Effetto Hormuz, i prezzi globali del cibo sono ai massimi da quattro anni
L'indice Fao ai livelli più alti dal 2022: i fertilizzanti bloccati per la crisi nello Stretto mettono i raccolti a rischio. A Roma nasce una coalizione di quaranta Paesi a sostegno delle forniture agricole

Quattro anni. Tanto bisogna tornare indietro per trovare, a livello globale, costi del cibo così alti. L'Indice dei prezzi alimentari della Fao ha toccato ad aprile quota 130,7 punti, terzo rialzo mensile consecutivo: oli vegetali ai massimi da quasi tre anni, carne a livelli record, grano sotto pressione su tre continenti. Si scrive blocco dello Stretto di Hormuz, si legge insicurezza alimentare. Da quando la crisi con l'Iran ha di fatto chiuso quel corridoio di 54 chilometri che separa il Golfo Persico dal Mare Arabico, il mondo ha scoperto che lì non passa solo il petrolio, ma anche circa un terzo dei fertilizzanti destinati alle colture globali: urea, ammoniaca, fosfati, i nutrienti che ogni stagione consentono ai campi di produrre. Se il flusso si interrompe, la conseguenza si vede nei raccolti successivi.
«L'agricoltura risponde a un calendario colturale che non può essere posticipato. I fertilizzanti devono essere distribuiti in momenti precisi del ciclo produttivo. Se non arrivano in tempo, i raccolti ne risentono, indipendentemente da ciò che accade in seguito» ha sottolineato due giorni da a Roma il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, alla riunione ministeriale del Med9 allargato, che comprende i Paesi dell'Unione Europea che si affacciano sul Mediterraneo e gli Stati dei Balcani, più quelli del Golfo e della Lega Araba. Tradotto: anche se il conflitto si fermasse domani, le conseguenze sarebbero già incorporate nei campi. L'impatto, insomma, si vedrà ancora nella seconda metà del 2026 e soprattutto nel 2027.
I dati di aprile fotografano un sistema già sotto pressione su più fronti. L'indice degli oli vegetali è schizzato del 5,9% rispetto a marzo, raggiungendo il livello più alto da luglio 2022. La fiammata coinvolge palma, soia, girasole e colza, ma non è solo una questione di offerta agricola: i costi energetici elevati alimentano la domanda di biocarburanti, che competono con gli usi alimentari delle stesse materie prime. Guerra, energia e tavola si intrecciano in un meccanismo che si autoalimenta. Il grano è salito dello 0,8%. Dietro ci sono la siccità in alcune aree degli Stati Uniti, le aspettative di precipitazioni inferiori alla media in Australia, e una tendenza preoccupante: gli agricoltori stanno già rivedendo al ribasso le semine per il 2026, perché il costo dei fertilizzanti e dell'energia rende certi raccolti economicamente insostenibili. Il mais ha seguito una traiettoria simile, il riso ha segnato un più 1,9%. La carne ha toccato un nuovo massimo storico, con un rialzo mensile dell'1,2% e una progressione annua del 6,4%, trascinata dalla scarsità di bovini pronti per la macellazione in Brasile. Segnali di sollievo arrivano solo dallo zucchero, sceso del 4,7%, e dai lattiero-caseari, in calo dell'1,1%. Il capo economista della Fao, Máximo Torero, ha ricordato che i cereali sono rimasti relativamente contenuti grazie alle scorte delle stagioni precedenti. Quelle scorte, però, si consumano.
La "Coalizione di Roma" e la risposta
politica
Due giorni fa la Farnesina ha ospitato una riunione ministeriale del formato Med9++ che ha riunito circa quaranta Paesi e organizzazioni internazionali, dal Consiglio di Cooperazione del Golfo alla Lega Araba. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha co-presieduto l'incontro con l'omologo croato Gordan Grlić-Radman, nella sua veste di presidente di turno del Med9. Ne è uscita la "Coalizione di Roma": una piattaforma permanente di coordinamento politico tra paesi Ue del Mediterraneo, Balcani, Golfo Persico e Africa settentrionale, con un mandato preciso. Nell'immediato, garantire la continuità delle forniture attraverso rotte commerciali alternative, evitare blocchi all'export e sostenere l'accesso degli agricoltori agli input produttivi. Nel medio termine, diversificare le fonti di fertilizzanti e di energia, con aiuti mirati per le economie più fragili. A lungo termine, ridurre la dipendenza strutturale da rotte troppo concentrate, investendo in agricoltura sostenibile e fertilizzanti innovativi. Un gruppo di lavoro permanente, ha annunciato Tajani, seguirà l'evoluzione della situazione "minuto per minuto".
La preoccupazione maggiore riguarda l'Africa, ma il ragionamento vale per tutti i Paesi con fragilità strutturali già acute, dove una crisi alimentare può trasformarsi in instabilità politica e pressione migratoria. Paesi come il Bangladesh, 175 milioni di abitanti, che importa quasi un terzo del suo fosfato biammonico e quote significative di urea da Arabia Saudita e altri fornitori del Golfo. Cinque impianti domestici di fertilizzanti sono stati chiusi per carenza di gas. Le scorte nazionali dureranno fino a giugno, poi potrebbero emergere le prime vere carenze.
Il capo della task force dell'Onu sullo Stretto, Jorge Moreira da Silva, ha recentemente allargato il perimetro del rischio: "Sudan, Somalia, Mozambico, Kenya, Sri Lanka sono i Paesi più dipendenti dai fertilizzanti del Golfo". In Africa subsahariana, Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico sono particolarmente esposti per via dell'alta dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti. Anche una riduzione del 10% nella disponibilità di fertilizzanti potrebbe tradursi in fino al 25% in meno di mais, riso e grano coltivato nell'Africa subsahariana, innescando un'inflazione alimentare fino all'8% sul continente. Moreira da Silva ha quantificato il rischio in modo netto: senza una soluzione rapida, oltre 45 milioni di persone potrebbero essere spinte verso l'insicurezza alimentare. La crisi di Hormuz agisce su un sistema già sotto pressione da cambiamenti climatici, frammentazione dei mercati e conseguenze post-pandemiche. E i fertilizzanti sono il nuovo anello debole di una catena che si allunga e si assottiglia.
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