Il pianeta in testa: l’eco-ansia che cambia una generazione
Uno studio su 3.600 giovani italiani certifica che la crisi climatica è diventata anche una questione psicologica ma dalla consapevolezza può nascere qualcosa di nuovo

Nell’epoca in cui anche esponenti politici di un certo spessore indicano il cambiamento climatico come una fake news, ci sono studi che accertano l’ansia climatica come una forma di disagio psicologico cronico legato alla paura per il futuro del pianeta. Si manifesta con ansia, impotenza e rabbia, colpendo particolarmente giovani e persone sensibili alle tematiche ambientali, non si tratta di una malattia mentale, ma una risposta razionale a un pericolo concreto (negli ultimi anni l’Italia tormentata dalle alluvioni che spazzano via tutto in pochi minuti), che può essere gestita con diverse soluzioni. È proprio per questo che lo studio realizzato dall’équipe gestita da Krzysztof Szadejko, docente universitario e direttore del Dipartimento di Metodologia e ricerca dell'Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management (IEP), presentato al Forum internazionale di Greenaccord di Treviso, a tema Building Future Together, raffigura uno strumento concreto di quello che rappresenta l’eco-ansia sul territorio italiano, sempre più martoriato, soprattutto negli ultimi anni da disastri ambientali che portano ad un disagio veramente notevole. La ricerca si propone di indagare il legame tra preoccupazioni climatiche e salute mentale, comprendere come l’eco-ansia influenzi la vita dei giovani e analizzare l’impatto sui comportamenti quotidiani e per farlo utilizza un approccio metodologico misto, combinando analisi quantitativa e qualitativa su un campione ampio di 3.607 giovani tra i 19 e i 35 anni, attraverso scale psicologiche validate e domande aperte. «Questo studio ci ha permesso di acquisire dati basati sulle evidenze scientifiche al fine di sensibilizzare le istituzioni politiche – spiega Krzysztof Szadejko – affinché adottino misure pratiche a sostegno delle presenti e future generazioni. L’obiettivo principale era capire se ci fosse un collegamento tra il cambiamento climatico e la salute mentale. È proprio grazie al metodo misto, più complesso da gestire ma con la parte qualitativa che ti può donare dei dati incontrovertibili, che abbiamo rilevato che esiste, purtroppo, una forte correlazione tra ansia legata al cambiamento climatico e ansia generalizzata, oltre ad una relazione significativa con una minore soddisfazione della vita e una visione più pessimistica del futuro».
L’aspetto più rilevante dalla ricerca è che molti giovani non riescono più a proiettarsi in avanti. Il cambiamento climatico diventa un ostacolo nel costruire aspettative positive da condividere con altri individui. Il sentimento principale associata alla crisi climatica è la rabbia per oltre il 40% dei giovani, seguita dalla frustrazione (19%) e dal senso di rassegnazione (16%). Il modello interpretativo dello studio evidenzia che il disagio psicologico non è sempre diretto, ma spesso è mediato da fattori come l’eco-ansia, il pessimismo e soprattutto un senso di perdita di significato, che emerge come elemento centrale e innovativo. «Dopo questa ricerca possiamo affermare che l’eco-ansia è una preoccupazione persistente – evidenzia Krzysztof Szadejko – che può influire sul sonno, sull’appetito e sulla qualità della vita quotidiana. Si tratta di una reazione comprensibile: davanti a una minaccia percepita come globale e incontrollabile, il senso di allarme è naturale e il problema nasce quando questa emozione diventa paralizzante. L’eco-ansia raramente agisce da sola, difatti si intreccia con sentimenti di colpa, perdita di scopo e isolamento ed è proprio questa combinazione che può bloccare l’azione invece di stimolarla. Questi sentimenti sono quelli più evidenti soprattutto nelle fasce più basse e riflettono una percezione diffusa di incertezza e mancanza di controllo rispetto agli sviluppi della crisi climatica. In questo metodo abbiamo incluso due variabili che non si trovano nella letteratura scientifica che riguardavano due aspetti: la mancanza del senso della vita e un test sulla percezione del loro futuro. I risultati – continua Krzysztof Szadejko – nella parte quantitativa riportano che esiste un collegamento tra il cambiamento climatico e la salute mentale. Gli esiti sugli impatti indiretti dei cambiamenti climatici hanno rilevato nella fascia giovanile un cambiamento di stile di vita molto importante. Alcuni giovani cercano di gestire questo disagio attraverso il supporto psicologico o percorsi terapeutici, mentre il ricorso a farmaci risulta presente ma limitato. Pochi vogliono creare una famiglia per paura del futuro, in tanti cambiano lo stile della propria vita alimentare adottando diete vegane o vegetariane consapevoli che le risorse vanno gestite in maniera più oculata e cercano di limitare anche gli spostamenti con i mezzi a combustibile fossile. Le nuove generazioni, anche dopo la spinta della battaglia di Greta Thunberg, sono consapevoli delle difficoltà ed è con il loro cambiamento mentale che ci si potrà adattare al futuro sempre più incerto. La ricerca conclude che l’eco-ansia è un fenomeno diffuso che non riguarda solo chi ha vissuto direttamente eventi climatici estremi (non è solo una questione ambientale, ma anche una sfida psicologica e sociale), ma anche chi è maggiormente consapevole della crisi».
Anche Papa Leone XIV citando la propria lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza ha voluto inviare un messaggio ai partecipanti del Forum dichiarando che «la responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici. Essi sono necessari ma non bastano. Occorre un’educazione che coinvolga la mente, il cuore e le mani. Abitudini nuove, stili comunitari pratiche virtuose. Nell’affrontare insieme le crisi attuali si può favorire un ambiente sociale rispettoso ed inclusivo, per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni».
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