Genitori imperfetti, relazioni più vere: come funziona la “bussola” di Francesca
La psicologa e divulgatrice spiega perché l’errore non danneggia i legami, ma è il punto da cui partire per renderle più sicure: «Chiedere scusa ai figli costruisce la relazione»

Nel tempo in cui essere genitori sembra diventato un esercizio ad alta pressione, tra aspettative sempre più alte e il timore costante di sbagliare, Francesca Cardini, psicoterapeuta e divulgatrice, parte da una parola che suona quasi controcorrente: imperfezione. Lo fa sui social, nei suoi canali seguitissimi. E poi lo ribadisce nel suo primo libro, Una bussola per genitori imperfetti, da poco uscito per Vallardi. «Viviamo – spiega – in un momento storico in cui la pressione sociale sui genitori è altissima. C’è l’aspettativa di non dover mai sbagliare, ma è irrealistica». E allora qui cambia il punto di vista: non si tratta più di evitare l’errore, ma di saperci stare dentro. «L’errore è inevitabile – continua –. E non è questo a mettere a rischio la relazione con i figli». Semmai, aggiunge, «è non accettarlo, non ripararlo. Se ci vergogniamo, tendiamo a negarlo o minimizzarlo, e questo è peggio. Sappiamo dagli studi sull’attaccamento che non è l’errore a compromettere il legame». In sintesi, quello che costruisce una buona relazione, spiega Cardini, è la capacità di potersi scusare, perché «lo sbaglio non rende meno amabili, ma è anzi un’occasione per insegnare ai figli il valore e l’importanza di sbagliare». Il punto di partenza è che non esiste genitore senza una storia: «Il rapporto con i figli attiva le nostre stesse esperienze di figli» e non si tratta di pensieri consapevoli ma si tratta di «memorie registrate nella parte del cervello non logica, quella emotiva». E per questo talvolta possono spiazzare. «Situazioni che viviamo con i nostri figli possono risvegliare quello che abbiamo vissuto noi da figli. E proprio perché non è consapevole questo meccanismo, a volte abbiamo la sensazione di non avere il controllo». Ed è proprio lì che si rischia di ripetere gli stessi comportamenti, ma allo stesso tempo può anche essere il punto in cui interrompere il ciclo.
Al centro del lavoro di Francesca c’è l’educazione compassionevole, partendo dalla teoria sviluppata da Paul Gilbert. Si tratta di una parola che, precisa la psicoterapeuta, non ha nulla di indulgente: «La compassione è la precisa intenzione di essere di aiuto». E non sempre è facile, perché «significa impegnarsi ad alleviare la sofferenza, oppure stare quando non si può evitare. È una forma di coraggio». Non è pietismo, insiste, ma «il coraggio di stare con l’altro nei momenti di difficoltà, sospendendo il giudizio». Una “bussola” quindi che vale anche e soprattutto, nella sua teoria, per gli adulti: «La compassione può essere rivolta anche a noi stessi, a quella parte che non l’ha ricevuta». Nel libro tutto questo prende forma in quattro direzioni: presenza sintonica, contenimento e regolazione, incoraggiamento, fermezza e coerenza. Non regole rigide, ma orientamenti per non perdersi. Uno dei passaggi più concreti riguarda le emozioni. «Nessuno sceglie cosa sentire» sottolinea Francesca. Eppure alcune emozioni restano poco accettate, soprattutto nei bambini: «Un bambino arrabbiato viene spesso visto come capriccioso, mentre un adulto arrabbiato “si sta facendo valere”». La differenza sta tutta nello sguardo: «Quando proviamo un’emozione, qualcosa di significativo è accaduto». Il problema è che «il cervello di un bambino non sempre ha la capacità di gestirla quell’emozione». E allora il compito dell’adulto cambia: «Bisogna verbalizzare, dare un nome a ciò che prova», tradurre quel sentire confuso in qualcosa di comprensibile e «già questo è una forma di regolazione emotiva». Non serve alzare la voce ma «accettare e stare. È un allenamento, soprattutto per quei genitori che fanno fatica a parlare il linguaggio emotivo dei bambini». Nei primi anni di vita, infatti, tutto passa dalla relazione: «Un bambino ha bisogno almeno di un adulto sintonizzato con lui». Non solo una presenza fisica, ma mentale: «È una specie di danza». Il bambino manda segnali, l’adulto risponde. «A volte abbassando i giri – con la voce, con l’ambiente — altre volte sostenendo». L’obiettivo è uno: «Tenerlo dentro un livello di attivazione ottimale». È così che si costruisce sicurezza. Uno dei nodi più sentiti dai genitori infatti, non a caso, riguarda regole e confini: «Molti hanno il dilemma di essere troppo severi o troppo permissivi», osserva la divulgatrice. Da una parte c’è la paura di diventare autoritari, dall’altra quella di non essere abbastanza incisivi. «Autoritarismo e permissivismo – dice – sono due facce della stessa medaglia». Il problema, semmai, è a monte e «nasce da un sistema di potere nella relazione tra genitori e figli».
La via d’uscita? Spostare lo sguardo: «Bisogna uscire dal potere e stare sul limite». Il limite può essere fermo senza essere aggressivo. «Le esternazioni rabbiose possono essere tollerate, ma il limite va rispettato». C’è poi il tema della pressione, sempre più precoce anche sui piccoli: «Oggi ci sono molte più attività extrascolastiche, aspettative, perfezionismo». Un sistema che ha conseguenze: «La prestazione attiva il sistema dello stress, sia nei bambini che negli adulti». E se diventa costante, lascia il segno: «Adrenalina e cortisolo consumano sia fisicamente che psicologicamente». Per questo, avverte Francesca, «può essere uno dei mali di questo secolo», insieme all’aumento di ansia, depressione e ritiro sociale. Alla fine, la “bussola” si riduce perciò a qualcosa di essenziale: «Se dovessi lasciare una sola indicazione, direi: stare. Stare con quello che c’è». Il futuro d'altronde si costruisce oggi, «con una serie di mattoncini da mettere uno in fila all’altro», con gesti semplici, con «azioni quotidiane che creano senso di sicurezza e amabilità. E che proteggeranno per tutta la vita».
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