Ero tra i giovani in chiesa: chiedono che l'ultima parola sulla loro vita non sia la morte
L'ex sottosegretaria all'Istruzione, Ugolini: ai funerali di Giovanni Tamburi, a Bologna, mi sono domandata anche dove fossimo noi adulti. Dovremmo essere il loro trampolino di lancio, non il “fosso” in cui cadono

Sono stata al funerale di Giovanni Tamburi in San Pietro, a Bologna. La chiesa era piena di giovani del Liceo Righi, era colma di ragazzi e di persone che venivano da tutta la città.
La voce dei compagni di classe si è fatta sentire subito attraverso quella di una compagna che fin dall’inizio ha messo l’accento sul mistero del tempo. Per loro Giovanni era una stella con uno sguardo capace di illuminare la vita, una stella che non ha avuto il tempo di vivere le sue passioni, i suoi sogni «ma che continuerà a vivere con loro».
La nota dominante di tutta la celebrazione è stata questa: la certezza che l’ultima parola sulla vita non sia la morte. Un’evidenza che è risuonata nella testimonianza straziata dal dolore del papà di Giovanni. Nelle sue parole neanche un cenno di rabbia o di rancore, solo l’amore e la gratitudine per i 16 anni di vita del figlio. Sono le stesse cose che ho sentito dire dalla mamma e dalle nonne che “consolavano” chi le andava ad abbracciare.
Attraverso di loro, abbiamo visto unirsi il cielo e la terra, abbiamo fatto l’esperienza di non essere in balia del caso e i ragazzi se ne sono accorti. L’aiuto degli psicologi che andranno a scuola per aiutarli a “superare” il trauma è importante, ma quello di cui hanno bisogno è questo: vedere, concretamente, che l’ultima parola sulla vita non è la morte.
I giovani non si fanno ingannare: se non fosse vero questo, tutto sarebbe inutile, anzi illusorio. La disperazione di questi giorni, la loro corsa a cercare i genitori, gli amici e i fratelli per stare vicini, mentre si cercava di capire dove fosse Giovanni, tutto il loro smarrimento ha bisogno di questa conferma. Per vivere abbiamo bisogno della certezza che l’ultima parola sulla vita non sia la morte. Ogni istante. Abbiamo bisogno che la vita sia un “capolavoro”, anche se breve, anche se “incompiuto” come la grande opera di Schubert citata da don Stefano, il cappellano amico di Giovanni che ha paragonato quell’opera magistrale alla vita di Giovanni.
Penso ci sia una seconda questione che domina questa drammatica vicenda. Dove erano gli adulti quella sera? Non parlo dei genitori che giustamente devono “lasciare andare” i figli adolescenti, ma parlo degli adulti che dovrebbero aiutare i genitori a crescere i figli, a costruire dei contesti di bellezza e di bene “per loro” e non delle trappole di morte come si è rivelata Le Constellation. Non c’era un estintore, i materiali dei soffitti non erano ignifughi, la porta di sicurezza era chiusa, non c’erano adulti in grado di guidare un’evacuazione in caso di necessità. Tutto era predisposto perché quel luogo potesse diventare un inferno di fuoco. Gli adulti dovrebbero fare esattamente il contrario, dovrebbero fare a gara per costruire luoghi belli e sicuri dove i giovani possano studiare, stare insieme ascoltare e fare musica, incontrarsi e incontrare, chiacchierare, ballare, giocare, fare sport. I giovani non ci vogliono tra i piedi ed hanno ragione, ma a loro servono come il pane degli adulti che sappiamo essere “presenti” anche senza “esserci”. Noi dovremmo essere il loro trampolino di lancio, non il “fosso” in cui cadono. Il fosso delle nostre lamentele e del nostro scetticismo, della mancanza di bene vero, della predominanza del profitto su tutto.
È da tanto che mi chiedo perché nella nostra città i ragazzi ormai stanno sempre di più insieme in piccoli gruppi e si trovano solo nelle case private. È da tanto tempo che mi chiedo perché stazionano tutte le sere dei week end davanti a pub o bar (al freddo o al caldo) in piedi, senza fare nulla, a scrollare i telefonini.
L’episodio di Constellation potrebbe portarci a dire: per fortuna ormai non ci sono più luoghi di ritrovo per i giovani! È troppo rischioso per quel che può girare e per quel che può accadere …ma sarebbe una sconfitta. Perché rinunciare a costruire degli spazi in cui i ragazzi possano vivere il loro tempo libero in modo bello? Non penso all’orrore dei centri giovanili anni ‘70, luoghi di tutti e di nessuno, ma a proposte che possono nascere da loro, con noi, per loro. Il papà di Giovanni ha ricordato tra le lacrime che suo figlio aveva un sogno: costruire un luogo dove i giovani potessero trovarsi per ascoltare la musica. Potrebbe essere un inizio.
*Ex sottosegretaria all'Istruzione
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