Gli stipendi in Italia, ecco cosa dicono i lavoratori

All'indagine hanno partecipato dipendenti diretti dell'azienda, somministrati attualmente in forza o dimessi e follower della pagina LinkedIn di Nhrg
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May 28, 2026
Gli stipendi in Italia, ecco cosa dicono i lavoratori
La presentazione della ricerca sugli stipendi dell'Osservatorio Nhrg
È stata presentata presso Spazio Mastai - Palazzo dell'Informazione Adnkronos, la ricerca Gli stipendi in Italia: cosa dicono i lavoratori, realizzata dall'Osservatorio di Nhrg con l'obiettivo di analizzare la situazione salariale nel nostro Paese attraverso il punto di vista diretto dei lavoratori. Sono intervenuti, Gianni Scaperotta, amministratore delegato di Nhrg, Daniela Spaziano, responsabile Hr di Nhrg, Massimiliano Carlomosti, direttore generale di Alba, Agostino Di Maio, direttore generale di Assolavoro e Andrea Garnero, senior economist al Dipartimento occupazione e affari sociali dell'Ocse. All'indagine hanno partecipato lavoratori dipendenti diretti dell'azienda, lavoratori somministrati attualmente in forza o dimessi e follower della pagina LinkedIn di Nhrg, offrendo così uno spaccato ampio e trasversale del mondo del lavoro.
Il tema degli stipendi in Italia è sempre più attuale nel nostro Paese e sempre di più le aziende vivono la difficoltà di garantire ai lavoratori una remunerazione rispondente alle loro aspettative, in relazione ai costi e alla competitività di mercato. Elaborazioni provenienti da varie fonti, JP Salary Outlook 2026, JobPricing 2024-2025, rapporti Ocse/Istat, dicono che il 76% degli italiani guadagna meno di 30mila euro lordi annui e che l'Italia è al 22esimo posto su 38 Paesi Ocse per salari medi, posizionandosi ultima tra i grandi Paesi europei per crescita degli stipendi reali negli ultimi 30 anni. Dai dati emerge innanzitutto che il 67,24% dei partecipanti rientra nella fascia d'età compresa tra i 26 e i 50 anni. Tra questi, il 38,5% dichiara una Ral-Retribuzione annua lorda inferiore ai 18mila euro, mentre il 40,8% si colloca nella fascia tra i 18mila e i 28mila euro. La ricerca evidenzia inoltre una forte percezione di stagnazione salariale: soltanto il 29,89% dei lavoratori intervistati afferma di aver ricevuto un aumento di ral o un avanzamento di livello negli ultimi due anni. Sul fronte della soddisfazione economica, il 41,21% ritiene che il proprio stipendio non sia adeguato alle mansioni svolte, all'esperienza maturata né alle condizioni generali del mercato del lavoro. Particolarmente significativo il dato relativo alla capacità di risparmio: il 67,24% dei lavoratori dichiara di non riuscire a risparmiare regolarmente, mentre il 41% sostiene che lo stress economico influisca in maniera rilevante sul proprio benessere personale e sulla qualità del lavoro. Quasi la totalità degli intervistati, pari al 91,95%, ritiene necessario un aumento della propria retribuzione nei prossimi 12 mesi. Le aspettative di incremento salariale risultano distribuite in modo piuttosto omogeneo tra il 5% e il 20% della Ral. Dalle risposte aperte emergono indicazioni particolarmente rilevanti: i lavoratori individuano come priorità assoluta l'adozione di sistemi oggettivi di valutazione delle competenze e delle performance, ritenuti fondamentali per garantire una gestione meritocratica e non ad personam delle risorse umane. L'aumento della retribuzione si colloca solo al secondo posto tra le azioni considerate più efficaci per migliorare la soddisfazione lavorativa. 
