Il film, la processione, l’influencer: quei segnali di rinascita cristiana nei Paesi Baschi
di Andrea Galli
La Settimana Santa ha attirato l'attenzione su una delle regioni più secolarizzate dalla Spagna. Ecco perché

Euskadi, i Paesi Baschi, contendono alla Catalogna il triste titolo di comunità autonoma più secolarizzata di Spagna, con gli indici più bassi riguardo a numero di battezzati (cattolici) e di praticanti. Però come altre lande europee di tradizione cattolica che si è soliti considerare in inesorabile declino, ma che recentemente hanno mostrato segni di ripresa inaspettati (l’aumento di battesimi fra gli adulti, l’aumento di adulti che tornano a Messa, o la risposta giovanile a proposte pastorali varie) anche i Paesi Baschi stanno lanciando segnali interessanti. Ne consideriamo tre recenti, molto diversi fra loro.
Il primo è il film Los Domingos, della regista Alauda Ruiz de Azúa, uscito nel 2025 in Spagna e arrivato nelle sale italiane lo scorso 2 aprile, di cui Avvenire ha già parlato qui. Il film è stato il caso cinematografico dell’anno in terra iberica, vincendo cinque Premi Goya – gli Oscar spagnoli – tra cui quello per il miglior film. Racconta l’attrazione di una ragazza di 17 anni per la vita religiosa in un ordine di clausura: tema inusuale, storia che ha convinto la critica ed emozionato il pubblico. Non solo, storia che ha conciliato gli opposti: come ha detto un recensore entusiasta, José Ignacio Munilla, vescovo di Orihuela-Alicante, «è un miracolo che un film come questo possa essere visto e applaudito sia dai cattolici che dai non credenti, in un Paese così polarizzato come il nostro». Il film presenta un’altra particolarità: è ambientato nei Paesi Baschi (la regista si è ispirata all’ingresso in monastero di una ragazza conosciuta quando studiava all’Università di Bilbao) elemento che lo rende, sempre secondo Munilla, che ha guidato la diocesi basca di San Sebastián dal 2009 al 2021, ancora più sorprendente. E il vescovo ha aggiunto: «Che il cinema contemporaneo riesca a portare sullo schermo un tema del genere con tale rispetto è davvero straordinario», in riferimento anche al fatto che la regista si dichiara non credente.
A proposito di San Sebastián, l’ultimo Venerdì Santo c’è stata una grande, inattesa partecipazione alla spettacolare processione della Confraternita di Nuestro Padre Jesús Nazareno, che non si teneva in città da 50 anni. L’ultima volta era stata appunto nel 1976 e poi fu abbandonata per un insieme di fattori. Francisco Franco era morto l’anno precedente, la Spagna si trovava nella fase iniziale della sua transizione politica e nei Paesi Baschi la situazione era particolarmente tesa: cresceva il movimento indipendentista, erano frequenti gli scioperi, anche gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e il gruppo terroristico dell’Eta faceva sentire la sua presenza minacciosa. Inoltre la spinta secolarizzatrice fu improvvisa, la partecipazione alle celebrazioni eucaristiche diminuì velocemente. Lo scorso febbraio la diocesi di San Sebastian ha annunciato però il ritorno di questa storica manifestazione pubblica di fede. E la città ha risposto. Il Venerdì Santo a partire dalle 20.40 migliaia di persone hanno accompagnato il corteo sacro realizzato da 500 volontari. «La processione si è snodata con passo regolare per le vie di San Sebastián, tra l'emozione palpabile di molti dei presenti – si legge in un comunicato della diocesi – credenti e non credenti sono stati ugualmente toccati dalla solennità della processione», «si respirava un'atmosfera di intensa spiritualità e religiosità popolare, in cui, per gran parte del percorso, si potevano udire solo la banda, i tamburi e la grancassa, insieme al mormorio del vescovo che recitava il Rosario». E «nulla ha turbato la solennità o la dignità della processione».

Ventiquattro ore dopo, nella Veglia Pasquale celebrata in Cattedrale, ha ricevuto il Battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana Susana Arcocha, 29 anni, influencer di moda e consulente di immagine, che con i suoi 600mila follower su Instagram è il riferimento del settore modest fashion in Spagna. Il suo avvicinamento alla Chiesa era visibile da alcuni mesi nei suoi post. Lo scorso 25 ottobre, in un video sul suo canale YouTube, Susana ha raccontato come è maturata la sua conversione. Una testimonianza di cui riproponiamo ampi stralci, perché dice qualcosa dell’attrazione esercitata dal cattolicesimo su ventenni o trentenni cresciuti in una dimensione post-cristiana e sui percorsi esistenziali che portano molti di loro a un incontro liberante con la Chiesa.

« Voglio raccontarvi dall’inizio come si è svolto tutto il mio percorso di fede e di conversione, anche perché possiate capire da dove vengo e perché forse da ora in poi mi sentirete parlare di Dio più spesso. Se mi seguite su Instagram, avrete già notato che lì i contenuti religiosi, o meglio spirituali, stanno aumentando.
