Arriva in sala "Los Domingos". La regista: «Racconto il mistero della vocazione»

Il film indaga la crisi di una famiglia laica di fronte alla scelta inaspettata della figlia adolescente di entrare in clausura. Ruiz de Azúa: «Ho voluto esplorare la difficoltà dei genitori nell’accettare scelte radicali»
April 2, 2026
Arriva in sala "Los Domingos". La regista: «Racconto il mistero della vocazione»
Un fotogramma dal film “Los Domingos” della regista Alauda Ruiz de Azúa
Il mistero d’amore di una vocazione religiosa, il sentirsi chiamare per nome da Dio, la certezza di essere stati scelti. Ma anche la diffidenza, se non addirittura l’ostilità, degli altri verso un dono e un progetto difficili da comprendere. Ad affrontare questi temi è l’opera seconda della regista e sceneggiatrice spagnola Alauda Ruiz de Azúa, Los Domingos (“Le domeniche”), miglior film al Festival di San Sebastián, che racconta la storia di Ainara, brillante diciassettenne impegnata a decidere cosa studiare all’università. La sua famiglia attende di conoscere la sua scelta, ma inaspettatamente la ragazza, che sostiene di sentirsi sempre più vicina a Dio, annuncia la decisione di abbracciare la vita di suora di clausura. La notizia coglie di sorpresa il padre e la zia di Ainara (orfana di madre), causando una frattura e mettendo tutti a dura prova. Abbiamo parlato con la 48enne autrice del film, nelle sale da oggi con Movies Inspired, che con grande sensibilità restituisce tensioni profonde, dubbi, paure, interrogativi, ma anche l’amore profondo dal quale la giovane protagonista si sente circondata, il senso più autentico di una scelta radicale, la felicità di aver ascoltato e riconosciuto la chiamata.
Alauda, da dove arriva questa storia?
«Tutto è iniziato tempo fa, quando ero molto giovane. Non ho ricevuto un’educazione religiosa e non sono credente, ma nell’università che frequentavo c’era una ragazza di circa 20 anni che aveva deciso di diventare suora. Una scelta che all’epoca consideravo scioccante e che aveva scatenato grandi curiosità sulle ragioni che spingono una giovane donna, nel momento in cui si apre al mondo, a una scelta così radicale come la vita di clausura, chiusa in un convento. Questa curiosità è rimasta con me per molto tempo spingendomi a iniziare delle ricerche e scoprendo quanto le vocazioni religiose di ragazze e ragazzi causassero problemi e conflitti all’interno delle famiglie, anche in quelle molto credenti. I genitori si sentono a lungo responsabili delle scelte dei figli, pensano sempre di sapere quello che è meglio per loro. Rinunciare a questo intervento significherebbe venire meno alle proprie responsabilità. Un sentimento universale». 
E cosa ha scoperto con le sue ricerche?
«Il dolore delle famiglie è provocato dalla paura che i loro ragazzi siano vittime di indottrinamento, che la loro fragilità abbia prestato il fianco a una sorta di persuasione forzata spingendoli a una decisione troppo estrema e precoce. Alla scelta di un’altra famiglia. Molti dei parenti, così come la zia della protagonista, vorrebbero che quella decisione fosse rimandata, maggiormente ponderata, scontrandosi con il senso di urgenza di chi si sente chiamato a una nuova vita. Ho cercato di esplorare queste contraddizioni con grande rispetto e onestà».
Ha affermato di non essere credente, ma lo stato d’animo di Ainara, avvolta da quell’amore divino, è espresso nel film con molta chiarezza.
«Ho parlato con molte persone che hanno vissuto esperienze come questa, raccogliendo i punti di vista delle famiglie scettiche, dei giovani che hanno seguito la propria vocazione religiosa, degli ordini religiosi che li hanno accolti, e anche di chi ha invece cambiato idea decidendo di abbandonare quella vita. Ho ascoltato anche psicologi, consulenti spirituali impegnati ad accompagnare i ragazzi che si sentono chiamati, per comprendere la forza delle loro convinzioni. Non volevo inventare nulla, né rischiare di rendere caricaturali certi personaggi perché quel mondo religioso esiste con le sue regole e rituali. Ho cercato un approccio antropologico fatto di documentazione, rispetto e desiderio sincero di comprendere il viaggio emotivo di tutti colore che sono coinvolti da un’esperienza del genere. Non ho mai avuto l’ambizione di “spiegare la fede”, il mistero che si cela dietro certe scelte, ma di riflettere sul percorso umano dei protagonisti, con i loro dilemmi e sentimenti. L’equilibrio di una famiglia che esplode quando entrano in campo paure e pregiudizi anche ideologici».
Di cosa le ha parlato chi le ha raccontato della volontà di rispondere alla chiamata di Dio?
«Di un grande amore da cui si sentivano travolti. Di un amore molto potente e irrinunciabile che volevano trasmettere anche agli altri, per aiutarli con la preghiera. Di un amore inspiegabile a parole e contro il quale non puoi combattere».
Se il padre di Ainara cerca di comprendere le ragioni della ragazza, sua zia si dimostra inflessibile nel condannarla.
«Quello di Maite è un personaggio pieno di contraddizioni e di pregiudizi, interessante per esplorare i limiti della tolleranza. Personalmente non approvo le sue resistenze volte a “salvare” Ainara, ma comprendo le sue paure, il desiderio che la nipote faccia altre esperienze di vita prima di decidere di chiudersi in un convento. Anche questa è una forma di amore. Nessuno dei personaggi del film è perfetto, ma è proprio questa complessità a interrogarmi. Il film in Spagna ha sollevato forti dibattiti e questo mi ha fatto molto piacere».
Crede che la realizzazione del film abbia cambiato il suo punto di vista sulla vocazione?
«Senza dubbio. Ho conosciuto molte persone che hanno trovato la felicità nella loro scelta religiosa. Difficile ora non tenere conto di questo».

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