Il Mercosur e la risposta Ue. Una transizione senza ingenuità
L’Europa ha davanti due strade: farsi trascinare nel gioco a somma zero del nazionalismo economico oppure andare in direzione contraria e provare a disinnescare la spirale con più integrazione, regole comuni e alleanze commerciali

C’è un filo che lega il risiko delle materie prime, il ritorno dei dazi come arma geopolitica e le atmosfere da “Dr. Stranamore” che riemergono ogni volta che il petrolio torna a essere pretesto di conflitti. È un filo paradossale: proprio mentre la transizione ecologica (e la maggior convenienza economica della produzione di energia da rinnovabili) rischia di trasformare parte delle riserve fossili in stranded assets – attività destinate a perdere valore – continuiamo a comportarci come se il futuro fosse una replica del passato. Le stesse compagnie energetiche, negli ultimi anni, hanno rivisto al ribasso assunzioni di prezzo di lungo periodo e valore di asset legati all’upstream, anche motivando queste scelte con l’aspettativa di un’accelerazione della transizione verso un’economia a basse emissioni.
In questo scenario, l’Europa ha davanti due strade. La prima è farsi trascinare nel gioco a somma zero – anzi spesso a somma negativa – del nazionalismo economico: dazi, barriere, ritorsioni, “guerre commerciali” (e non solo purtroppo) che negano la logica dei vantaggi comparati e moltiplicano l’incertezza. La seconda è andare in direzione contraria e provare a disinnescare la spirale con più integrazione, regole comuni e alleanze commerciali che riducano dipendenze strategiche e creino interdipendenze cooperative. È in questa seconda prospettiva che va letto l’accordo Ue-Mercosur (a quanto pare in dirittura d’arrivo) come tassello di una risposta europea a un mondo che si chiude.
Un accordo commerciale, oggi, si giudica su tre criteri: se evita una corsa al ribasso su diritti e ambiente; se distribuisce benefici e costi in modo politicamente sostenibile; se accompagna chi rischia di perdere. L’obiezione più seria all’accordo è nota: aprire i mercati può significare importare concorrenza costruita su standard più bassi, soprattutto in agricoltura e lungo le filiere legate all’uso del suolo. Qui l’Europa ha due strumenti. Il primo è dentro l’accordo: il rafforzamento del capitolo di sostenibilità, con richiami all’Accordo di Parigi e impegni espliciti su deforestazione, oltre a meccanismi di consultazione e soluzione delle controversie. Il secondo è fuori dall’accordo ed è spesso più decisivo: l’accesso al mercato UE non è “terra di nessuno”. Sempre più regolamenti europei si applicano a tutte le importazioni, indipendentemente dai dazi. Tre esempi sono il regolamento sui prodotti “deforestation-free” (Eudr), che impone due diligence e tracciabilità per commodity come bovini e soia e derivati; il regolamento che vieta l’immissione sul mercato di prodotti realizzati con lavoro forzato; e, sul lato industriale/climatico, l’evoluzione di strumenti di tutela del “level playing field”, con un’attenzione crescente alla carbon footprint delle produzioni (in coerenza con la logica del Cbam nei settori coperti).
La chiave non è “più commercio” contro “più ambiente”, ma più commercio solo se cresce la capacità europea di controllare e far rispettare standard. È il punto che dovrebbe unire anche sensibilità diverse, da Laudato si’ alla tutela del lavoro: senza verifica e tracciabilità, la globalizzazione diventa selezione avversa; con regole e controlli, può diventare cooperazione responsabile. Per l’Italia il disegno è abbastanza leggibile. I potenziali vincitori sono, in sostanza, due. Da un lato l’industria esportatrice: il Mercosur è un mercato grande e ancora protetto da dazi elevati su molti prodotti europei. La Commissione ricorda tariffe importanti su componenti auto (fino al 35%), macchinari (fino al 20%), chimica (fino al 18%), farmaceutica (fino al 14%). La riduzione progressiva di queste barriere può favorire un Paese come l’Italia, che vive di meccanica, impiantistica, componentistica, chimica fine e manifattura di qualità. Dall’altro lato c’è la qualità agroalimentare e la tutela delle denominazioni: l’accordo protegge le Indicazioni Geografiche europee e cita esplicitamente esempi italiani come Prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano e Prosecco. Qui il guadagno non è tanto in termini di quantità, quanto di difesa del valore: meno imitazioni, meno concorrenza sleale, più possibilità di mantenere prezzi e reputazione.
I perdenti potenziali, invece, sono più concentrati. Sono soprattutto alcune filiere zootecniche e produzioni sensibili, come bovino, avicolo e segmenti collegati a zucchero ed etanolo, dove la concorrenza sudamericana può agire principalmente sul prezzo e sulle aspettative di mercato. Più in generale, rischiano di soffrire quei comparti agricoli già fragili, stretti tra costi elevati, margini bassi e transizioni normative rapide. Per limitare i danni in questi settori servono tre mosse: una europea e due italiane. La prima è europea e riguarda la credibilità delle protezioni. Le liberalizzazioni agricole sono accompagnate da contingentamenti e, soprattutto, da una clausola di salvaguardia bilaterale. A fine 2025 Consiglio e Parlamento UE hanno concordato un quadro per rendere queste salvaguardie più rapide ed efficaci, consentendo di sospendere temporaneamente le preferenze tariffarie se le importazioni generano danni ai produttori europei. È il messaggio che serve agli agricoltori: non “vi sacrifichiamo”, ma “vi proteggiamo se lo shock arriva”.
La seconda mossa è italiana e riguarda la strategia: difendere i settori esposti significa puntare su qualità, benessere animale, innovazione, filiere più corte e organizzate, contratti più equi, riduzione dei costi energetici. La terza mossa è italiana, ma si gioca anche in Europa: la credibilità dei controlli e della reciprocità. L’opposizione cresce quando si teme concorrenza “senza regole”. Per questo la partita vera è la capacità di far valere in dogana gli standard UE di sicurezza alimentare e il principio di precauzione, e di applicare davvero gli strumenti europei che impediscono il ribasso, come il regolamento “deforestation-free” e il divieto di prodotti da lavoro forzato. Solo così l’accordo smette di essere “mercato contro agricoltura” e diventa “regole comuni contro dumping”, riducendo lo spazio politico della protesta e aumentando la legittimità sociale della scelta.
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