Per cominciare: io non sono battezzata, non ho fatto la comunione. I miei genitori, quando ero neonata, decisero di non battezzarmi, e questa cosa l’ho sempre portata come un dispiacere nel cuore. Ricordo che da bambina, avrò avuto dieci o undici anni, piangevo con mia nonna perché volevo essere battezzata, volevo far parte della comunità cristiana. Avevo questo forte desiderio di appartenenza, che credo sia così importante per l’essere umano: sentirsi accolto, sentirsi dentro un gruppo, sentirsi al sicuro. E io, sul piano spirituale, non sentivo questa appartenenza.
Mia nonna andò a parlare con il parroco e le dissero di sì, ma poi in qualche modo mi tolsero quest’idea dalla testa. Non so bene cosa accadde. Col tempo me ne dimenticai un po’. Passarono gli anni e, intorno ai quindici anni, ricordo che mio padre mi parlava molto di spiritualità. I miei genitori avevano praticato per molti anni la meditazione, e lui mi raccontava di alcune esperienze avute con Dio, di esperienze spirituali che a me sembravano incredibili. Pensavo: quel livello di felicità che si può provare, quel livello di pienezza… mi sembrava una cosa bellissima, una connessione con Dio quasi magica.
Così iniziai a interessarmene. Chiedevo a mio padre come si meditasse, come si facesse. Lui si mise in contatto con una maestra Zen, Ana María Schlüter, e lei gli disse che ero ancora troppo giovane per entrare in un gruppo di meditazione Zen, perché le sessioni duravano parecchio e non erano adatte a una ragazza della mia età. Però potevo iniziare a meditare a casa per dieci o quindici minuti al giorno, e andava bene così.
Mio padre mi insegnò quindi a meditare, mi mostrò la posizione del loto e tutto il resto. E lì cominciai a vedere cose che nel mondo Zen ti spiegano: quando sei molto concentrata, la mente può produrre effetti visivi che sembrano impressionanti. Io vedevo oggetti muoversi, vedevo ondulazioni, e pensavo che mi stessi avvicinando a Dio. Ma non era così: erano semplicemente effetti della mente.
Passarono gli anni. Continuai a meditare, ma sempre di rado. Però in qualche modo ho sempre creduto in Dio, ho sempre avuto questa fede. Nella mia adolescenza, però, attraversai periodi molto duri di bullismo scolastico, e la mia autostima ne uscì distrutta.
Ero sinceramente a pezzi dentro. Le persone che mi insultavano in realtà non mi conoscevano affatto: semplicemente avevano deciso che non piacevo loro, e si erano accanite contro di me. Si presero gioco di una parte molto importante per una donna, ed è per questo che quegli insulti furono così duri: colpivano la mia femminilità, la mia dignità. Sono ferite che poi, da giovane adulta, ho dovuto lavorare molto per guarire. Dopo questa fase entrai in un periodo di forte ansia […] Poi arrivò l’università, e lì crollai. Cominciai ad avere attacchi di ansia fortissimi e sprofondai nel punto più buio della mia notte oscura dell’anima. Arrivai a credere di stare morendo. Ogni sera pensavo di morire, non riuscivo a guardare la televisione perché credevo che mi stesse venendo un attacco di panico, pensavo di impazzire. Fu allora che capii di aver bisogno di aiuto, perché da sola non ce la facevo più.
Cercai aiuto psicologico. Prima mi portarono da uno psicologo che voleva che continuassi a studiare, ma io ero già troppo sprofondata nel mio buio per poter andare avanti con una vita normale. Poi trovai un’altra psicologa, con cui restai per un paio d’anni, e che mi aiutò a capire come funzionava la mia mente. In quei due anni di oscurità iniziai a fare yoga. . Cercavo risposte a tutte le mie domande: perché mi stava succedendo tutto questo? Perché ero così spezzata? Perché la mia mente mi faceva questo? Sarebbe mai tornata la luce?
Per quanto mi sforzassi, non dipendeva da quello: il mio sistema nervoso era rotto. Sono temi su cui potremmo approfondire ancora molto, come quello dell’ansia. E poi arrivò la mia conversione.
La conversione arrivò circa tre anni fa, quando avevo ventisei anni. Con tutto quel mondo della spiritualità, dei chakra e così via, sentivo dentro di me che stavo dando troppo credito a spiritualità di altre culture, ai loro modi di intendere lo sviluppo spirituale, mentre stavo negando la mia stessa cultura, che è quella cristiana. Io sono cresciuta in Spagna, in Europa: questa è la culla della nostra cultura occidentale. E sentivo di starla negando.
