DATACENTER, BELLI E INSOSTENIBILI
di Paolo Viana
I "cervelloni" dell'intelligenza artificiale nascono come funghi ma ci sono seri dubbi su costi e remunerazione

Milano avrà presto due nuovi data center targati CyrusOne, leader globale in questo settore. A Segrate ha iniziato i lavori per il primo (27 MW di potenza installata), siglando un accordo con gli enti locali che associa il recupero di un’area industriale e investimenti nel verde e nella mobilità per sei milioni di euro. Il nuovo centro funzionerà al 100% con energia rinnovabile ed è progettato per riutilizzare il calore prodotto dai server, risolvendo il principale problema ambientale creato da questi centri, che interpretano un nuovo modello di sviluppo industriale.
L’Italia, oggi, è al 13esimo posto per investimenti in archiviazione ed elaborazione dati (non solo AI). Ci sono 168 data center attivi (2024) per una potenza di oltre 500 MW e un consumo annuo di 4–5 TWh. Il 69% è in Lombardia (il 46 a Milano) ma sorgono anche al Sud. La distribuzione è condizionata da due fattori: la presenza di fonti di cogenerazione elettrica – grazie a fotovoltaico ed eolico, infatti, sta prendendo forma la Puglia Data Center Valley – e quella dei clienti premium: banche e finanza.
Quando l’intelligenza artificiale è utilizzata per servizi che abbisognano di efficienza e sicurezza assolute e quindi di potenze di calcolo elevatissime, il server deve operare in prossimità dell’utenza, dove può sfruttare la banda larga. Ecco perché la gran parte dei data center sorgono intorno alle principali piazze finanziarie: per avere la minor latenza possibile e consentire a pochissimi di disporre della potenza di calcolo utile a governare i flussi finanziari, mentre, con la potenza che resta, l’altra parte della popolazione sfrutta l’AI per studiare, lavorare, divertirsi.
La prima rivoluzione industriale è stata intossicata dal carbone e ha messo milioni di persone alla catena di montaggio. Quest’ultima ha il problema del calore generato dalle gpu - circuiti elettronici che gestiscono i calcoli in modo più rapido -, ma non produce posti di lavoro. «È un settore in potente espansione. A livello mondiale si parla, entro il 2030, di 1000 TWh di energia solo per questi centri e nel nostro Paese ci sono più di 500 richieste di connessioni per una potenza accumulata di 80 GW. È un valore enorme, se si considera che la curva di carico massima della potenza di tutta la nazione oggi arriva a 60 gigawatt. Siamo di fronte a un cambiamento epocale del panorama industriale». Chi parla così è Gianluca Marini, vicepresidente esecutivo per Cesi Consulting, una divisione del Cesi, gruppo globale di ingegneria nato 70 anni fa come superconsulente del settore elettrico. Oggi studia anche come ottimizzare queste produzioni, che sono proporzionalmente le più energivore che esistano. Se si realizzassero i progetti in cantiere, il consumo dei data center potrebbe passare dal 2 al 13% dell’energia disponibile nel Paese (oggi l’industria intera si fa bastare il 29%). Nelle notti di luglio, l’ultimo condizionatore a partire potrebbe mandare in down un hyperscale da 100 MW (o, più facilmente, il contrario) e presto, se si realizzasse il 30% dei progetti presentati, potremmo dover scegliere tra la fidanzata virtuale e la birra ghiacciata.
Il digitale è un mondo rapido: in due o tre anni i centri saranno approvati (o bocciati) e costruiti. L’insieme degli insediamenti vecchi e nuovi in Italia, che offrono servizi di cloud, big data e AI, potrebbe raggiungere così i 4,6GW di potenza installata. Indispensabili per potenze di calcolo come quelle dell’AI e una sicurezza all’altezza della clientela premium, che misura l’efficienza di un servizio in termini di pochissimi minuti/anno di interruzione del servizio.
Oggi, Aruba, storico campus di Ponte San Pietro (Bergamo) impegna da solo 90 MW: come una città di oltre centomila abitanti. Data4 e Microsoft non sono da meno. Apto sta costruendo un data center da 300 MW alle porte di Milano. A contare sono 20 grandi poli. I primi dieci consumano quasi tutti i TW e gli hyperscale (data center e cloud, capaci di “scalare” massivamente, per gestire enormi volumi di dati) assorbono tra il 10 e il 15% dei consumi. Poiché la tendenza è ad insediarsi in poche aree, nei prossimi anni bisognerà capire come servire cluster da 1000 MW. Ancora Marini: «Un data center non pone solo un problema di carico, ma di densità energetica: una gpu grande come una carta di credito alimenta l’AI che è il driver principale di questi centri e consuma da sola 600 watt. Ma tante gpu dentro un server portano la potenza richiesta da quel server a 100 kilowatt. La nostra lavatrice e la nostra asciugatrice occupano lo stesso spazio di quel server ma consumano 4-5 kilowatt…».
La nostra rete, che è dimensionata per picchi brevi, dovrà reggere un carico alto e continuo: bisognerà importare energia e costerà di più. Sicuramente ai cittadini, visto che i data center godono di sconti: qualcuno potrebbe chiedersi perché finanziare un settore che non produce posti di lavoro e utilizza solo materie prime e tecnologie d’importazione. Ma i più sono più appassionati a guardare i reel in cui ci si tuffa da un ponte senza farsi male.
Sarà inevitabile la costruzione di nuove centrali: ne serviranno tre solo in Lombardia. «Dev’essere garantita una alimentazione costante, ad esempio con il gas, magari convertendo vecchi impianti; negli Usa i grandi data center (1 GW) hanno una centrale tutta loro, ma c’è spazio per il mix: se riusciamo ad accumulare l’energia delle rinnovabili e potremmo trovare la via italiana per data center dalle dimensioni più contenute» spiega Marini.
Un altro punto dolente è la vita media dei centri. Un quinquennio di alte performance al servizio della finanza e delle attività più remunerative, per poi fare profitto con i servizi di utilità o di intrattenimento. «L’ammortamento di questi investimenti ha un ruolo maggiore rispetto a quanto accadeva per le precedenti attività industriali – ammette Marini – e si basa su un modello di business nel quale si ipotizza che saremo tutti disposti a pagare cento o cinquecento dollari all’anno per un abbonamento all’AI».
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