Il vescovo di Orano: «Cosa significa essere Chiesa in un contesto musulmano»

di Davide Carraro
Padre Davide Carraro, missionario del Pime, guida la diocesi algerina dal 2024: «Siamo minoritari, ma in una relazione di rispetto, dialogo e vicinanza con i nostri concittadini. Con questo stesso spirito il Papa ha voluto farci visita»
April 14, 2026
Il vescovo di Orano: «Cosa significa essere Chiesa in un contesto musulmano»
Il vescovo di Orano, Davide Carraro
Trent’anni fa, nel 1996, venivano uccisi i monaci di Tibhirine e il vescovo di Orano Pierre Claverie. Prima di loro, altri 11 religiosi e religiose hanno perso la vita durante il decennio buio che ha scosso e ferito l’Algeria. La loro memoria contiene un messaggio di grandissima e pregnante attualità, un messaggio di fratellanza e di amicizia, un messaggio di fedeltà al Vangelo e al popolo algerino che non hanno voluto abbandonare nel momento della sofferenza. La loro testimonianza ci ricorda oggi, in un mondo sempre più ferito e diviso da guerre e violenze, che è possibile essere più forti dell’odio, più forti della paura, e anche più forti della morte.
È quanto ha vissuto sino alla fine anche il mio predecessore Pierre Claverie, ucciso il primo agosto 1996 sulla porta di casa, insieme all’amico e autista Mohamed Bouchikhi. Mi sento profondamente vicino alla persona di Pierre: sono in contatto con sua sorella e con la madre di Mohamed. Sulle sue orme, da gennaio 2024 guido la diocesi di Orano, dopo essere arrivato in Algeria nel 2006 come missionario del Pime. Ho vissuto prima nel deserto, a Touggourt, dove piccola sorella Magdeleine ha fondato la sua famiglia religiosa, le piccole sorelle di Gesù tuttora presenti. E poi ad Algeri. In questi vent’anni ho imparato a conoscere e a entrare più in profondità in questo Paese, nella sua Chiesa e nella relazione con Dio. Mi sono inserito nel solco tracciato da tanti testimoni che mi hanno preceduto e da grandi figure come Charles de Foucauld e sant’Agostino che mi hanno ispirato.
In occasione della beatificazione dei 19 martiri cristiani che è avvenuta a Orano l’8 dicembre 2018, i quattro vescovi dell’Algeria avevano opportunamente sottolineato come quei religiosi e quelle religiose fossero non solo testimoni del passato, ma una luce per il nostro presente e per il futuro. È con questo stesso spirito che papa Leone XIV ha voluto far visita all’Algeria.
Ma chi siamo noi oggi Chiesa d’Algeria? Siamo una Chiesa minoritaria, inserita in un contesto quasi esclusivamente musulmano. Questa realtà ci colloca in una relazione di rispetto, dialogo e vicinanza con i nostri vicini e concittadini. Essere minoritari non significa essere isolati o ritirati, ma al contrario essere chiamati a vivere una presenza significativa, umile e attenta. Questo ci dona una prima vocazione: siamo una Chiesa per e con un popolo musulmano. Ciò implica aprire i nostri cuori e le nostre vite all’altro, ricercare la conoscenza reciproca, coltivare la comprensione e la solidarietà, senza rinunciare a ciò che siamo. Così, la nostra missione assume una forma particolare: essere un segno di dialogo, di pace e di fraternità, capace di costruire ponti tra le comunità e di vivere la fede nel rispetto e nell’incontro.
Siamo una Chiesa segnata dalla diversità. Non esiste una nazionalità dominante e le lingue che ci permettono di fare comunità sono molteplici: l’arabo classico e l’algerino, l’amazigh, il francese, l’inglese, il portoghese… La nostra comunità riunisce circa 20-30 nazionalità diverse. Questo ci dona una seconda vocazione: siamo una Chiesa-mosaico, in cui ciascuno deve avere il suo posto particolare e insostituibile.
La diversità riguarda anche l’appartenenza a diverse confessioni cristiane. Siamo, infatti, una Chiesa segnata dall’ecumenismo. Spesso, nelle nostre assemblee e nelle nostre liturgie, la componente cattolica è minoritaria, il che ci colloca in una dinamica particolare: quella dell’accoglienza e dell’incontro con fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane che spesso animano la preghiera della comunità. Per questo desideriamo essere una Chiesa dell’unità. Fare unità non significa uniformità, ma apertura, dialogo e condivisione della fede in uno spirito di ascolto e di rispetto reciproco. È in questa capacità di riunire, di creare spazi di comunione e di testimoniare insieme che si manifesta la nostra vocazione ecumenica. Siamo una Chiesa la cui maggioranza dei suoi membri è di passaggio. La nostra comunità è formata essenzialmente da studenti subsahariani, persone in migrazione, i consacrati, gli espatriati, detenuti quasi esclusivamente migranti che visitiamo in carcere… Questo ci dona una terza vocazione: siamo una Chiesa chiamata a farsi educatrice.
Come un insegnante che, dopo aver concluso un ciclo scolastico, si ritrova con nuovi studenti e nuove sfide, anche noi siamo chiamati ad accompagnare, formare, trasmettere e poi lasciare partire. Ma siamo anche una Chiesa giovane: giovane per età, soprattutto grazie agli studenti subsahariani, e per fede in quanto la maggior parte dei cristiani algerini sono nuovi nella fede. Questa giovinezza esprime la gioia, la creatività e la vitalità, qualità che fanno vibrare la nostra comunità e ci danno la capacità di celebrare insieme, di trasformare la vita quotidiana in un momento di bellezza condivisa.
Infine, siamo una Chiesa profondamente umana, composta da uomini e donne portatori di fragilità, limiti e ferite. Una Chiesa che non si fonda sull’illusione della perfezione, ma sulla pazienza, sulla misericordia e sulla capacità di ricominciare. Consapevoli che la perfezione illusoria non è la nostra forza, riconosciamo la necessità di essere, giorno dopo giorno, una Chiesa del perdono. Un perdono che dobbiamo imparare a chiedere, ad accogliere e a donare reciprocamente, affinché la comunione sia continuamente ricostruita.

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