In Medio Oriente una tempesta perfetta che ci riporta indietro di mezzo secolo

di Fabio Carminati
Il ritorno alle guerre tradizionali, lo stop ai corridoi per le merci, la battaglia per l'autonomia energetica: il conflitto scatenato da Usa e Israele in Iran sta inconsapevolmente segnando la fine della globalizzazione
April 14, 2026
In Medio Oriente una tempesta perfetta che ci riporta indietro di mezzo secolo
Se mai ce ne fosse bisogno, in questa guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, nel fronte degli sconfitti c’è n’è uno che ha per la prima volta dimostrato fino in fondo tutte le sue fragilità: la globalizzazione. Mentre si combatte ancora, si bloccano le rotte e i colloqui di pace hanno intenti ben superiori al bene prezioso del dialogo, (lo si è detto) si è scatenata una tempesta perfetta. Che ha riportato il mondo indietro di cinquant’anni. Era pronta da tempo a scatenarsi: aspettava solo un gesto inconsulto per cominciare. Perché da oltre un decennio la geopolitica e le guerre da cui è puntellato avevano dimostrato empiricamente che la risposta del prezzo del petrolio - come l’oro è l’indicatore materiale della tensione globale - era rimasta anelastica: l’ultimo esempio era arrivato dalla fase recente ed esplosiva della crisi ucraina e dall’invasione di Gaza da parte di Israele e il successivo attacco di giugno al nucleare iraniano. Prima ancora, con le primavere arabe e la successiva, interminabile, guerra siriana passando per la tragedia libanese. Nulla di tutto ciò aveva alterato così pesantemente i prezzi del greggio. Neanche l’allucinante periodo del Covid, per certi versi e per gli effetti economici, equiparabile a un autentico conflitto.
La tempesta perfetta
Nell’attuale guerra di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu contro l’Iran degli ayatollah si possono trovare, invece, molte somiglianze con il passato meno recente. A cominciare dal problema relativo alla chiusura negli anni Settanta  del Canale di Suez che può essere confrontato con la chiusura dello stretto di Hormuz o con l’incertezza relativa su quello di Bab el-Mandeb, (nome arabo dall’inquietante significato: “Porta del lamento funebre o delle lacrime”) snodo tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e, quindi, l’Oceano Indiano. Guarda caso sono i cosiddetti chokepoints (i punti di strozzatura, i colli di bottiglia), citati anche nel documento National Security Strategy pubblicato dagli Stati Uniti nel novembre dello scorso anno, neanche tre mesi prima della guerra scatenata dai due alleati uniti dal sogno-incubo del “Grande Medio Oriente”.
Il collo di bottiglia "previsto"
Nel testo, in particolare, gli esperti dell’Amministrazione Usa dichiarano esplicitamente di voler «impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e le sue forniture di petrolio e gas e i colli di bottiglia (checkpoints) attraverso i quali essi transitano». Perché oggi, tra l’80 e il 90 per cento del commercio globale si svolge via mare, grazie a circa centomila grandi navi da carico e superpetroliere.
Le rotte, chiaramente, dipendono dalla geografia e non sono né infinite né, soprattutto, libere: passano per alcuni “imbuti”, che assumono, come in passato, un’enorme importanza geopolitica. Questi colli di bottiglia, importanti fin dalla notte dei tempi, sono fondamentali per gestire il commercio mondiale che, a sua volta, impatta sui processi di sviluppo e sulla transizione. I più importanti restano otto, alcuni naturali e altri scavati dall’uomo: il Canale di Panama, che taglia in due l’America centrale; lo Stretto di Malacca, nel sud est asiatico; Gibilterra, tra il Mediterraneo l’Oceano Atlantico; l’accoppiata Bosforo e Dardanelli, punto di passaggio tra il Mediterraneo e il Mar Nero; il Capo di Buona Speranza, sulla punta meridionale dell’Africa; il Canale di Suez, tra Mediterraneo e Mar Rosso. Per finire i due più importanti che ci riportano alla guerra di questi giorni: lo Stretto di Hormuz, fra Golfo Persico e Golfo di Oman quello di Bab el-Mandeb.
