Che cosa
frena ancora
la svolta bio
della chimica

Un rapporto di Ambienta mostra come il percorso verso il bio-based sia pieno di opportunità ma ancora lento: pesano i costi elevati e i pochi investimenti
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May 20, 2026
Che cosa
frena ancora
la svolta bio
della chimica
Lento, ma inevitabile. Potrebbe definirsi così il percorso che sta trasformando la chimica in chiave green. Un processo nato sull’onda della decarbonizzazione e che Ambienta ha fotografato in un ampio studio. Quindici pagine con cui la società europea di investimenti focalizzati sulla sostenibilità ambientale ha analizzato la trasformazione dell’industria chimica da un modello basato sui combustibili fossili a un modello centrato su risorse rinnovabili: la chimica bio-based.
Secondo l’analisi di Federica Mallone (small cap asset class coordinator and Esr manager) Alice Massimiani (Esr analyst) e Fabio Ranghino (partner and head of Sustainability & Strategy), la chimica rappresenta un pilastro fondamentale della vita moderna, essendo presente in circa il 95% dei prodotti manufatti: dai materiali plastici ai fertilizzanti, fino ai detergenti e ai cosmetici. Tuttavia, questo ruolo centrale è accompagnato da un impatto ambientale significativo: il settore è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra e contribuisce in modo rilevante all’inquinamento di aria, acqua e suolo, con effetti dannosi su ecosistemi e salute umana. Per non parlare di incidenti drammatici come il disastro di Seveso, con la fuoriuscita di una nube tossica di diossina dallo stabilimento dell’Icmesa che nel 1976 intossicò centinaia di persone.
La petrolchimica si è affermata nel corso del Novecento grazie all’elevata efficienza, alla capacità di produrre su larga scala e ai costi relativamente contenuti, diventando il modello dominante dell’industria chimica. Le innovazioni tecnologiche hanno permesso di trasformare petrolio e gas in una vasta gamma di prodotti sintetici che hanno sostenuto lo sviluppo industriale globale. Tuttavia, nel tempo sono emersi limiti sempre più evidenti: la dipendenza da risorse fossili non rinnovabili, l’aumento delle emissioni e l’impatto ambientale dei prodotti chimici stanno mettendo in discussione la sostenibilità di questo modello. Inoltre, le normative ambientali sempre più stringenti e la crescente attenzione verso la sostenibilità stanno accelerando la necessità di un cambiamento radicale. In questo contesto si inserisce la chimica bio-based, che propone un approccio nuovo basato sull’utilizzo di biomassa rinnovabile, come colture agricole, residui forestali, scarti industriali e alghe, per sostituire il carbonio di origine fossile. Questo modello consente di ridurre in modo significativo le emissioni di CO2, poiché il carbonio impiegato deriva da cicli naturali recenti e non da riserve fossili: utilizzando la biochimica molti prodotti sono biodegradabili e la produzione può ridurre le emissioni di CO2 dal 20% al 70% rispetto al ricorso alla petrolchimica. Ad esempio la produzione di bio-etilene da canna da zucchero emette circa 1,5 chilogrammo di CO₂ per Kg di prodotto rispetto ai 4 chilogrammi rilasciati da produzione da nafta).
Inoltre, molti prodotti bio-based sono progettati per essere biodegradabili, riducendo l’accumulo di sostanze persistenti nell’ambiente. Le bioraffinerie, analoghe alle raffinerie petrolifere, trasformano la biomassa in una vasta gamma di prodotti, tra cui bioplastiche, solventi, resine, fertilizzanti e ingredienti per detergenti e cosmetici, favorendo anche un uso più circolare delle risorse.
In Italia, importanti esempi di biochimica arrivano da Novamont, che è il principale caso italiano di riconversione verso la biochimica: l’azienda produce bioplastiche biodegradabili (Mater-Bi) da amido e oli vegetali, ha riconvertito siti petrolchimici dismessi, come quello di Porto Torres, e integra agricoltura, industria e sostenibilità. Dal 2023 è stata acquisita da Versalis (gruppo Eni), che a sua volta rappresenta la trasformazione di un grande player petrolchimico grazie allo sviluppo di chimica da fonti rinnovabili (bio-butadiene, elastomeri). Nonostante i vantaggi ambientali, la diffusione della chimica bio-based è ancora limitata: rappresenta meno del 5% della produzione chimica globale e circa il 10% in Europa. Perché, considerando che si tratta comunque di un mercato che a livello globale vale 180 miliardi di euro?
Le principali difficoltà riguardano la maturità delle filiere produttive, la disponibilità e la qualità della biomassa, la complessità logistica e la minore efficienza dei processi rispetto alla petrolchimica. La biomassa, infatti, ha una densità energetica inferiore e richiede maggiori quantità per ottenere lo stesso output, con rese produttive significativamente più basse. Di conseguenza, il costo finale dei prodotti può risultare fino a tre volte superiore rispetto alle alternative fossili. Inoltre, la costruzione di bioraffinerie richiede investimenti iniziali elevati e tecnologie ancora in fase di sviluppo, rendendo il settore meno competitivo nel breve periodo. I costi, insomma, sono il primo freno. Ma qualcosa sta cambiando: i progressi tecnologici e l’aumento della scala produttiva stanno contribuendo a ridurre i costi e migliorare la competitività del settore.
Non solo, il mercato della chimica bio-based è in crescita, con un tasso annuo di circa il 9%. Merito delle normative ambientali che stanno progressivamente limitando l’uso di sostanze pericolose, creando spazio per alternative più sostenibili e merito anche dei prodotti bio-based che offrono in alcuni casi funzionalità superiori, ad esempio in agricoltura, dove migliorano l’efficienza dei nutrienti e riducono l’impatto ambientale. Un terzo fattore è rappresentato dalla crescente domanda dei consumatori, sempre più orientata verso prodotti naturali e sostenibili. Dal punto di vista degli investimenti, l’intera filiera offre opportunità diversificate, che spaziano dalle bioraffinerie alla chimica specializzata, fino ai produttori di tecnologie e ai formulatori di prodotti finali. In particolare, i segmenti ad alto valore aggiunto, come la cosmetica, i materiali avanzati e i prodotti per la cura della persona, appaiono i più promettenti, grazie alla disponibilità dei consumatori a pagare un prezzo premium per soluzioni sostenibili.
La combinazione di regolamentazione, innovazione e domanda di mercato guiderà progressivamente l’espansione del settore, rendendolo sempre più centrale nell’economia futura e aprendo nuove opportunità sia dal punto di vista ambientale sia di investimento.

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