Quel grosso grasso spot

Il Regno Unito vieta le pubblicità di cibi ad alto contenuto di zuccheri, grassi e sale per proteggere i bambini dall’obesità. La misura punta a ridurre calorie e sovrappeso infantile, evidenziando come pubblicità, sedentarietà e disuguaglianze sociali contribuiscano a un problema di salute pubblica crescente anche in Italia
January 15, 2026
Quel grosso grasso spot
Pizze, gelati, merendine, biscotti e dolciumi condivideranno presto le stesse sorti pubblicitarie di alcol e tabacco? A giudicare dalle notizie che arrivano dal Regno Unito il dubbio è più che legittimo: è da qualche giorno che il primo ministro inglese, Keir Starmer, ha messo al bando spot televisivi (prima delle 21) e inserzioni digitali che pubblicizzano cibi e bevande ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale. La decisione è stata presa a più di un anno di distanza dall’allarme lanciato dall’associazione pediatrica locale, che nel 2024 accusò «vari governi di non aver voluto affrontare il problema dell’obesità infantile».
Sappiamo bene che la cosa non riguarda solamente i bambini e le bambine inglesi, ma il dato che ha convinto Starmer a cercare un rimedio è quello che fa registrare il 35% di minorenni sovrappeso alla fine delle elementari britanniche. E, come spesso accade, sono le famiglie a più basso reddito a incrementare maggiormente la percentuale di obesità infantile. In un corsivo di qualche giorno fa la giornalista Paola De Carolis riportava una proiezione del Ministero della Sanità inglese secondo cui il veto pubblicitario dovrebbe contribuire a eliminare ogni anno 7,2 miliardi di calorie della dieta dei minorenni del Paese, riducendo di 20.000 il totale di obesi e obese in giovane età. In un mondo ideale e governato dall’attenzione al bene comune dovrebbero essere le stesse aziende a promuovere diete sane, consumi controllati e a usare il linguaggio della pubblicità per dialogare con le famiglie, sostenendo i propri prodotti all’interno di un regime nutrizionale che impedisca alle giovani generazioni abusi ed eccessi con ricadute sui costi sociali dell’intera comunità. Ma la pubblicità è solo la punta dell’iceberg di un sistema mercantile che ha finito per dimenticare i più piccoli, esponendoli a messaggi e sponsorizzazioni selvagge che arrivano addirittura davanti ai cancelli delle scuole, influencer e piattaforme digitali hanno inquinato definitivamente un quadro sociale privo di politiche sanitarie preventive, incentivi all’attività sportiva e finanziamenti per arginare gli effetti di una cattiva educazione alimentare. Per quanto riguarda il nostro Paese, il decimo Rapporto sull’obesità in Italia ci dice che più di un bambino su 4 (26-28%) tra i 3 e i 17 anni è obeso o sovrappeso. Non c’è da stare tranquilli neanche qui e temo che i dati siano destinati ad aumentare nei prossimi anni, anche perché non vedo politiche preventive nelle manovre finanziarie e nelle priorità governative, ma soprattutto aumenta pericolosamente la sedentarietà di minorenni irretiti dalle piattaforme sociali, decisamente più nocive più di hamburger e patatine, ma il cui divieto è ancora un tabù (tranne in Australia). E così mentre gli adulti spignattano nella cucina patrimonio dell’umanità, i piccoli vengono lasciati davanti agli schermi con l’ultima merendina in promozione speciale.

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