«Hai tradito la missione»: perché Musk fa causa a Altman per OpenAI

A partire dal 2019 OpenAI aveva abbandonato la sua natura di no profit, creando un’entità a scopo di lucro “limitato”. E oggi ha anche firmato un accordo con il Pentagono
April 27, 2026
«Hai tradito la missione»: perché Musk fa causa a Altman per OpenAI
Sam Altman, ad di OpenAI e Elon Musk, ad di SpaceX e Tesla e proprietario di X/ REUTERS
C’era una volta un sogno. Un'intelligenza artificiale aperta a tutti e a servizio dell’umanità. Gestita da un’organizzazione senza scopo di lucro, impegnata in un’unica missione: evitare che uno strumento così potente potesse finire nelle mani di pochi. Quel sogno prese forma nel 2015 con il nome “OpenAI”. Undici anni più tardi, i suoi co-fondatori Sam Altman e Elon Musk, si trovano faccia a faccia in un’aula di tribunale a Oakland, in California. L’accusa del secondo nei confronti del primo, è quella di aver tradito la missione originaria dell’organizzazione, trasformando OpenAI in un’azienda a scopo di lucro: non il progetto nel quale aveva deciso di investire 38 milioni di dollari. Non si tratta di un processo qualunque. Il suo esito influenzerà il mondo dell’IA ridefinendo, in un senso o nell’altro, le regole del settore, in particolare quelle riguardanti il rapporto tra sviluppo tecnologico e interesse pubblico. Pone però anche un altro interrogativo: il sogno iniziale era veramente realizzabile?  
I primi cambiamenti interni a OpenAI arrivarono tre anni dopo la fondazione. Musk propose ad Altman di integrarla con Tesla, in modo da poterla rendere più competitiva, in particolare rispetto all’IA di Google. Una volta respinta questa proposta, nel 2018 Elon Musk decise di lasciare OpenAI. Preso il controllo, Altman decise di attuare una prima trasformazione: nel 2019 creò OpenAI LP, un’entità a scopo di lucro “limitato”, in modo da poter raccogliere fondi dagli investitori ma fino a un tetto massimo. Ogni dollaro in più sarebbe stato reindirizzato alla divisione non-profit in controllo di OpenAI LP, ovvero alla Fondazione OpenAI. Grazie a questa divisione, OpenAI fu in grado di attirare i primi investimenti. La quantità più ingente arrivò da Microsoft, che in tutto investì circa 13 miliardi di dollari per integrare nei propri sistemi l’IA di Altman. 
La svolta arrivò però nel novembre 2022 con il lancio di ChatGPT. In pochi mesi raggiunse una crescita senza precedenti, trasformando OpenAI in un fenomeno globale e accendendo una nuova corsa all’intelligenza artificiale. Questo successo fece incrinare ulteriormente il rapporto tra Altman e Musk, fino all’esplosione definitiva: nel 2024 Musk decise di fare causa a Altman e al presidente dell’azienda, Greg Brockman. Una causa da 134 miliardi di dollari che oggi si è ristretta a due capi d’imputazione: arricchimento ingiustificato e violazione del trust caritatevole. Per la difesa, si tratterebbe solo di una strategia di Musk per rallentare il suo concorrente. Infatti, mentre OpenAI, che ad oggi vale più di 730 miliardi di dollari, si prepara a sbarcare a Wall Street, xAI, ovvero l’IA di proprietà Musk, continua ad arrancare. Secondo OpenAI sarebbe l’invidia, dunque, e non l’avere a cuore il bene dell’umanità, a guidare le azioni di Elon Musk.  
Più che una battaglia volta a restituire una tecnologia nelle mani di tutti e liberarla da interessi economici, sembra di assistere a quello che Karen Hao definirebbe “una lotta tra imperatori”. Nel suo libro “Empire of AI”, la giornalista statunitense invita a pensare al periodo che stiamo vivendo come una nuova epoca coloniale. Un arricchimento di pochi, reso possibile dallo sfruttamento dei nostri dati ma anche da un’enorme quantità di risorse ambientali. Per addestrare modelli come quelli di OpenAI, servono data center, semiconduttori avanzati, enormi quantità di energia, acqua per il raffreddamento, filiere globali di materiali critici e una potenza computazionale che costa miliardi. Ed è qui che il profitto sembra diventare una necessità. Occorre allora chiedersi se creare un’IA potente, aperta e sottratta agli interessi economici sia davvero possibile in un settore dove ogni progresso costa miliardi.  
Ma se il bisogno di capitale può spiegare la ricerca di investitori, non è sufficiente a spiegare da solo le scelte compiute in seguito. Un altro punto di rottura dal sogno iniziale è arrivato dagli accordi di OpenAI con il Pentagono. Nel motivarla, l’azienda ha scritto: «Crediamo che la nostra tecnologia introdurrà nuovi rischi nel mondo e vogliamo che le persone che difendono gli Stati Uniti abbiano gli strumenti migliori». È una frase che ridefinisce implicitamente la missione. Da un’intelligenza artificiale pensata come beneficio per l’umanità, a una tecnologia schierata a beneficio di una nazione. Il problema allora non è solo come si finanzia l’IA, ma chi essa finisce per servire. Con i dati e le risorse di tutti noi.  

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