L’Iran dei pasdaran ha sempre usato Hormuz come una sorta di ponte levatoio medievale: ne ha fatto il centro di ogni manovra navale per declamare la potenza militare persiana e lo ha bloccato in questi giorni dall’Iran come risposta all’attacco israelo-statunitense. Nel punto più stretto misura soltanto 33 chilometri: una striscia di mare conteso da decenni tra la costa meridionale dell’Iran e la punta della penisola dell’Oman. Attraverso quella rotta transita circa il 20% del consumo giornaliero mondiale di petrolio - intorno a 20 milioni di barili ogni 24 ore - insieme a una quota compresa tra il 20 e il 30% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Non solo. Il 30% dell’approvvigionamento globale di elio proviene dal Qatar e dipende dalla produzione di gas naturale liquefatto, di cui l’elemento è un prodotto di lavorazione. Quest’ultimo (lo stesso usato per gonfiare i palloncini dei bambini) è essenziale per l’industria dei semiconduttori, ma anche per la diagnostica per immagini. L’impiego è molteplice, compresi i concimi azotati e le materie prime per produrre quelli fosfatici, tutti dipendenti dal gas naturale fossile. Si tratta di produzioni difficilmente surrogabili. Risulta chiaro, quindi, che strangolare un simile traffico comporta inesorabilmente un impatto sui prezzi del petrolio, del gas e dei loro derivati. L’interruzione delle catene di approvvigionamento arriva a minacciare, inoltre, seppure nel medio periodo, anche la sicurezza alimentare mondiale.
Il gigantesco risiko
E anche questa, per molti esperti, è stata una rivincita degli eventi estremi e del mercato sui canoni consolidati ormai della globalizzazione. Il controllo materiale degli snodi, come dei territori-chiave, ha portato in auge una concezione basilare nelle guerre “tradizionali”: il controllo del territorio. Con cui Trump sta terribilmente  scoprendo di doverci fare i conti: perché schierare navi all’imbocco di Hormuz (come in  un gigantesco tavolo del Risiko, dove “un carro armato piazzato sull’Australia ti fa vincere”) non può bastare se non nel brevissimo periodo. La rotta alla fine resta inutilizzabile, da tutti, e i tempi per un’alternativa via terra del trasporto del greggio sono “biblici”.
Le cifre aiutano a comprendere a fondo la portata della “tempesta perfetta” che Donald Trump ha scatenato, facendosi trascinare in una guerra dalle conseguenze imprevedibili dall’alleato di ferro israeliano. Sul fronte delle risorse, gli Stati Uniti sono sufficientemente autosufficienti, grazie allo shale oil (il petrolio estratto dalle rocce) e gas che hanno permesso l’incremento della produzione dai 4 milioni di barili del 2008 (crollati dopo il picco del 1971 quando si estraevano 10) ai 13,5 milioni del dicembre dell’anno scorso. Anche per quanto riguarda il gas, gli Usa sono il principale produttore globale, con almeno mille miliardi di metri cubi annui (un quarto del totale globale), seguiti dalla Russia di Vladimir Putin (circa il 16 per cento del totale), Iran (circa 7 per cento), Cina (6 per cento), Canada (5 per cento) e Qatar (5 per cento).
Gli esperti ritengono che, in tempi medio-brevi, il contraccolpo ricadrà sulle spalle dei Paesi asiatici e, in una minor percentuale, nei confronti dell’Europa. I principali importatori dal Qatar sono la Cina, con 25,1 miliardi di metri cubi, il Medio Oriente (22), India (15,1), Corea del Sud (12,1), altri Paesi di Asia e Oceania (10), Pakistan (9,3), Taiwan (7,7). Sul fronte europeo, soltanto 12 miliardi (pari al 3,8% del totale) provengono dal Qatar. La gran parte del gas arriva dalla Norvegia (97,2 miliardi, pari al 31,1 per cento del totale), poi gli Stati Uniti coprono circa un quarto delle importazioni (79,4, il 25,4 per cento), a seguire c’è ancora un 13 per cento che arriva dalla Russia, con 40,9. Il Nordafrica copre il 12,7 per cento, il Regno Unito il 4,3 per cento, e l’Azerbaijan il 4 per cento.
