Poveri con un lavoro: in 13 milioni a rischio

I dati Istat 2025 certificano che il reddito medio familiare è salito a 39.501 euro, ma un occupato su dieci vive ancora sotto la soglia di povertà. In termini reali, le famiglie italiane guadagnano ancora meno del 2007
April 2, 2026
Poveri con un lavoro: in 13 milioni a rischio
C'è un numero che racconta meglio di altri la condizione delle famiglie italiane oggi: 13,2 milioni. Sono le persone che nel 2025 vivevano a rischio di povertà o esclusione sociale, il 22,6% della popolazione. Un punto percentuale in meno rispetto all'anno precedente, ma pur sempre quasi un italiano su quattro che ogni mattina si alza con il peso di un'esistenza economicamente precaria. Nel presentare i dati, l'Istat parla di "segnali di miglioramento delle condizioni di vita", e i numeri in effetti mostrano qualche progresso. La quota di famiglie a bassa intensità di lavoro è scesa dall'9,2% all'8,2%, trainata dalla crescita dell'occupazione che ha caratterizzato gli ultimi anni. Il reddito medio familiare nel 2024 ha raggiunto i 39.501 euro annui, con un aumento del 4,1% in termini reali rispetto all'anno precedente, il rimbalzo più significativo dopo due anni consecutivi di contrazione. La crescita ha interessato tutto il Paese, con il Nord-est in testa a +5,2% in termini reali e il Nord-ovest più indietro a +2,7%. Sul fronte della disuguaglianza, il rapporto tra il quinto più ricco e il quinto più povero della popolazione è sceso da 5,5 a 5,1.
Restano, però, crepe sociali profonde. Il dato più inquietante è forse quello che riguarda chi lavora. Un occupato su dieci - esattamente il 10,2% di chi ha tra i 18 e i 64 anni e ha lavorato per più della metà dell'anno - vive comunque in una famiglia al di sotto della soglia di povertà. Il lavoro, che avrebbe dovuto essere il principale strumento di emancipazione sociale, non garantisce più da solo condizioni di vita dignitose. Il fenomeno non è nuovo, ma la sua stabilità è significativa: il dato era al 10,3% nel 2024, praticamente invariato. A pagare il prezzo più alto sono gli stranieri - per loro il rischio di povertà lavorativa arriva al 25,9%, contro l'8,3% degli italiani - e chi non può contare su un secondo reddito familiare. Nei nuclei con un solo percettore l'incidenza sale al 20,4%, mentre scende al 5,7% quando in casa lavorano almeno tre persone. È la geometria della sopravvivenza economica nell'Italia di oggi: non conta solo quanto guadagni, ma quante voci entrano nel bilancio domestico.
Significativo anche il dato di genere. Le donne registrano un rischio di povertà lavorativa inferiore agli uomini (8,2% contro 11,7%), ma non perché guadagnino di più: al contrario, hanno una probabilità maggiore di svolgere lavori a basso reddito. Il motivo, spiega l'Istat, è che "spesso le donne sono seconde percettrici di reddito da lavoro nel nucleo familiare". Tradotto: la loro condizione statistica migliora perché il reddito del partner compensa. Non esattamente un'emancipazione. I miglioramenti aggregati nascondono sacche di fragilità che non accennano a ridursi. Tra i nuclei monogenitoriali il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 31,6%; tra le coppie con tre o più figli il 30,6%. Il Mezzogiorno rimane una realtà a sé: il 38,4% della popolazione meridionale vive in condizioni di rischio, contro l'11,3% del Nord-est. Quasi quattro volte tanto.
Il dato sugli stranieri è ancora più netto: nelle famiglie con almeno un componente di cittadinanza non italiana il rischio sale al 41,5%, in aumento rispetto all'anno precedente, mentre per le famiglie composte esclusivamente da italiani l'indicatore scende al 20,1%. Due Italie che convivono, spesso nella stessa città, ma su piani socioeconomici lontanissimi. La distribuzione del reddito racconta la stessa storia per sottrazione. Le coppie con figli mostrano i valori mediani più elevati, mentre le famiglie monogenitoriali e gli anziani soli si collocano stabilmente sui gradini più bassi. Chi è solo, a qualsiasi età, paga il prezzo più alto, senza la rete di un secondo reddito a fare da ammortizzatore.
In salita, peraltro, il dato che riguarda la grave deprivazione materiale e sociale, quella condizione estrema in cui le famiglie non riescono a permettersi beni o servizi considerati essenziali: è salita dal 4,6% al 5,2%. Un peggioramento che segnala come, per una fascia minoritaria ma non trascurabile di popolazione, la situazione non stia affatto migliorando.
C'è un'altra cifra che vale la pena tenere a mente. Nonostante la crescita del 2024, il reddito medio familiare in termini reali è ancora inferiore del 4,9% rispetto al 2007, l'anno prima che la crisi finanziaria globale cominciasse a mordere. Quasi vent'anni dopo, le famiglie italiane non hanno ancora recuperato il terreno perduto. Il reddito mediano si attesta a 31.704 euro annui, circa 2.642 euro al mese. E proprio mentre questi numeri vengono pubblicati, il 2026 si apre con segnali preoccupanti, con la nuova fiammata dei costi energetici e il rischio di rialzo dell’inflazione. Anche sul fronte occupazionale, i dati di febbraio diffusi sempre dall’Istat due giorni fa hanno fatto registrare una frenata: 29mila occupati in meno rispetto a gennaio, tasso di occupazione al 62,4%. Una battuta d'arresto che rimette in discussione uno dei principali motori del miglioramento registrato nel 2025.
In un Paese in cui lavorare non basta ancora a stare fuori dalla povertà e in cui il reddito reale delle famiglie non ha ancora recuperato i livelli di quasi vent'anni fa, la fragilità non sembra più un’anomalia da correggere, ma un dato strutturale che nessun rimbalzo del reddito medio, per ora, ha scalfito davvero.

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