L’8 maggio il Papa verrà a Napoli. Il realismo della speranza

Come una bimba che disegna case con il giardino (che non ha) "perché ci vuole stare", così questa città non si "abitua alla rassegnazione". Leone viene a fare la cosa più semplice e rivoluzionaria che esista: stare, camminare con noi
April 14, 2026
L’8 maggio il Papa verrà a Napoli. Il realismo della speranza
Napoli /Foto Icp
C’è una bambina che conosco. Abita in uno dei quartieri dove la sera si spengono anche i lampioni, come se il buio fosse la condizione naturale di certi posti e di certa gente. Ha sette anni. Disegna case con il giardino, lei che il giardino non l’ha mai visto. Le chiedo perché. Mi risponde: «Perché ci voglio stare». Mi fermo spesso su quella risposta. È la risposta più teologica che abbia ricevuto in tanti anni. C’è dentro una resistenza silenziosa che non ha ancora imparato il nome della rassegnazione. C’è dentro il gesto più antico del mondo: immaginare ciò che non si ha, e desiderarlo così forte da tenerlo vivo nel disegno, nella matita, nella carta. Come se il futuro fosse già una forma da abitare, ancor prima che esista.
Napoli sa cosa significa vivere con la violenza come vicina di casa. Non come notizia, non come dato statistico: come rumore che entra dalla finestra, come lutto che si ripete, come bambino che cresce sapendo già che certe strade non si attraversano. Come il momento in cui ti arriva la notizia di un ragazzo di vent’anni ammazzato, e mentre cerchi le parole ti accorgi che non ne hai, perché vent’anni non dovrebbero mai finire così, perché vent’anni sono ancora promessa, sono ancora mattina, e invece diventano un nome su un manifesto funebre attaccato al muro. E tu rimani lì, con quella notizia in mano, a chiederti quando smetteremo di abituarci. È proprio lì, in quell’abitudine, che si annida il pericolo più sottile. Abbiamo imparato a fare i conti con una parola difficile – rassegnazione – che si traveste da realismo e convince interi quartieri che le cose non possono andare altrimenti. Ma la rassegnazione è una menzogna. Una menzogna comoda, seducente persino, perché chi si rassegna non sbaglia mai. Non rischia, non spera, non viene deluso. Si sistema nel dolore come in una casa che non piace ma che conosce a memoria. E pian piano convince anche gli altri a fare lo stesso, perché la rassegnazione ha bisogno di diventare aria che si respira, orizzonte che nessuno mette più in discussione. Ma è pur sempre una menzogna. Perché esime dal rischio più umano che esista: sperare. E poi alzo gli occhi. E il mondo fuori non è diverso. Le città bombardate, i bambini sotto le macerie, i padri che cercano i figli tra le rovine di case che non esistono più. Le guerre che vanno avanti perché qualcuno ha deciso che la forza è l’unico linguaggio che vale. La morte seminata con metodo, quasi con pazienza. I negoziati che si aprono e si chiudono, le tregue che durano il tempo di un annuncio. E intanto la gente muore, e intanto i bambini crescono imparando solo il suono delle sirene. E anche lì, anche lì, si sente la voce del realismo che dice: è sempre stato così, sarà sempre così.
No. Non accetto questa resa. Non perché sia ingenuo. Ma perché ho visto troppe volte la vita tornare dove sembrava impossibile. Ho tenuto per mano troppa gente che aveva smesso di credere nel domani e poi, un giorno, ha ricominciato. Non per un miracolo spettacolare. Per un gesto. Per una presenza. Per qualcuno che non se n’è andato. L’8 maggio, papa Leone viene a Napoli. Camminerà con noi, è il senso che abbiamo scelto per questa visita: Camminava con loro. Non viene a portare soluzioni. Non viene a risolvere ciò che noi non sappiamo risolvere. Viene a fare la cosa più semplice e più rivoluzionaria che esista: stare, camminare, essere presente nel mezzo. Portare il peso di uno sguardo che non si distoglie, che non cerca le parti belle della città per fotografarle e andar via. Uno sguardo che cerca le ferite, perché sa che è lì che si decide tutto, lì che si vince o si perde la partita più vera.
Emmaús non era una destinazione. Era una strada percorsa insieme da qualcuno che aveva smesso di credere. E la cosa straordinaria non è che sia apparso un angelo: è che qualcuno si è messo a camminare accanto a loro, nella loro stessa direzione, senza giudicarli e senza scappare dalla loro tristezza. Ha fatto finta di non sapere. Ha chiesto: di cosa parlate? Come se il dolore dell’altro meritasse di essere ascoltato prima ancora di essere consolato. Napoli, in fondo, ha bisogno di questo. Non di qualcuno che la guardi dall’alto e le dica cosa deve fare. Ma di qualcuno che scenda in strada, che guardi negli occhi la bambina che disegna case con il giardino, che si fermi nel quartiere dove i lampioni non si accendono, e dica: questo posto mi interessa, questa gente mi interessa, questa storia non è finita. Il realismo della speranza non è ottimismo. È qualcosa di più faticoso e di più bello. È scegliere, ogni mattina, di non dare per scontata la resa. È credere, contro ogni evidenza, che l’ultima parola sulla storia di un bambino, di una città, di un popolo in guerra, non sia già scritta. È sapere che la storia ha sempre avuto bisogno di qualcuno disposto a non cedere per primo. La bambina del quartiere buio lo sa già, con i suoi sette anni e le sue case col giardino. Forse tocca a noi imparare da lei.
Cardinale arcivescovo di Napoli

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