Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»

Debutta l'8 aprile alle Fonderie Limone di Moncalieri il secondo capitolo della trilogia del regista dedicata alle tre religioni monoteistiche. L'anno prossimo il "Corano"
April 4, 2026
Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»
Una scena di "Vangeli" di Gabriele Vacis / Foto Agnese Boato
Il Vangelo è giovane. E arriva al cuore, forse ancora di più, quando a pronunciarlo sono voci che portano addosso il tempo presente, i suoi strappi, le sue attese, la sua energia. Accade nelle prove di Vangeli, il nuovo lavoro di Gabriele Vacis, dove il Logos si fa corpo, anzi corpi: quelli di dodici ragazzi e ragazze, come gli Apostoli, che si muovono senza sosta, come un respiro condiviso.
Debutterà l’8 aprile alle Fonderie Limone di Moncalieri questo secondo capitolo della “Trilogia dei libri”, con la drammaturgia di Gabriele Vacis e della Compagnia PoEM, nuova produzione del Teatro Stabile di Torino, dopo Antico Testamento, mentre l’anno prossimo arriverà il Corano. Ma qui, ora, tutto è concentrato su una parola antica eppure viva, rilanciata da una generazione che quella parola sembrava aver smarrito.
Già assistendo alle prove si resta colpiti da una semplicità che è essenzialità: teli bianchi, panche, luce. Una scena che lascia spazio alla parola e al corpo. E a una memoria che affiora subito, dichiarata: quella di Pier Paolo Pasolini. Non a caso, mentre gli attori sistemano i grandi lenzuoli, appare una dedica “alla cara, lieta, familiare memoria di Papa Francesco”, eco esplicita del film pasoliniano Il Vangelo secondo Matteo dedicato a Giovanni XXIII.
«È una dedica molto affettuosa a Papa Francesco – spiega Vacis –. Riprende la formula di Pasolini. E subito dopo entra la sua voce». Pasolini dice nel 1974 che il messaggio di Gesù delle Beatitudini “è incomprensibile per un giovane di oggi. Il potere industriale vuole che l’uomo sia consumatore e che la sua filosofia sia edonistica”. Un passaggio chiave, perché proprio Pasolini offre la lente attraverso cui leggere questo lavoro: «Diceva che per la sua generazione Cristo aveva ancora una capacità di presa, ma già per i giovani degli anni Settanta era perduta. Eravamo già immersi nel consumismo» aggiunge Vacis.
E oggi? Oggi, paradossalmente, sono proprio i giovani a restituire quelle parole. Senza gerarchie, senza protagonismi: la parola rimbalza da bocca a bocca, si fa coro, si fa gesto. A raccontarlo è anche Riccardo Zaffino, giovane assistente alla drammaturgia: «Mettere in scena un testo sacro è tentare di dare consistenza all’invisibile. È un modo per ristabilire un contatto con l’ignoto che continua a dominare le nostre vite». E citando Andrej Tarkovskij aggiunge: «Costruire uno spettacolo sul sacro è di per s un gesto religioso. È quanto di più vicino al rito per una generazione che il rito l’ha sfiorato appena».
Il cuore del lavoro è soprattutto il Vangelo di Giovanni, intrecciato con Matteo e Marco, fino all’Apocalisse. Ma più che una narrazione è un’esperienza. «Il primo spettacolo di questo trittico, Antico Testamento, prendeva il Pentateuco e altri libri un po’ a pretesto. Ci interessava raccontare storie di oggi sugli antichi racconti biblici. Prendendo in mano i Vangeli ci siamo subito resi conto che è necessario, di questi tempi, semplicemente pronunciare le parole del Nuovo Testamento» ci spiega Vacis. Parole come “beati i miti”, “ama il tuo nemico”, “guai a voi ricchi”. Parole che, dette da ventenni immersi in un mondo digitale e consumistico, suonano quasi scandalose. Eppure funzionano. Colpiscono. Commuovono.
