Lino Musella: «Presto il mio volto alle ragioni del male»
L’attore rivelazione ha interpretato il pentito principale accusatore dei Tortora nel film di Marco Bellocchio “Portobello” premiato ai Nastri d’Argento

È uno degli attori più talentuosi, interessanti e sorprendenti del panorama cinematografico, teatrale e televisivo italiano. Fresco vincitore del David di Donatello per Nonostante di Valerio Mastandrea, Lino Musella è tra i protagonisti di Portobello di Marco Bellocchio, che ieri a Napoli ha ricevuto il Nastro d’Argento - assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani presieduto da Laura Delli Colli - come serie dell’anno. Prodotto da Our Films e Kavac Film, con Rai Fiction e The Apartment, presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia e disponibile su HBO Max., il lavoro dell’86enne regista di Bobbio vede Musella nei panni di Giovanni Pandico, il primo ad accusare Enzo Tortora di essere affiliato alla Nuova Camorra Organizzata. Ritroveremo l’attore al cinema in Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini e in Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, che adatta per lo schermo il proprio romanzo.
Che occasione è stata per lei questo ruolo così ricco di ombre e sfaccettature, affascinante, ma anche rischioso?
«Sì, molto rischioso. Un ruolo arrivato in un momento di maturità artistica, che coniuga molte esperienze fatte e una grande curiosità, e che mi ha permesso di mettere a frutto in modo diverso parte della mia pratica professionale, il rapporto interiorità ed esteriorità., sempre in cerca di un equilibrio. Certi personaggi sono come li vediamo perché vengono scritti così, ma anche perché sono abitati da esseri umani fatti in un certo modo. Nella vita ne esistono di eccessivi, calati però nel reale, proprio come Pandico, che mostra caratteristiche patologiche, nevrosi, schizofrenia. Delle alterazioni, insomma».
Ha mai provato a immaginare come sarebbe stato il caso Tortora se fossero stati coinvolti anche i social, allora assenti?
«In realtà non ho mai pensato che questa storia vivesse nel presente. All’epoca scandali così non erano all’ordine del giorno, mentre oggi vengono facilmente strumentalizzati. Le immagini della serie sono sorprendenti nel raccontare quell’epoca».
Aveva fatto delle ricerche su Pandico?
«La fortuna è stata proprio quella di non avere un’immagine così chiara di lui. Una fortuna perché nel momento in cui hai un referente chiaro o delle testimonianze forti come quelle a disposizione di Gifuni per Tortora, devi fare due cose contemporaneamente: restituire un’immagine pubblica e al tempo stesso dare la sua interpretazione di un personaggio. Nel mio caso invece la libertà è stata un vantaggio perché ho seguito una strada intuitiva. E quando dopo le riprese ho ritrovato delle testimonianze audio, ho capito che non ero andato così lontano».
Dove si vanno a pescare le ombre di un personaggio come questo?
«Quando affronti personaggi negativi, anche personaggi letterari così grandi da diventare miti, come Iago o Riccardo III, pensi a non sottovalutare il loro dolore, pur non giustificando le loro ragioni. In Pandico ho trovato il dolore di un uomo che vive isolato all’interno della stessa famiglia criminale e del sistema carcerario. Se nasce un seme d’odio o un desiderio di rivalsa, assume in questi casi dimensioni enormi e pericolose».
Bellocchio trasforma il tribunale in un palcoscenico. Lo aveva già fatto ne Il traditore.
«Nelle scene del tribunale tutti i soggetti sono messi in una condizione teatrale. Nel caso di Pandico questo vale ancora di più, anche grazie a com’è stato costruito il suo piano d’ascolto. Molti dei suoi commenti appartengono al suo privato, ma quando in aula si trova davanti a quella “platea” si sente al centro dell’attenzione. A un certo punto però mi sono accorto che quel teatro è in realtà un circo destinato a coinvolgere tutti, un carillon costante che la visione di Bellocchio rende molto particolare».
Il teatro occupa un posto speciale nella sua vita.
«Una cosa che ho sempre fatto sin da ragazzino, che continuo e continuerò a fare, anche se negli anni ho scoperto le bellissime differenze che il cinema sa offrirti. Oggi molti registi lavorano in modo virtuoso con gli attori di teatro, che fino a qualche tempo fa sembrava una forma di spettacolo continuamente in crisi, quasi desueta. Invece è il cinema che negli ultimi anni sta incontrando dei problemi nel ricostituire un rapporto con il pubblico. Dopo il Covid l’evento live del teatro ha risposto alle esigenze di molti spettatori che hanno fatto “il miracolo”, dimostrando ciò di cui le persone hanno bisogno».
Altri artisti cresciuti nelle periferie di Napoli hanno trovato nel teatro una sorta di ancora di salvezza.
«Il teatro è un luogo che scegli, e io sono cresciuto cercando proprio in quel luogo la mia dimensione. Non lo vedo però come un rifugio sociale. Parrocchie e centri sociali rappresentano una concreta e benedetta alternativa alla strada, ma il teatro richiede vocazione, passione, talento, impegno, sacrificio e può anche rovinartela la vita. Il teatro è un luogo dove cercare non la salvezza, ma uno spazio all’interno di un percorso molto, molto lento».
Le piace come viene raccontata Napoli negli ultimi anni?
«Napoli è sempre stata raccontata in modi diversissimi, anche se a volte prevale un racconto rispetto a un altro. È una città che vive grandi cambiamenti anno dopo anno, ma anche di retorica. Ci sono la musica, il teatro, il cinema, l’arte, e la camorra non è certo un’invenzione degli ultimi anni. Dialogheremo sempre con le tante anime della nostra città che, anche suo malgrado, finisce sempre con il far parlare di sé. Basti pensare a come è diventata Napoli negli ultimi anni dopo la vittoria di altri due scudetti».
Che siano buoni o cattivi, i personaggi che interpreta sono sempre portatori di qualche alterazione. E si fissano nella memoria dello spettatore.
«Mi diverto a dire che della mia faccia non rispondo. Quando lavori su personaggi che stanno a lato della scena non devi commettere l’errore di fare troppo. Probabilmente sono portato a scavare nelle intenzioni, il piano d’ascolto per me è molto importante. La semplicità è una questione complessa».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






