Lo spettro recessione c'è. Il boom del petrolio affonda la crescita: ci sono tre scenari
Il Fondo monetario taglia le stime globali e disegna alcune ipotesi di studio: nel peggiore, greggio fino a 125 dollari e crescita mondiale al 2%, la soglia storica della recessione: «Un rischio che non si vedeva dal Covid»

L'economia globale si trova di fronte al rischio di una terza recessione in meno di vent'anni. Dopo il crollo del 2009 innescato dalla crisi finanziaria e quello del 2020 imposto dalla pandemia, è la guerra contro l'Iran e le sue ripercussioni nel Golfo a proiettare questa ombra sul World Economic Outlook, il rapporto semestrale del Fondo monetario internazionale diffuso a Washington, in apertura delle assemblee primaverili di Fmi e Banca mondiale. Il quadro è costruito su tre scenari distinti, una struttura insolita che già da sola racconta il livello di incertezza. Lo scenario “di riferimento” – il più ottimistico, che ipotizza un conflitto breve con perturbazioni destinate ad attenuarsi entro metà 2026 – prevede una crescita globale del 3,1%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio, con il petrolio a una media di 82 dollari al barile. Nello scenario “avverso”, con la guerra prolungata almeno per tutto il 2026 e il greggio intorno ai 100 dollari, la crescita mondiale scende al 2,5%. Nello scenario “grave”, il più cupo, il prezzo del petrolio raddoppia a partire dal secondo trimestre del 2026, restando a quei livelli anche nel 2027 – circa 110 dollari al barile quest'anno, 125 il prossimo – mentre il gas schizzerebbe fino al +200% rispetto allo scenario base. Il risultato: crescita mondiale al 2,0%, «al limite della recessione globale», soglia attraversata solo quattro volte dal 1980.
Secondo Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fmi, «quello che sta accadendo nel Golfo è potenzialmente molto, molto più grande» dei rischi legati ai dazi americani. Se le ostilità si protraessero, le banche centrali potrebbero dover «premere i freni» con un’intensità superiore a quella del 2022, quando l'inflazione post-Covid fu domata con aumenti dei tassi relativamente rapidi. Uno choc petrolifero persistente, ha avvertito Gourinchas, sarebbe paragonabile a quello del 1974, con due attenuanti: l'economia globale è oggi meno dipendente dal petrolio e le banche centrali sono più attente a tenere l'inflazione sotto controllo.
I numeri settoriali confermano la geografia asimmetrica del danno. L'Iran è atteso in recessione del 6,1% nel 2026, con un'inflazione che schizzerebbe al 68,9%. Qatar -8,6%, Iraq -6,8%, Kuwait e Bahrain in contrazione. L'eurozona, già penalizzata dagli strascichi dell'invasione russa dell'Ucraina, vede la crescita scendere all'1,1% nel 2026, con la Bce attesa ad alzare i tassi di 50 punti base nel corso dell'anno per frenare un'inflazione prevista al 2,6%. Gli Stati Uniti reggono meglio, +2,3%, sostenuti dagli sgravi fiscali, dai tagli ai tassi già effettuati e dagli investimenti nell'intelligenza artificiale. La Cina segna +4,4% nel 2026, in calo di un decimale rispetto a gennaio per via dei maggiori costi energetici, destinata a rallentare ulteriormente al 4,0% nel 2027 sotto il peso del settore immobiliare depresso, del calo della forza lavoro e di una produttività in affanno.
Per l'Italia il Fmi ha rivisto al ribasso le stime di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni, portando la crescita a +0,5% sia nel 2026 che nel 2027, una previsione che lascia pochissimo margine a qualsiasi ambizione di consolidamento fiscale. L'inflazione italiana è attesa al 2,6% quest’anno e al 2,4% nel 2027, in netta accelerazione rispetto all’1,6% del 2025. Un quadro che, in un contesto di pressioni sui conti pubblici e di attesa per le riforme strutturali che il Fondo torna a sollecitare «senza ulteriori ritardi», non offre spazio di manovra.
A latere dei lavori di Washington, Fmi, Banca mondiale e Agenzia internazionale dell’energia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che fotografa la portata della crisi: «L’impatto della guerra è sostanziale, globale e fortemente asimmetrico, colpendo in modo sproporzionato i Paesi importatori di energia, in particolare quelli a basso reddito». Le tre organizzazioni hanno sottolineato che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria attraverso cui transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas liquefatto, non si è ancora normalizzato, e che anche dopo la riapertura «ci vorrà del tempo prima che le forniture globali tornino ai livelli prebellici». I prezzi di carburanti e fertilizzanti, avvertono, «potrebbero restare elevati per un periodo prolungato», con ricadute dirette sulla sicurezza alimentare e sull’occupazione in decine di Paesi. «Con le politiche giuste e una rapida cessazione delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz, i danni possono restare contenuti», evidenzia Gourinchas. Una frase che è insieme una speranza e un'ipotesi condizionale e che dice molto su quanto il destino dell'economia mondiale dipenda oggi da variabili che nessun modello econometrico riesce davvero a governare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