Anche grazie a immagini potenti: una luce che richiama Caravaggio, una canzone da Hunger games che entra come eco delle proteste di piazza, fino a una crocifissione resa con coperte termiche dorate – quelle dei migranti salvati in mare – che poi si sollevano, diventando segno di Resurrezione. E dentro questo tessuto visivo si intreccia anche quello sonoro: brani contemporanei che vanno da Madame a Franco Battiato fino a Bruce Springsteen si alternano a canti sacri in ebraico, latino e aramaico.
«Queste sono le parole che ci volevano oggi – insiste Vacis –. Il mondo che abitiamo pare senza grazia. La verità è messa al bando, non è più una virtù ma una carta da giocare. Nell’Antico Testamento è data la legge, nel Nuovo Testamento la grazia e la verità. E nel Vangelo di Giovanni Cristo è grazia e verità. Dove abitano oggi?». La domanda attraversa tutto lo spettacolo. E si fa anche provocazione politica e culturale: «Oggi tutto è intrattenimento. Allora le parole di Gesù non sono intrattenimento. Sono parole, sono Logos. Avremmo bisogno di qualcuno che quando parla dice verità. Oggi siamo nell’epoca della post verità. Ma la post verità c’è sempre stata: si chiamava menzogna».
Vacis entra nel merito anche delle distorsioni contemporanee legate alla conservatrice “teologia della prosperità”, replicando in scena la foto in cui Donald Trump è attorniato da telepredicatori che lo benedicono, e mette in guardia da un uso ideologico del sacro: «Il Vangelo della prosperità è una bestemmia. Prende la parabola dei talenti e la stravolge. Sembra un invito a fare soldi con i soldi. Invece no, perché subito dopo c'è la parabola del giudizio finale, dove Gesù dice, avevo fame e non mi hai dato da mangiare, ero forestiero e non mi hai accolto. La teologia della prosperità sostiene che se tu sei in salute, ricco e fortunato vai in Paradiso. Se sei povero, malato e sfortunato, vai all'Inferno. E non è così. Cioè, San Francesco si arrabbierebbe molto di questa cosa».
Al fondo c’è una preoccupazione educativa, quasi urgente. «Il mio lavoro oggi è costruire ponti tra le generazioni – afferma – perché i giovani pensano che la tecnologia sia la ragione della vita. Ma noi settantenni, anche se non sono credente, abbiamo memoria di un mondo in cui contava la relazione, la solidarietà, in cui Dio erano gli altri. Mia nonna mi insegnava ad essere gentile e che c'era qualche cos'altro oltre alla quotidianità. E poi ho avuto la fortuna di incontrare due preti straordinari che si prendevano cura di noi all’oratorio». E il ricordo diventa racconto, per Vacis, nella periferia degli anni 60 di Settimo Torinese: « C’era don Pier Giorgio Ferrero che ci insegnava a leggere davvero. Era un gran narratore. Dopo aver giocato a pallone ci leggeva da I ragazzi della via Pal a Tom Sawyer, e poi il Vangelo. E valeva come tutto il resto, anzi di più per la sua profondità».
È forse questo il punto più toccante di Vangeli: un tentativo di restituzione. «Abbiamo costruito questo spettacolo provando a dare corpo alle parole – spiega Vacis – a generare azioni e immagini dal testo. Volevamo far agire il Logos nei corpi dei giovani». E la risposta lo sorprende: «Queste parole li stupiscono. Loro sono nativi digitali e consumistici, eppure restano colpiti». Anche la scelta del Quarto Vangelo, come lo definisce Enzo Bianchi, non è casuale. «È il meno narrativo, il più spirituale. È quello che prova a narrare Dio». E allora la domanda diventa inevitabile: «Che cos’è Dio? Se devo dirlo: è essere presenti a se stessi, agli altri, al tempo, allo spazio». E già lo sguardo va al terzo capitolo del progetto. «Ho lavorato a Gerusalemme con i ragazzi del National Palestinian Theatre che ora stanno là, tra Hebron e Ramallah – racconta il regista –. Il prossimo spettacolo sarà il Corano e cercheremo di portarli qui». Il teatro, allora, come spazio di incontro possibile. «Tutte e tre le religioni monoteiste – riflette Vacis – hanno come aspirazione la grazia e la verità. Ma non c’è grazia senza verità, e la verità non c’è senza giustizia». Da qui l’obiettivo ultimo: «La convivenza».

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