Cominciai a interrogarmi: tutti questi chakra, tutti questi mantra in sanscrito… che cosa sto facendo? Perché devo andare così lontano, se le risposte le ho già vicino? Mi dava l’impressione che tutti gli esseri umani passino per una fase in cui rifiutano ciò che hanno intorno: la famiglia, la città, la lingua, la cultura. Ci sembra che le risposte siano sempre in ciò che è esotico, lontano, straniero, perché se in casa nostra siamo stati male, pensiamo che lì non possa esserci la soluzione. Ma molte volte non è così: proprio lì dove sei nata, proprio lì dove Dio ti ha messa, è probabile che si trovino anche le risposte ai tuoi mali.
Così mi dissi: tutta questa impalcatura mentale fatta di meditazione, manifestazione, chakra e divinità estranee alla mia cultura, perché non lasciarla da parte? Perché non dare una struttura a questa fede che già ho, a questa certezza che Dio esiste? Una struttura che, per il mio sistema nervoso, per il mio codice più profondo, sia familiare. Tutti i miei antenati sono stati cristiani, cattolici. Perché non cercare lì qualcosa che potesse portarmi ancora più pace?
Quando sei spezzata dentro, hai bisogno di pace. E la pace non la trovi scappando, viaggiando, piangendo chiusa in camera o restando a letto. La pace arriva quando il tuo sistema nervoso trova un luogo sicuro in cui può funzionare in modo sano. Una casa dove sentirti bene, un lavoro dove sentirti al sicuro, routine che ti facciano sentire protetta. E se al tuo sistema nervoso offri anche una struttura religiosa che gli è familiare, come per me era il cattolicesimo, ti senti ancora più al sicuro. Questa è stata la mia esperienza.
A quel punto entrai in una chiesa. Mi dissi: entro e vedo che cosa succede. Nel frattempo avevo conosciuto una ragazza della mia età che era molto cristiana. Fino ad allora non avevo mai conosciuto una persona giovane, elegante, tradizionale, cristiana. Non frequentavo quegli ambienti. Lei entrò nella mia vita e mi colpì molto il suo modo di essere: bella, giovane, e andava a messa. Mi sembrava stranissimo, ma dato che ormai avevo in mente l’idea di tornare alle mie radici, decisi di provare e andare anch’io a Messa. Una domenica, credo fosse estate, andai a Messa nella cattedrale della mia città, il Buon Pastore. Quando entrai, sentii una grande pace. Ebbi la sensazione che la chiesa mi stesse abbracciando, come se stesse calmando tutto il mio sistema nervoso. Era una sensazione simile a quella della meditazione, di uno stato profondo di rilassamento, ma lì sentii che la struttura stessa di quella chiesa era fatta per la mia anima.
Non so dirvi di più. Sentii come se quei colori, quelle vetrate, quelle colonne slanciate verso il cielo mi stessero collegando direttamente con Dio. Ma era solo l’inizio, perché poi rimasi per la messa. Non scelsi una celebrazione particolare: semplicemente entrai. A un certo punto sentii l’organo della chiesa, vidi entrare il vescovo e iniziare la liturgia. E a ogni parola, a ogni canto, a ogni nota di quell’organo, io non riuscivo a smettere di piangere.
Passai tutta la Messa, o quasi tutta, a piangere perché sentivo di essere a casa. Sentii di nuovo, come quando avevo dieci anni, di appartenere a un luogo in cui ero accolta. Per me era qualcosa di completamente nuovo, perché durante l’adolescenza avevo sperimentato tantissimo rifiuto, soprattutto entrando in luoghi nuovi. E quella paura si era impressa nel mio sistema nervoso e nella mia mente subconscia: quando entri in un luogo nuovo, non sei al sicuro. Lì sentii l’esatto contrario. Nessuno mi guardava, nessuno mi giudicava. Il luogo era bellissimo, di una bellezza incredibile. E quella bellezza la sentivo anche dentro di me, come se quel posto fosse stato fatto per me.
Piangevo come sto piangendo ora nel raccontarlo, perché la sensazione di essere a casa non si può paragonare a nulla. Quando uscii, ero sconvolta e anche imbarazzata. Pensavo: ma che mi sta succedendo? Lo raccontai alla mia amica e lei mi disse soltanto: sì, è Dio.
Così continuai ad andare. La domenica successiva tornai, e mi successe di nuovo. Piangevo e piangevo, e capii che lì stava davvero accadendo qualcosa. Guardavo gli altri: loro non piangevano, mentre io ero travolta dall’emozione. Ogni parola del sacerdote mi arrivava direttamente al cuore. Era come se tutti quegli anni passati a studiare altre culture, ad aprire la mente, ad allargare la coscienza, mi avessero aiutata ad abbracciare la mia stessa cultura con molto più amore, con un amore più ampio e una comprensione diversa.
Per mesi continuai a piangere a ogni Messa. E, a dire il vero, succede ancora oggi: vado a Messa e continuo a commuovermi, anche se non è nella mia chiesa. Entro in qualunque chiesa e mi viene da piangere, perché mi sembra tutto così bello. Non solo il rito, ma il fatto che Dio sia presente in ogni Messa. Non voglio entrare qui in questioni teologiche, ma a me andare a Messa tocca il cuore […]»
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