Non solo petrolio: ci sarebbe l'eolico galleggiante, ma in Italia non riesce a partire

I progetti sono pronti e le richieste sono state presentate: può essere una grande opportunità di nuova energia verde. Il governo non convoca le aste, e così tutto resta fermo.
January 8, 2026
Non solo petrolio: ci sarebbe l'eolico galleggiante, ma in Italia non riesce a partire
Il cantiere per la realizzazione di un parco eolico offshore di Orsted, leader globale del settore/ IMAGOECONOMICA
Alcune Regioni, come l’Emilia Romagna, li vogliono. Altre, come la Sardegna, no. Un decreto li prevede. Il governo nicchia, anche se diversi progetti hanno già superato la Valutazione d’Impatto Ambientale. Ad oggi non è stato pubblicato il calendario delle aste per la realizzazione di parchi eolici offshore, al largo delle coste marine. In un momento storico in cui le guerre si fanno per i pozzi di petrolio e gas, diventano decisive queste turbine galleggianti che potrebbero fare crescere in modo significativo la quota di elettricità prodotta da energie rinnovabili e quindi ridurre il fabbisogno di idrocarburi. Ma le fatiche dello sviluppo dei progetti in Italia confermano quanto resti problematica la messa a terra della transizione energetica verso fonti pulite.
Sarebbe tutto in linea con la politica green dell’Unione europea. I costruttori sono privati. Gli impianti costano quattro miliardi per gigawatt di potenza installata. Lavorano trent’anni e si ripagano in venticinque, con la vendita dell’elettricità prodotta a una tariffa concordata in anticipo con lo Stato. Se il prezzo dell’energia è inferiore alla tariffa lo Stato copre la differenza, se invece sale è il privato a rimborsare. Se si bandissero le aste oggi, secondo gli ambienti governativi, i concorrenti risulterebbero pochi per una reale competizione e il risparmio per le bollette potrebbe rivelarsi limitato. Ad ora, il contributo pubblico sarebbe a un euro al mese per famiglia. E comunque scatterà nel 2032, quando saranno scaduti gli altri conti energia.
Aero, associazione di categoria delle energie rinnovabili offshore, riunisce 63 società. Il presidente, Fulvio Mamone Capria, ha scritto al ministro dell’Ambiente: temporeggiare – sostiene - significa danneggiare la filiera produttiva che, ad eccezione della produzione di eliche e turbine, è interamente nazionale. In Italia si costruiranno i floater, “navi” da quattromila tonnellate su cui montare gli aerogeneratori e si investirà su porti e logistica. E poi c’è la sicurezza energetica, la decarbonizzazione… «È indispensabile procedere con rapidità all’attuazione del Decreto Fer2 – conclude la lettera -, partendo da una pronta pubblicazione del calendario delle aste, con una prima asta nel 2026, passaggio essenziale per sbloccare i 3,8 GW dedicati all’eolico offshore, da aggiudicare entro il 2028, che sono parte rilevante dei 4,6 GW previsti».
Aero non esclude un contenzioso con lo Stato: i soci hanno già investito molto denaro sulla base del Fer2. Ventisei progetti (per 18 GW di potenza installata) hanno avviato l’iter della Valutazione di Impatto Ambientale e 4 (per 2,3 GW, due su fondazione fissa e due su fondazione galleggiante) sono autorizzati. In dirittura d’arrivo altri due, per oltre un gigawatt. Considerati anche quelli tuttora sotto esame i progetti italiani sono 130 (81 GW). L’obiettivo del Paese è installare 20 GW entro il 2050. La Puglia è l’unica regione a disporre già di un impianto (30 MW).
Per ora, il governo si è limitato a individuare 78 milioni derivanti dalle aste ETS. Serviranno a infrastrutturare i porti di Augusta e Taranto. Bisogna adeguare i bacini di carenaggio dove costruire le piattaforme galleggianti. Si concretizzeranno così i primi dei 6.270 nuovi posti di lavoro promessi. Filiera compresa, Aero parla di un valore aggiunto di 62 miliardi: per ogni euro investito, ne ricadranno tre sul territorio. Chi costruisce gli impianti si aspetta rendimenti in linea con quelli del settore industriale energetico, con un tasso interno di ritorno intorno all’8%.
Uno dei quattro progetti autorizzati è Barium Bay (1,1 GW, costo di 3,5 miliardi, 550 milioni di ricavi) sviluppato da Galileo Energy e Gruppo Hope tra Bari e Barletta. Gli altri si trovano al largo di Ravenna, Rimini e Mazara del Vallo. «I tempi si sono allungati rispetto a quelli previsti dal Fer2 – dichiara l’amministratore unico di Hope Michele Scoppio – e realizzare questi impianti richiede una pianificazione coerente con le complessità tecniche e finanziarie: l’assegnazione di una precisa tariffa è un passo decisivo per sostenere il commitment degli investitori». Si invoca una decisione: «Riteniamo che già esista un’adeguata competizione con i quattro progetti titolati alla partecipazione e il numero di competitor è destinato ad aumentare». Ci si aspettava un percorso analogo ai decreti che hanno sostenuto le fonti rinnovabili a terra, stabilendo i contingenti in modo da assicurare la competizione: «Se si vuole stimolarla, si può iniziare con l'assegnare 1,5 GW sui 3,8 disponibili, considerando che i potenziali partecipanti sommano 2,2 GW; nell'ultima edizione del FER X per esempio, hanno partecipato 10 GW di impianti fotovoltaici su 8 disponibili e 1,7 GW di impianti eolici di circa 1 GW disponibile a bando» spiegano in Hope. Per realizzare un impianto galleggiante con 61 floater e altrettante turbine, al netto delle connessioni, servono 60 mesi e Scoppio è lapidario: «Siamo in ritardo».
Pensa lo stesso Ksenia Balanda, general manager per l’eolico marino italiano di Nadara, (JPMorgan), che ha presentato due progetti, uno in fase conclusiva della VIA, il «Kailia», al largo della costa di Brindisi («Odra» si trova al largo della provincia di Lecce), per il quale servono 5 anni di lavoro. Anche lei ammette che «se non partono le aste, le società che hanno speso centinaia di milioni dovranno rivedere il proprio impegno». Per Taranto e Brindisi è una occasione imperdibile: si rilanceranno i porti e «appena ottenute le autorizzazioni – ha dichiarato - potranno essere coinvolti nell’operazione centinaia di lavoratori dell’ex Ilva da formare con percorsi specifici». Balanda spiega così le potenzialità dell’eolico offshore: «se si sbloccassero tutti i progetti che hanno ottenuto la Via, l’Italia potrebbe sostituire tutti gli impianti alimentati da fonti fossili, come Civitavecchia e Brindisi, in pochi anni. Come tutte le novità ci sono sospetti e speculazioni politiche, ma è evidente che si tratta di energia green a bassissimo impatto paesaggistico, perché sono impianti praticamente invisibili dalla costa, e con ricadute industriali concentrate nel Mezzogiorno». Anche Nadara sta dialogando di compensazioni con le istituzioni locali, ma Balanda sottolinea che «il vantaggio è energetico: il Paese ha a disposizione una potenza equivalente agli impianti nucleari senza preoccupazioni e con 18 Gigawatt realizzabili con l’eolico offshore (le 132 richieste di connessione alla rete per gli impianti eolici offshore coprono già una potenza complessiva di quasi 90 GW) saremo in grado di coprire il 10% del fabbisogno italiano, senza contare ovviamente i ritorni industriali, fiscali, ecc.» Ma le pale restano ferme.

© RIPRODUZIONE RISERVATA