Il risiko delle miniere: Rio Tinto e Glencore verso la fusione
Riprendono i colloqui tra i due colossi minerari per un’operazione da oltre 200 miliardi di dollari che creerebbe il primo gruppo mondiale del settore. Pesa il nodo carbone, riflettori accesi su antitrust, governance e transizione energetica.

Il ritorno delle trattative tra il gigante anglo-australiano Rio Tinto e il gruppo svizzero Glencore riapre uno dei dossier più delicati dell’industria mineraria globale. Se l’operazione andasse in porto, nascerebbe il più grande gruppo minerario del mondo per capitalizzazione, con un valore combinato vicino ai 207 miliardi di dollari, superiore a quello di Bhp. Una fusione di questa portata segnerebbe un punto di svolta per l’intero settore. I due gruppi hanno confermato colloqui preliminari, parlando di una possibile acquisizione interamente in azioni di “parte o totalità” di Glencore da parte di Rio Tinto. È il secondo round di negoziati in poco più di un anno: già alla fine del 2024 Glencore aveva sondato Rio Tinto, senza successo, a causa delle divergenze sulle valutazioni. Oggi i dettagli restano scarsi. Nessuna indicazione su premi di controllo, governance o perimetro degli asset, né su chi guiderebbe il colosso risultante.
Il mercato ha reagito con segnali divergenti: le azioni Glencore quotate negli Stati Uniti sono salite di circa il 6 per cento dopo la conferma dei colloqui, mentre i titoli Rio Tinto a Sydney hanno chiuso in calo del 6,3 per cento, con gli investitori probabilmente preoccupati che Rio Tinto possa pagare troppo. “Il mercato azionario ti dice tutto quello che devi sapere. Gli investitori non sono contenti”, ha osservato Hugh Dive, chief investment officer di Atlas Funds Management. “Mi piace l’idea di puntare sul rame, ma la storia dei grandi gruppi è disastrosa quando si tratta di acquisizioni fatte ai massimi del ciclo”.
Il contesto strategico spiega però perché l’ipotesi di fusione sia tornata d’attualità. I grandi gruppi minerari stanno cercando di rafforzarsi sui metalli destinati a beneficiare della transizione energetica e della domanda legata all’intelligenza artificiale. Il rame è al centro di questa corsa. Secondo S&P Global, la domanda globale potrebbe crescere del 50 per cento entro il 2040, mentre senza nuovi investimenti e maggiore riciclo l’offerta rischia un deficit strutturale superiore ai 10 milioni di tonnellate l’anno. Rio Tinto, leader mondiale del minerale di ferro con una capitalizzazione di circa 142 miliardi di dollari, e Glencore, grande produttore di metalli di base valutato intorno ai 65 miliardi, condividono questo spostamento strategico. Ma il dossier presenta nodi sensibili. Il primo riguarda il carbone. Glencore è uno dei maggiori produttori mondiali, mentre Rio Tinto ha abbandonato il settore nel 2018. “Il carbone dovrebbe essere ceduto per ottenere il sostegno degli azionisti australiani”, avverte John Ayoub di Wilson Asset Management.
Pesano anche i rischi regolatori. La Cina, principale acquirente mondiale di metalli industriali, potrebbe sollevare ostacoli antitrust rilevanti. E poi c’è la questione culturale. Glencore nasce come trader globale, opportunistico e orientato al risultato. Rio Tinto ha una tradizione più industriale e di lungo periodo. Secondo Andy Forster di Argo Investments, “alcuni aspetti della cultura Glencore potrebbero persino essere utili a Rio, ma la disciplina sul prezzo resta fondamentale”.
Il ritorno delle trattative coincide infine con un cambio di passo ai vertici di Rio Tinto. Il nuovo amministratore delegato, Simon Trott, entrato in carica ad agosto, è considerato più aperto a grandi operazioni rispetto al suo predecessore. Ma il tempo stringe. In base alle regole britanniche sulle acquisizioni, Rio Tinto ha tempo fino al 5 febbraio per presentare un’offerta formale o ritirarsi. A quel punto si capirà se questa maxi-fusione resterà un’ipotesi suggestiva o diventerà il simbolo di una nuova stagione di consolidamento globale.
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