Anche se si analizzano le quantità, l’Europa non sembra in difficoltà nel breve-medio periodo. Gli stoccaggi della Germania sono al 22 per cento, quelli dell’Italia a un buon 44 per cento. La primavera e l’estate sono, però, le due stagioni in cui si riempiono le cosiddette riserve (anche quelle strategiche): se i prezzi dovessero rimanere alti per il prolungarsi della guerra, in effetti potrebbe diventare molto costoso il rifornimento, soprattutto per la Germania che ha ridotto le importazioni dalla Russia dopo il 2022 ed ha maggior difficoltà a trovare sostituti. Nel frattempo, in ogni caso, a soffrire maggiormente della riduzione degli approvvigionamenti saranno i Paesi asiatici. E la soluzione di nuovi oleodotti, anche verso l’Occidente, in Medio Oriente richiede decenni per realizzarla.
«Peggio della pandemia»
Però se la situazione energetica e geopolitica rischia di produrre nel mondo “effetti più catastrofici della pandemia”, come stanno ripetendo da settimane all’unisono le istituzioni finanziarie ed economiche mondiali, una risposta a tutto questo Donald Trump, dopo più di un mese di guerra (che «finirà presto», oppure durerà «tre settimane» o che «è ormai vinta»), non l’ha mai data. Perché forse, ora, la risposta non la conosce più nemmeno lui.
La situazione gli è sfuggita di mano e non sa probabilmente più come uscirne. Nella sua Amministrazione stanno cadendo teste importanti, i “consigliori” sembrano meno infallibili e le conseguenze politiche nubi sempre più scure alla vigilia della metà del suo secondo mandato al 1600 per Pennsylvania Avenue. L’inflazione, che inevitabilmente crescerà, è stata l’arma da lui stesso impiegata prima per far crollare Joe Biden e poi sconfiggere, di poco, Kamala Harris. L’economia in vistosa frenata potrebbe ora privarlo di quel potere assoluto che vorrebbe guadagnare fra otto mesi alle urne per “cambiare” (dicono in molti detrattori) l’assetto dell’equilibrio dei poteri in America.
Cui prodest?
Un petrolio quotato oltre i cento dollari da un mese non può, invece, non favorire i suoi grandi elettori texani. Ma soprattutto dà una grande mano chi aveva sofferto per il blocco del prezzo intorno ai 70 dollari voluto dalla Casa Bianca per intercessione degli alleati sauditi: Vladimir Putin. Gli esperti di numeri hanno calcolato che, con un margine di trenta dollari sul prezzo medio del semestre precedente, pagherà abbondantemente un terzo delle spese dello scorso anno per mantenere l’occupazione militare in varie zone dell’Ucraina, il Donbass in particolare. L’arrabbiatura (troppo) di facciata del Cremlino per l’operazione che ha anche portato all’uccisione della Guida suprema Alì Khamenei non è sfuggita a pochi. Nonostante Mosca fosse madre e padre del nucleare iraniano e alleato principe del regime degli ayatollah. Qualcuno è andato ancora più in là vedendo il tutto come una sorta di do ut des del presidente americano allo zar del Cremlino per raggiungere un compromesso su Kiev. E magari non solo: all’orizzonte potrebbe essere una spartizione geopolitica del globo in aree di influenze che includa anche la Cina, spettatore solo apparente. Ma riscontri non si potranno mai avere.
Il pantano
Effetti politici dell’operazione in Persia men che meno. Caduto il satrapo Khamenei, il figlio (già messosi in luce con le repressioni del dissenso) ne ha assunto il ruolo senza soluzione di continuità. La possibilità di prevalere sul terreno da parte degli americani (che ribadiscono la teoria del “no boots on the ground” tranne qualche boutade di The Donald a giorni alterni) è molto scarsa. Come la conclusione negoziale di un attacco che è andato ben oltre le motivazioni non suffragate da prove, come la ripresa del programma nucleare o la facile transizione democratica della dittatura. E allora perché?
Forse per questo Donald John Trump, da giorni, ha rispolverato la vecchia ”macchina del fango” e il sempiterno “wag the dog”, (fai scodinzolare il cane) per distogliere l’attenzione dai guai pesanti che ha causato e tentare di coinvolgere il Papa con una strategia parossistica senza precedenti. Ieri è arrivato a farsi consegnare davanti alle telecamere il suo “junk food” (a base di hamburger, salse e patatine fritte) proprio alla porta dell’Ufficio Ovale che da sul giardino della Casa Bianca. Sta lavorando senza sosta (ha fatto dire), alla riforma del fisco sulle mance, che in America sono parte obbligatoria del conto. E sui social italiani già qualcuno ha ironizzato sul parallelo con la luce sempre accesa, durante il Tragico ventennio, nella Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia.

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