’immaturità dei figli e li pone su un piano di equivalenza con l’adulto. Due frasi tipiche sono: «Devi ascoltarmi» o, al contrario, «Non mi ascolti». Quella dell’ascolto è una presupposizione molto particolare fondata sull’idea che, siccome fra i grandi una determinata frase corrisponde a una precisa comunicazione, la stessa cosa dovrebbe valere per un bambino o per un adolescente.
Partiamo sempre dal presupposto che il suo stato di concentrazione rispetto alla richiesta dell’adulto è molto diverso da quello di una persona con un’età superiore e con un cervello stabile. Il papà peluche si arrabbia e sostiene: «Devi ascoltarmi», «Ti ho chiesto una cosa», «Hai dei problemi?» «Non hai capito?» e via incalzando. Non si chiede più al figliolo che obbedisca, ma che ascolti. Il nuovo refrain diviene quindi: «Mi deve ascoltare, può farcela». Il mito del ragionamento è uno dei più tenaci nelle aspettative di questa figura paterna, un mito che genera a sua volta il mito dell’ascolto, oltre a una serie di complicazioni insanabili e inutili, che si potrebbero facilmente evitare riconoscendo la differenza dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze. Stiamo parlando della loro sostanziale immaturità che li rende quelli che sono e che richiede un approccio completamente diverso. Nei miei tanti libri dedicati ai genitori insisto sulla necessità di costruire buone abitudini e cornici organizzative, di essere concreti, di fare comunicazioni di servizio e di evitare spiegoni, e specialmente di non aspettarsi ragionamenti che non appartengono all’età evolutiva in questione, ma che ci si attende da figure più grandi di età. Allo stesso tempo, però, il bambino è disponibile ad acquisire buone abitudini perché lo rassicurano, così come l’adolescente, nonostante i tentativi di protesta, accoglie i limiti che, in maniera chiara e negoziata, il padre può collocare nel loro rapporto in funzione educativa.
Pertanto, la pretesa, direi mitologica, che il bambino ragioni come un adulto non può creare veri rapporti alla pari. Definire il cervello di un bambino immaturo non significa sostenere che manchi di intelligenza. Ma di certo manca della capacità di astrazione a fronte di richieste che hanno una matrice complessa e non necessariamente alla portata della sua età. Anche l’idea che i figlioli imparino dalle conseguenze delle loro azioni più o meno dissennate invece di inquadrarli dentro un’organizzazione educativamente sostenibile appartiene al mondo dei papà peluche, ovvero alla loro pretesa di mettersi alla pari e sperare che il figliolo dai tre anni, se non addirittura dai due, agisca con buon senso, con equilibrio, con razionalità. Frasi tipiche al proposito sono: «Fai pure così e ne subirai le conseguenze» o «Fallo pure, poi vedrai cosa ti succede, così impari»; e fanno pendant con quelle che insistono sul versante della ragionevolezza: «Non pensi proprio a quello che stai facendo», «Ma non rifletti su quello che stai facendo?».
Si tratta di un approccio sostanzialmente mortificatorio in quanto il limite naturale delle capacità infantili non viene riconosciuto dal genitore, ma è il bambino stesso a scoprirlo. È come se si chiedesse a un figliolo di otto, nove anni se vuole guidare l’auto: «Prova, così vediamo cosa sai fare». Il ruolo dei genitori non può essere quello di sottoporre i bambini a tentativi inutili, ma di avere la percezione di ciò che possono o non possono fare. Non è in discussione l’indubbio progresso che le generazioni di padri, in accordo con le loro compagne, hanno portato nel rapporto con i figli e le figlie. Il fatto che abbiamo papà attivi nell’ambito dell’accudimento e che sostanzialmente tutti loro sappiano cambiare i pannolini, eventualmente utilizzare il biberon e aiutare nei lavori di casa è una conquista straordinaria per la nostra opera di umanizzazione e civilizzazione. Ma quando questa situazione ha finito con il maternalizzare la figura paterna, ossia con il farle acquisire tratti di maternage vero e proprio, nella logica non tanto del gioco di squadra, ma di sostituzione della madre, la faccenda ha incominciato a prendere una piega decisamente equivoca e pericolosa. Una madre e un padre hanno funzioni diverse. Se i figli si trovano unicamente dentro a una ridondanza di funzione materna, stanno male e si vedono sminuire la loro autonomia, sottrarre la loro libertà. Come capita ai preadolescenti oggi particolarmente in crisi, viene loro negata la possibilità di entrare in conflitto e di affrontare in maniera autonoma le sfide della vita. Si crea una sorta di melassa vischiosissima dove gli spazi di manovra si fanno molto stretti. In un modo o nell’altro, la dipendenza materna verso entrambi i genitori rischia di acuirsi. Mi sento allora di dire con molta determinazione e chiarezza che la crisi dei genitori sta nella fragilità del padre, che non è riuscito a riconvertirsi in senso educativo ed è finito, il più delle volte, a scimmiottare semplicemente la madre, quasi non trovasse un altro modus, un altro spazio, un’altra configurazione. In pratica, il papà peluche risulta una versione semplicemente speculare del padre padrone. Ma la medaglia è la stessa, cambia solo la faccia. Per uscire dall’equivoco occorre aiutare i padri a emanciparsi dal passato, non tanto con soluzioni antitetiche che mantengono però lo stesso schema, quanto trovando una nuova strada, quella del padre educativo che chiude i conti col passato e apre una nuova storia.

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