Le risposte confermano dunque la forte esigenza di strumenti trasparenti ed equi di valutazione professionale, in grado di sostenere percorsi di crescita retributiva basati sul merito e di aumentare il livello di soddisfazione dei dipendenti. Tra le misure considerate di maggiore valore aggiunto figurano inoltre benefit aziendali, welfare e smart working, percepiti come strumenti necessari soprattutto nei casi in cui non sia possibile intervenire direttamente sulla retribuzione base. Molti lavoratori sottolineano inoltre una percezione di scarsa conoscenza, da parte delle aziende, delle reali competenze e professionalità interne, fattore che alimenterebbe dinamiche poco meritocratiche e trattamenti percepiti come non equi. Resta comunque una quota, seppur minoritaria, pari a circa il 20% degli intervistati, che dichiara di lavorare in un'azienda considerata equa e in grado di garantire soddisfazione retributiva. «Nhrg considera queste evidenze uno strumento prezioso di ascolto e analisi - spiega Scaperrotta - e farà tesoro delle indicazioni emerse per migliorare ulteriormente la gestione del proprio capitale umano, rafforzando attenzione, equità e valorizzazione delle persone. I dati relativi alla ricerca che abbiamo realizzato sugli stipendi non sono incoraggianti. Noi abbiamo deciso di fare questa indagine perché sono 20-30 anni che i nostri stipendi in confronto ai Paesi dell'Europa occidentale e dell'Ocse crescono poco. Quindi bisogna fare qualcosa e bisogna lavorare su tanti punti, sicuramente il cuneo fiscale che comunque come sappiamo è alto, sicuramente velocizzare i rinnovi di tanti contratti collettivi nazionali che spesso tardano ad essere rinnovati, combattere comunque anche tutti quei contratti che chiamiamo gialli che pagano poco le persone. C'è poi il lavoro nero che in Italia conta più di tre milioni di lavoratori. L'economia sommersa pesa per il 10% del Pil, ma secondo me una cosa importantissima è aiutare le aziende ad essere più produttive e puntare sulla formazione delle persone, perché le persone sono il vero valore delle aziende e sono il vero patrimonio delle aziende, quindi formarle per creare delle competenze per farli. Guadagnare di più e le aziende devono performare di più. Noi come Agenzia per il lavoro sicuramente siamo tutti i giorni vicino alle aziende. Noi a livello retributivo assumiamo il riferimento al contratto collettivo che applica l'azienda cliente, quindi la paga oraria oggi di un somministrato che lavora con un'agenzia per il lavoro è superiore ai 15 euro, quindi non è quello il problema. Però sicuramente dobbiamo puntare proprio sul miglioramento del potere d'acquisto di tutti i lavoratori».  
«Le ultime indagini evidenziano come i giovani pongono sempre di più al centro dei loro bisogni l'elemento retributivo. Quindi c'è, oltre ad una ricerca di senso e ad un equilibrio nel momento del lavoro e nel momento della vita privata, anche un riconoscimento economico delle competenze - sottolinea Di Maio -. Le aziende chiedono ai giovani che entrano nel mercato del lavoro di saper fare tante cose, di avere competenze verticali e anche competenze di carattere orizzontale. Noi riteniamo che queste competenze vadano adeguatamente retribuite. Le Agenzie per il lavoro hanno un livello retributivo medio che supera i 15 euro l'ora, quindi si pone bene al di sopra del limite legale e questo vuol dire che i nostri lavoratori sono tutelati e soprattutto la somministrazione rappresenta una forma di flessibilità legale che si pone anche in termini di contrasto rispetto a forme diciamo meno tutelanti. Noi continueremo a fare il nostro lavoro e occasioni come questa sono anche utili per fare il punto in termini anche scientifici sulla base di rilevazioni oggettive su dove sta andando il mercato del lavoro nel nostro Paese».  
«Alba è un'azienda di servizi logistici che opera su tutto il territorio nazionale, applica contratti collettivi nazionali di primo livello e ha nella sua attività principale la gestione delle commesse. Oggi più che mai è un lavoro utile per tutta la popolazione perché connette l'Italia da Venezia a Catania e dà anche lavoro stabile e qualitativamente di prospettiva. Questo perché oggi con l'automazione, con l'intelligenza artificiale, con la meccanizzazione questo settore sta avendo delle evoluzioni importanti e questo non vuol dire che va a sostituzione del personale, ma lo integra, lo facilita e lo agevola. Questo secondo me è stato un elemento che deve essere maggiormente enfatizzato. Molto spesso nei dibattiti si parla dell'intelligenza artificiale come se fosse una cosa che cancella il lavoro delle persone, ma non è così se c'è competenza e formazione. Alba fa parte dell'Osservatorio del Politecnico di Milano dove quindi vediamo le tendenze. Molte aziende la stanno utilizzando non in maniera strutturata, magari sono più iniziative di dipendenti più emancipati, ma non si può dire minimamente che l'intelligenza artificiale oggi stia togliendo o stia arrecando precarietà, tutt'altro, anzi sta agevolando e sta portando enormi benefici, sia nei processi e che nell'ambiente di lavoro. Rispetto a questo sviluppo c'è tanta attesa perché poi questa è una vera rivoluzione industriale che impone una velocità pazzesca, ma sicuramente possiamo parlarne solo positivamente», conclude Carlomosti. 

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