I ragazzi morti a Crans, i nostri e quell'abbraccio
È bastato qualche minuto per ricostruire che erano come loro, anzi, erano loro, che le loro biografie quotidiane erano tali e quali, uguali i gusti, i sogni, le amicizie, gli svaghi. Fratelli e sorelle, con un patto istintivo

Ha impressionato il Paese la partecipazione emotiva dei ragazzi alla tragedia di Crans-Montana che si è portata via, in una notte di festa, sei loro coetanei. L’assurda fine di Achille, Chiara, Emanuele, Giovanni, Riccardo e Sofia, tutti tra i 15 e i 17 anni, ha colpito come un meteorite la generazione dei nostri adolescenti, che stanno vivendo giorni traumatici. Un’apnea dei sentimenti che si scioglie online in fiumi di messaggi, e a scuola vive nella condivisione di uno smarrimento che in queste proporzioni forse ha il solo precedente dei giorni di Giulia Cecchettin. Conta zero che non conoscessero le vittime, che le loro città, le loro vite, la loro stessa vacanza di Capodanno non fossero le stesse. È bastato qualche minuto per ricostruire che erano come loro, anzi, erano loro, che le loro biografie quotidiane erano tali e quali, uguali i gusti, i sogni, le amicizie, gli svaghi, le scelte di passare insieme da un anno all’altro in un locale che promette divertimento, uno come tanti che genitori in ansia accompagnandoli a feste di ogni tipo hanno imparato a conoscere, e anche a temere (non abbastanza, purtroppo). Se a noi è sembrato nel giro di poche ore che fossero tutti – vittime e feriti – figli nostri, i ragazzi che li stanno piangendo hanno perso sorelle e fratelli. Li tormenta il pensiero che poteva succedere a loro in un qualsiasi party di fine anno, e che a decidere se tocca a te fare una fine tanto orribile può essere un caso. Un caso? Davvero la mia vita è affidata al caso? E la loro? Perché è toccato proprio a loro, e non ad altri? Il caso. A 16 anni pensare il proprio destino in balìa di una forza oscura e cieca che sa farsi crudele può sgretolare l’anima. E al pensiero di chi alla tua età strapiena di sogni ha semplicemente imboccato il locale sbagliato non resta che piangere tutte le proprie lacrime, smarriti.
Tra i nostri ragazzi in questi giorni stiamo vedendo prorompere una forza primordiale che non conosciamo, un’energia nativa dalla quale loro stessi si sentono trasportati, come il solo appiglio per una consolazione: ce la posso fare a superare questi giorni soltanto insieme agli altri, a tutti gli altri che soffrono come me, e come me si fanno le stesse domande. E noi, che pensiero abbiamo su di loro? Noi genitori, noi educatori, nonni, insegnanti. Noi “gente di Chiesa”: ciò in cui crediamo ha qualcosa da dire e da offrire al lutto simultaneo di una generazione? Alle loro domande senza mezze misure?
Vediamo all’opera un patto istintivo che fa vivere tanti figli dentro un medesimo sentire. C’entrano anche i social, certo: un collante che però semplicemente amplifica questo senso di comunità, di pensieri e di sentimenti sconosciuto al mondo adulto, ma non lo crea, perché aveva solo bisogno di uno strumento potente per poter arrivare ovunque in un momento. Per starsi tutti più vicini i nostri ragazzi ripetono gesti digitali che vedono girare su Instagram: come gli omaggi attraverso i video della propria festa di Capodanno, aggiungendo parole sovraimpresse per dire che «anch’io volevo solo divertirmi, come te, che non ci sei più: riposa in pace, fratello, sorella». Quello che per noi grandi era il necrologio diventa una poesia di sentimenti per immagini, il codice di un cuore che cerca un senso non sapendo proprio dove e come trovarlo. Un messaggio in bottiglia: sapremo raccoglierlo?
Da questi sintomi possiamo scorgere che nel lutto di una generazione del quale siamo attoniti testimoni c’è anche molto di più. È un grido silenzioso che si leva dagli adolescenti serrati come un corpo solo attorno alle bare di altri ragazzi con la percezione di una innocenza violata. Sono tutti lì, quelli che possono. E tutti gli altri vorrebbero essere accanto a loro, per piangere insieme dando sfogo a un dolore nel quale si mescolano il senso di una ingiustizia insanabile, di un tradimento del destino, di una promessa strappata. Nell’abbraccio che li serra gli uni agli altri e che va ben oltre i giri pur vasti delle amicizie si scorge la paura che la vita possa finire di colpo, che la gioia appena assaggiata si dissolva in un attimo, e che davanti a tutto questo sgomento non ci sia nulla da fare, nessuno che può davvero consolarti, nessuna parola capace di prosciugare il lago di amarezza nel quale sembra si possa galleggiare solo stando uniti, loro che sono entrati tutti insieme dentro questo grande buio.
Noi osserviamo, ascoltiamo, cerchiamo di capire. Ci chiediamo se la morte e il dolore possano davvero avere l’ultima parola, e sappiamo che mai può essere così, figuriamoci a sedici anni. Lo sanno anche loro, per un istinto vitale: ma forse ci stanno guardando per capire se almeno noi – e noi che ci diciamo credenti, prima di tutti – lo pensiamo davvero. Siamo all’altezza di questi giorni? Faremmo bene a custodire le immagini e le impressioni che stiamo vivendo, perché c’è dentro una verità che forse così, con questa chiarezza, non era ancora affiorata, nel rapporto sempre più complicato tra età tanto diverse ormai quasi in tutto. Sono gli stessi ricordi dei genitori di ragazzi portati via dalla sciagurata incuria del mondo adulto a rivelare che nei loro ragazzi – e nei nostri – c’è molto più di quello che siamo abituati a vedere. Achille, Chiara, Emanuele, Giovanni, Riccardo, Sofia, e i loro amici sopravvissuti ma sfigurati, sono tutti descritti – ed è proprio così – come ragazzi pieni di vita, di gioia e di slanci, di altruismo, energia, creatività, e anche progetti, serietà, impegno, senso del dovere e del rispetto per chi gli ripeteva «stai attento, guardati attorno, scappa se vedi un pericolo, dai una mano a chi ha bisogno». Chi l’ha fatto l’ha pagata con la vita. Può un genitore rimproverarsi ora di aver cresciuto un figlio con questo sguardo sul prossimo? Ecco, proviamo a guardare da adesso in avanti i figli e i nipoti nostri e di tutti con la certezza che sono “come loro”: una generazione ferita perché sa che il suo cuore buono merita tutte le promesse della vita.
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