Guerra e caro energia: l'Europa si riunisce, ma è già divisa sull'Ets. Come funziona

Alla vigilia del Consiglio Europeo di oggi e domani, undici governi, tra cui l'Italia, hanno chiesto la sospensione del sistema di scambio delle emissioni inquinanti. Otto paesi resistono. La Commissione propone una riforma senza smantellare nulla, ma la partita, che investe l'intero Green Deal, è ancora aperta
March 19, 2026
La tavola rotonda del Consiglio Ue a Bruxelles
La tavola rotonda del Consiglio Ue a Bruxelles
La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno messo in allarme i mercati internazionali e spinto verso l'alto il costo dell'energia in tutta Europa. È in questo contesto che si è riacceso il dibattito su uno degli strumenti più controversi e strutturali della politica climatica dell'Unione: l'EU Emissions Trading System, meglio noto come Ets. Il meccanismo è attivo dal 2005 e funziona secondo un principio relativamente semplice. Le aziende attive in settori particolarmente energivori pagano un prezzo per ogni tonnellata di CO₂ emessa nell'atmosfera, tramite licenze acquistabili all'asta, su mercati secondari o assegnate a titolo gratuito. Chi inquina di più paga di più; chi investe nella decarbonizzazione risparmia e può vendere le quote in eccesso. È, sulla carta, un incentivo importante e flessibile verso la transizione verde.
Il problema, a detta di molti governi, tra cui quello italiano, è che nei momenti di crisi energetica il sistema si trasforma da incentivo in moltiplicatore di costi. Le quote di CO₂ si scaricano sui prezzi dell'elettricità, che a loro volta gravano sulle bollette industriali e domestiche. Il ministro italiano dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha parlato apertamente di "distorsione": la pressione dell'Ets, ha detto, porterebbe l'Italia ad essere la realtà d'Europa col prezzo dell'energia più alto, nonostante il gas produca poco più del 40 per cento della sua elettricità.
I fronti contrapposti
Alla vigilia del Consiglio europeo di oggi e domani, l'Europa si è spaccata in due. Da un lato almeno undici governi, con l'Italia in testa, che chiedono di congelare il sistema di scambio delle emissioni finché non verrà riformato. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto di sospendere l'Ets almeno per la produzione di elettricità da fonti termiche, in attesa che i prezzi globali dei combustibili fossili tornino su livelli accettabili. Non si tratta di una posizione isolata. Vicine a quella italiana le posizioni di Grecia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia, che hanno fatto emergere una diffusa preoccupazione per l'incidenza dell'Ets sulle economie europee. Un gruppo informale che si autodefinisce "Amici dell'Industria", a sottolineare come la posta in gioco non sia solo ambientale, ma profondamente economica e industriale.
In risposta, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi hanno firmato un documento congiunto in cui respingono l'ipotesi di sospendere temporaneamente il sistema, definendolo "il pilastro della politica climatica dell'Ue". Gli argomenti di questo fronte sono di natura sia climatica sia economica. Modifiche radicali all'Ets, sostengono, minerebbero la fiducia degli investitori, penalizzerebbero chi si è mosso per primo e distorcerebbero la parità di condizioni nel mercato interno. Chi ha già investito miliardi nella decarbonizzazione non può essere penalizzato da un sistema che smette improvvisamente di premiare quell'impegno. E chi è rimasto indietro non può ricevere un vantaggio competitivo ingiustificato per non aver fatto i propri compiti.
C'è poi una dimensione geopolitica che i difensori dell'Ets considerano cruciale. Se l'industria europea smettesse di pagare per le proprie emissioni, come potrebbe l'Ue chiedere a Cina e India di sostenere gli stessi costi attraverso il Cbam, il meccanismo che dal 1° gennaio 2026 impone dazi sulle importazioni di acciaio, cemento e altri prodotti ad alta intensità di carbonio provenienti da Paesi terzi? La coerenza tra strumenti interni ed esterni è considerata non negoziabile.
Non tutti i Paesi si collocano nettamente in uno dei due campi. La Germania si è detta disponibile solo a lievi adeguamenti laddove vi sia un onere eccessivo su settori specifici come la chimica. L'Austria ha avanzato una proposta più tecnica, incentrata su una maggiore trasparenza del mercato elettrico europeo: in futuro, ha proposto la segretaria di Stato all'Energia Elisabeth Zehetner, dovrebbe essere chiaramente tracciabile quali tecnologie determinano il prezzo dell'elettricità nelle diverse ore del giorno e quale quota di quel prezzo è attribuibile ai costi della CO₂. Una soluzione che potrebbe consentire interventi mirati senza toccare la struttura fondamentale del mercato.
La Commissione Europea: riforma sì, sospensione no
La Commissione Europea ha respinto finora le richieste di sospensione, chiedendo ai Paesi membri di agire per ridurre i costi dell'elettricità preservando l'integrità del mercato del carbonio. In una lettera inviata ai capi di Stato e di governo alla vigilia del Consiglio, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha illustrato una proposta di riforma che prevede nuovi parametri di riferimento, un rafforzamento della riserva di stabilità del mercato per stabilizzare i prezzi nei momenti di volatilità, e un ponte finanziario verso la futura Industrial Decarbonization Bank. Si può modernizzare il sistema, è il messaggio di Bruxelles, ma smantellarlo o congelarlo sarebbe un segnale devastante per gli investitori e per la credibilità climatica dell'Unione.
Il dibattito sull'Ets, più che è una disputa tecnica sul funzionamento di un mercato finanziario, è uno specchio fedele delle diverse strutture industriali ed energetiche dei Paesi europei, delle diverse vulnerabilità agli choc esterni e, in ultima analisi, delle diverse visioni sul tipo di Europa che si vuole costruire. L'Italia spinge per una modifica del mercato Ets, ma anche per eliminare la condizionalità del principio Dnsh, il criterio "do no significant harm" che vincola i fondi europei al rispetto degli obiettivi ambientali. Un segnale che la pressione va ben oltre il singolo strumento e investe l'intero impianto del Green Deal. Il Consiglio Europeo di oggi e domani non produrrà probabilmente una decisione definitiva, ma stabilirà i rapporti di forza e il mandato politico per la revisione formale dell'Ets attesa entro la seconda metà del 2026. Nel frattempo, l'Europa dovrà trovare un equilibrio tra due urgenze difficilmente conciliabili: la risposta immediata al caro energia e la tenuta di lungo periodo di un'architettura climatica che ha impiegato vent'anni a costruire.

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