La solidarietà organizzata: crescita e rischio del non profit

Il Terzo settore italiano, che vale quasi un milione di posti di lavoro, è al centro di una metamorfosi che investe la sua stessa identità
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May 14, 2026
La solidarietà organizzata: crescita e rischio del non profit
Cresce, si rafforza, si struttura. Ma proprio mentre diventa più solido, rischia di perdere qualcosa di essenziale. Il Terzo settore italiano vive oggi una trasformazione che è insieme un successo e una sfida: l’aumento delle risorse, dell’occupazione e del ruolo nel welfare si accompagna a un progressivo indebolimento della dimensione gratuita e relazionale. Il “terzo mondo”, come lo definì Alfred Sauvy, non era un mondo inferiore, ma un mondo escluso. Anche il “terzo settore” andrebbe riletto così: non come marginale, ma come parte essenziale ancora non pienamente riconosciuta. È questa una delle tensioni emerse con maggiore chiarezza dal convegno “Terzo settore e cooperazione internazionale allo sviluppo”, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Una tensione che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma interpella il modo stesso in cui una società pensa la solidarietà. Il Terzo Settore nasce storicamente come risposta ai limiti dello Stato e del mercato: uno spazio in cui l’iniziativa dei cittadini si organizza per dare risposta a bisogni che né l’uno né l’altro riescono a intercettare pienamente.
Già Alexis de Tocqueville, osservando la società americana dell’Ottocento, coglieva in questa capacità associativa il cuore stesso della democrazia, capace di trasformare interessi individuali in azione collettiva e bene comune. E tuttavia, proprio mentre cresce e si rafforza, il terzo settore sembra attraversato da una tensione nuova: nasce come risposta ai limiti di Stato e mercato, ma oggi rischia di assomigliare sempre più a entrambi. I numeri raccontano una crescita evidente: centinaia di migliaia di organizzazioni, quasi un milione di lavoratori, un peso economico ormai rilevante. Il non profit è diventato un attore strutturale del welfare. Eppure, a fronte di questa espansione, si registra un dato meno visibile ma significativo: il calo dei volontari. Non si tratta solo di una variazione statistica, ma del segnale di un cambiamento più profondo. Il Terzo settore non è più soltanto il luogo della gratuità. È sempre più uno spazio di lavoro, competenze, professionalità. Emerge un nodo centrale: più il Terzo settore funziona, più rischia di somigliare a ciò da cui si è distinto. La riflessione economica, come ha spiegato il prof. Gianpaolo Barbetta, lo aveva già intuito. Henry Hansmann ha mostrato come il vincolo di non distribuire utili sia un fondamento di fiducia. Ma quando le organizzazioni crescono, gestiscono risorse rilevanti, entrano in rapporti strutturati con il pubblico, quella fiducia deve confrontarsi con esigenze di efficienza: il non profit deve essere efficace senza diventare impresa, deve organizzarsi senza perdere la propria specificità. In questa direzione si colloca anche il rafforzamento degli strumenti di trasparenza e regolazione. Il Registro unico nazionale del terzo settore (Runts), ad esempio, viene sempre più interpretato non solo come un adempimento formale, ma come una leva di credibilità e di governance: uno strumento che rende le organizzazioni più leggibili, più affidabili e meglio strutturate, facilitando l’accesso a collaborazioni e progettazioni complesse. Allo stesso tempo, però, questo processo segna il passaggio da un modello fondato prevalentemente su fiducia e relazioni informali a uno basato su dati, procedure e verificabilità, ponendo nuovamente la questione di come coniugare trasparenza e prossimità. Non è un equilibrio scontato. Ed è nella cooperazione internazionale che questa tensione appare in modo ancora più evidente. Qui le organizzazioni sono chiamate a operare in contesti complessi, con progettazione rigorosa, accountability, gestione di risorse e relazioni globali: da un lato l’efficienza operativa, dall’altro la necessità di mantenere un radicamento umano nelle comunità, costruendo relazioni e non solo interventi. In questo senso, la cooperazione non è un ambito separato, ma una sorta di “laboratorio” dove il Terzo settore sperimenta in forma più intensa la propria identità. In effetti, quello che rende unico questo mondo non è solo ciò che fa, ma come lo fa. Come ha ricordato il prof. Luca Pesenti, il Terzo settore produce «beni relazionali»: fiducia, legami, senso di appartenenza. Elementi che non possono essere ridotti a prestazioni o servizi. È uno degli aspetti decisivi. Perché se la crescita porta con sé organizzazione e competenza, il rischio è che la relazione diventi accessoria, che la motivazione si affievolisca, che la solidarietà si trasformi in semplice erogazione. Il cambiamento in atto non è solo strutturale, ma culturale. Le organizzazioni sono chiamate allora a una doppia fedeltà: alla propria missione e alla realtà che cambia. Tenere insieme queste due dimensioni significa ripensare forme, linguaggi, modalità di coinvolgimento, senza perdere il nucleo originario. Quello che abbiamo di fronte non è solo un ambito economico o organizzativo, ma una realtà che attraversa il welfare, la democrazia, le relazioni sociali. Una solidarietà organizzata che tiene insieme il Paese e le relazioni tra i Paesi. Perché il rischio non è divenire più forti, ma diventarlo al punto da non essere più riconoscibili. E tuttavia, è proprio in questa trasformazione che si gioca una possibilità: quella di una maggiore consapevolezza, capace di tenere insieme competenza e relazione, efficienza e senso. Non si tratta di fermare il cambiamento, ma abitare questa crescita senza smarrire ciò che rende il terzo settore unico: la capacità, tenere insieme organizzazione e umanità, da cui dipende non solo il futuro del Terzo settore, ma la qualità stessa della vita civile.
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