La famiglia al posto della spesa. Rispunta l'ipotesi delle domeniche “senza carrello”

Ancc-Coop torna a chiedere le chiusure domenicali. Il presidente Dalle Rive: favorirebbe la coesione sociale. Le associazioni familiari: il consumo senza limiti acuisce la solitudine
January 9, 2026
Clienti in un supermercato di domenica
Clienti in un supermercato di domenica
Chiudere i supermercati la domenica per riscoprire il tempo più lento della festa, dello stare insieme in famiglia senza l’ansia da acquisto. La richiesta di un passo indietro sulla strada delle liberalizzazioni intrapresa nel 2011 dal governo Monti, che ha fatto dell’Italia uno dei Paesi europei con i negozi sempre aperti, arriva dal presidente dell’Ancc-Coop, l’associazione nazionale cooperative di consumatori, Ernesto Dalle Rive. E sta suscitando un dibattito acceso tra i sostenitori, convinti della necessità di ripensare un modello che non ha prodotto l’aumento dei consumi sperato ma ha eroso la coesione sociale, e i detrattori che considerano la proposta anacronistica e ad assoluto vantaggio delle piattaforme digitali. «Siamo partiti da due considerazioni – spiega Dalle Rive ricordando che ad Ancc-Coop aderiscono 72 cooperative con oltre 57mila dipendenti e 9 milioni di clienti ogni settimana nei 2.200 supermercati –. La prima è che da anni, dopo l’euforia post-Covid, le famiglie dei nostri soci e dei nostri clienti ci segnalano una forte contrazione della capacità di spesa. Si compra meno e si spende di più. Le liberalizzazioni sono state introdotte per favorire i consumi ma oggi il problema è la diminuzione del potere d’acquisto, non l’aumento del servizio. La seconda motivazione riguarda la crescente sensibilità sul tema della conciliazione da parte dei lavoratori, in particolare in fase di reclutamento». A livello economico la chiusura domenicale porterebbe un vantaggio non indifferente visto che il lavoro festivo cosa in media il 30-40% in più. Risorse stimate tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro l’anno (in base ad un lavoro dell’ufficio studi di Mediobanca) a fronte di un disagio che riguarderebbe appena il 10% degli italiani secondo un’indagine realizzata su un campione di 965 consumatori da Coop. «Il 43% degli intervistati sottolinea che in caso di chiusura del proprio supermercato cambierebbe il giorno in cui abitualmente fa la spesa, a dimostrazione che un altro modello di consumo è possibile». Il risparmio potrebbe venire reinvestito a vantaggio delle famiglie con una riduzione dei prezzi e una politica di promozioni più ampia. «La nostra intenzione è di avviare una riflessione su dove stiamo andando come società, quali sono i valori che vogliamo tutelare. Siamo pronti ad aprire un dibattito, sia a livello politico che imprenditoriale, senza tabù». Le reazioni degli altri operatori del settore però sono di chiusura totale: impossibile tornare indietro dopo 15 anni.
«Si tratta di una proposta antistorica che non ha aderenza alla realtà, la società è cambiata, ci sono molte famiglie, nelle grandi città anche il 35%, mono-genitoriali che hanno esigenze di flessibilità» sottolinea Alberto Buttarelli presidente di Federdistribuzione che rappresenta le aziende della distribuzione moderna alimentare e non (tra le altre colossi come Esselunga, Pam, Despar e Bennet) con 18mila punti vendita e 225mila addetti. L’impatto sull’occupazione, secondo Buttarelli, sarebbe devastante a partire dai giovani visto che grazie al contratto part-time possono lavorare nel week-end e pagarsi gli studi, senza considerare che nei centri commerciali la domenica rappresenta in media il 30-40% delle vendite. Anche Confcommercio respinge al mittente l’ipotesi di domeniche senza carrello. «La premessa è che l’apertura domenicale è una facoltà non un obbligo – spiega Enrico Postacchini della giunta nazionale –. Ogni azienda può scegliere liberamente. Il nocciolo della questione è che non si può abdicare al ruolo di presenza sul territorio perché si favorirebbe la concorrenza sleale dell’e-commerce. Il mercato in questi anni si è autoregolamentato: è stato raggiunto un equilibrio tra grande distribuzione e negozi di vicinato, e di fatto una chiusura quasi totale durante i super-festivi». Favorevoli alla domenica senza spesa le associazioni familiari che aderiscono all’European Sunday Alliance, una rete di cento realtà, tra chiese cristiane, sindacati, datori di lavoro ed enti. Al di là del paradosso economico, i consumi si “spalmano” su più giorni ma non aumentano, è importante ipotizzare che ci sia un giorno di “disconnessione” non solo dal lavoro e che sia lo stesso per tutti i membri della famiglia. «Finalmente si rimette al centro un tema che sembrava finito nel dimenticatoio – sottolinea il presidente della Fafce (la Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa) Vincenzo Bassi –. Il consumo esasperato porta soltanto solitudine che è la malattia più grave dei nostri tempi. Forse tenere i negozi chiusi può aiutare la comunità a trovare altri luoghi d’incontro che non siano i centri commerciali». In Europa, del resto, ci sono situazioni assai differenti: in Germania, Austria e Svizzera i negozi sono chiusi la domenica, con alcune eccezioni nelle zone turistiche, e molte limitazioni ci sono anche in altri Paesi come Norvegia, Belgio e Francia. «I dati ci dicono che i volumi di acquisto non sono proporzionali al numero di giorni di apertura. Ci sono Paesi che hanno adottato una politica differente, salvaguardando la domenica come giorno di festa. Chi studia le relazioni sa che il tempo è una variabile fondamentale soprattutto quando si parla del rapporto genitori-figli. Il tempo libero deve essere “sincrono” per favorire la partecipazione ad eventi familiari, penso alle partite, ma anche di comunità» aggiunge Adriano Bordignon, presidente del Forum nazionale delle Associazioni familiari. Secondo il quale un’inversione ad “U” però non è al momento ipotizzabile. «Bisogna andare verso una mediazione con una chiusura in un numero significativo di domeniche. Un esempio potrebbe essere il sistema di turnazione delle farmacie» continua Bordignon. La speranza è che questo tempo condiviso in famiglia, “sottratto” ad altre attività, finisca per avere degli effetti positivi anche sul fronte della natalità.

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