Lo spettro recessione c'è. Il boom del petrolio affonda la crescita: ci sono tre scenari

Il Fondo monetario taglia le stime globali e disegna alcune ipotesi di studio: nel peggiore, greggio fino a 125 dollari e crescita mondiale al 2%, la soglia storica della recessione: «Un rischio che non si vedeva dal Covid»
April 14, 2026
Lo spettro recessione c'è. Il boom del petrolio affonda la crescita: ci sono tre scenari
L'economia globale si trova di fronte al rischio di una terza recessione in meno di vent'anni. Dopo il crollo del 2009 innescato dalla crisi finanziaria e quello del 2020 imposto dalla pandemia, è la guerra contro l'Iran e le sue ripercussioni nel Golfo a proiettare questa ombra sul World Economic Outlook, il rapporto semestrale del Fondo monetario internazionale diffuso a Washington, in apertura delle assemblee primaverili di Fmi e Banca mondiale. Il quadro è costruito su tre scenari distinti, una struttura insolita che già da sola racconta il livello di incertezza. Lo scenario “di riferimento” – il più ottimistico, che ipotizza un conflitto breve con perturbazioni destinate ad attenuarsi entro metà 2026 – prevede una crescita globale del 3,1%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio, con il petrolio a una media di 82 dollari al barile. Nello scenario “avverso”, con la guerra prolungata almeno per tutto il 2026 e il greggio intorno ai 100 dollari, la crescita mondiale scende al 2,5%. Nello scenario “grave”, il più cupo, il prezzo del petrolio raddoppia a partire dal secondo trimestre del 2026, restando a quei livelli anche nel 2027 – circa 110 dollari al barile quest'anno, 125 il prossimo – mentre il gas schizzerebbe fino al +200% rispetto allo scenario base. Il risultato: crescita mondiale al 2,0%, «al limite della recessione globale», soglia attraversata solo quattro volte dal 1980.
Secondo Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fmi, «quello che sta accadendo nel Golfo è potenzialmente molto, molto più grande» dei rischi legati ai dazi americani. Se le ostilità si protraessero, le banche centrali potrebbero dover «premere i freni» con un’intensità superiore a quella del 2022, quando l'inflazione post-Covid fu domata con aumenti dei tassi relativamente rapidi. Uno choc petrolifero persistente, ha avvertito Gourinchas, sarebbe paragonabile a quello del 1974, con due attenuanti: l'economia globale è oggi meno dipendente dal petrolio e le banche centrali sono più attente a tenere l'inflazione sotto controllo.
I numeri settoriali confermano la geografia asimmetrica del danno. L'Iran è atteso in recessione del 6,1% nel 2026, con un'inflazione che schizzerebbe al 68,9%. Qatar -8,6%, Iraq -6,8%, Kuwait e Bahrain in contrazione. L'eurozona, già penalizzata dagli strascichi dell'invasione russa dell'Ucraina, vede la crescita scendere all'1,1% nel 2026, con la Bce attesa ad alzare i tassi di 50 punti base nel corso dell'anno per frenare un'inflazione prevista al 2,6%. Gli Stati Uniti reggono meglio, +2,3%, sostenuti dagli sgravi fiscali, dai tagli ai tassi già effettuati e dagli investimenti nell'intelligenza artificiale. La Cina segna +4,4% nel 2026, in calo di un decimale rispetto a gennaio per via dei maggiori costi energetici, destinata a rallentare ulteriormente al 4,0% nel 2027 sotto il peso del settore immobiliare depresso, del calo della forza lavoro e di una produttività in affanno.
Per l'Italia il Fmi ha rivisto al ribasso le stime di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni, portando la crescita a +0,5% sia nel 2026 che nel 2027, una previsione che lascia pochissimo margine a qualsiasi ambizione di consolidamento fiscale. L'inflazione italiana è attesa al 2,6% quest’anno e al 2,4% nel 2027, in netta accelerazione rispetto all’1,6% del 2025. Un quadro che, in un contesto di pressioni sui conti pubblici e di attesa per le riforme strutturali che il Fondo torna a sollecitare «senza ulteriori ritardi», non offre spazio di manovra.
A latere dei lavori di Washington, Fmi, Banca mondiale e Agenzia internazionale dell’energia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che fotografa la portata della crisi: «L’impatto della guerra è sostanziale, globale e fortemente asimmetrico, colpendo in modo sproporzionato i Paesi importatori di energia, in particolare quelli a basso reddito». Le tre organizzazioni hanno sottolineato che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria attraverso cui transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas liquefatto, non si è ancora normalizzato, e che anche dopo la riapertura «ci vorrà del tempo prima che le forniture globali tornino ai livelli prebellici». I prezzi di carburanti e fertilizzanti, avvertono, «potrebbero restare elevati per un periodo prolungato», con ricadute dirette sulla sicurezza alimentare e sull’occupazione in decine di Paesi. «Con le politiche giuste e una rapida cessazione delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz, i danni possono restare contenuti», evidenzia Gourinchas. Una frase che è insieme una speranza e un'ipotesi condizionale e che dice molto su quanto il destino dell'economia mondiale dipenda oggi da variabili che nessun modello econometrico riesce davvero a governare.

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