Davos, abbiamo un problema: le disuguaglianze non scandalizzano più
Solo in Italia, nel 2025, la ricchezza dei miliardari è aumentata in media di 150 milioni di euro al giorno. Lo squilibrio nelle condizioni di partenza è ormai enorme ma il dibattito si concentra su altro. Succede perché le ingiustizie economiche e sociali sono ormai accettate: così però si prosciuga la democrazia

Parliamo spesso di disuguaglianze come se fossero un effetto collaterale spiacevole dello sviluppo, una specie di malattia inevitabile nelle economie complesse e globalizzate. Ma i dati freschi dal World Economic Forum di Davos, con il nuovo rapporto di Oxfam, ci obbligano a capovolgere questa storia rassicurante. Non è un incidente di percorso: le disuguaglianze non spuntano fuori per caso dal sistema, vengono costruite, tollerate e a volte persino incentivate da norme, regole fiscali e messaggi culturali che le rendono strutturali. In Italia, solo nel 2025, la ricchezza dei miliardari è aumentata in media di 150 milioni di euro al giorno – una cifra che da sola fa crollare qualsiasi favola meritocratica.
Il fatto più sconcertante, però, non è solo questo boom di ricchezza, ma che il sistema fiscale permetta a questi colossi di pagare, in proporzione, meno di un'insegnante o un infermiere. Qui il paradosso si fa politico e morale: chi guadagna di più dall'ordine economico contribuisce meno a mantenerlo, mentre il peso ricade su redditi da lavoro sempre più precari. Non è per distrazione o pigrizia. Sono scelte deliberate: un fisco che favorisce i profitti sul lavoro, un modello di crescita che vede la concentrazione di ricchezza come trofeo, non come minaccia alla democrazia. Parlare di disuguaglianze solo in termini di povertà crescente è troppo limitato. Non si tratta solo dei poveri che diventano più poveri, ma di condizioni di partenza sempre più sbilanciate, che rendono l'ingiustizia una strada dritta e prevedibile.
C'è poi un livello più subdolo, forse il più radicato: quello dell'immaginario collettivo. La disuguaglianza diventa digeribile grazie a una narrazione che santifica crescita e merito come valori puri, accessibili a tutti. Cresci? Te lo sei meritato. Resti indietro? Colpa tua. In questo quadro, le disparità iniziali – familiari, territoriali, educative – spariscono dal dibattito pubblico, anche se continuano a plasmare destini. Il futuro appare come una gara tra singoli, non come un progetto condiviso. Eppure i dati dicono altro: l'origine familiare resta un predittore potentissimo di istruzione, reddito, salute, aspettativa di vita; il luogo di nascita amplifica o frena le chance; l'occupazione sale, ma la povertà no. Non è un intoppo passeggero, è il frutto logico di un sistema che accetta l'asimmetria come pedaggio per la crescita.
Il pericolo maggiore è che questa normalizzazione dell'ingiustizia prosciughi la democrazia. Oxfam lo mostra chiaramente: i miliardari hanno un'influenza smisurata sulle decisioni pubbliche rispetto a un cittadino qualunque. Qui la disuguaglianza non è solo economica, ma di voce, accesso, futuro. Se vogliamo davvero affrontarla, basta con i cerotti: smettiamola di curare gli effetti e guardiamo alle radici. Non si compensano i ritardatari dopo il danno, si riscrivono le regole del gioco – fiscalità, istruzione, equilibrio tra lavoro e capitale, eredità, riconoscimento del lavoro di cura e dei beni comuni. Serve un impegno consapevole che rimetta al centro il protagonismo della società civile organizzata e riequilibri le partenze. Un aspetto che troppo spesso ignoriamo va rimesso in primo piano: il talento è sparso ovunque nella società, le opportunità no. Continuare a inneggiare al merito senza agire sulle condizioni che lo rendono possibile lo trasforma in un comodo pretesto per l'immobilismo. Una società così non è solo più disuguale, ma più fragile, più povera di speranze. Il vero nodo non è se le disuguaglianze convivono con la crescita, ma se reggono a una democrazia che pretenda di esserlo ancora. È una questione che tocca l'economia, la politica, e soprattutto la nostra responsabilità collettiva di sognare – e costruire – un futuro dove il punto di partenza pesi meno del cammino che si può fare.
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