Un trio hip hop ridà la lingua all’Irlanda
Tre ragazzi cresciuti nell’ex ghetto di West Belfast in testa alle classifiche del Regno Unito con il loro disco “Fenian” in lingua gaelica e inglese. Il gruppo in estate in tour in Italia

Tre ragazzi cresciuti nell’ex ghetto cattolico di West Belfast hanno portato per la prima volta un disco in lingua irlandese in testa alle classifiche del Regno Unito. È l’ulteriore conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno - che i Kneecap non sono soltanto un gruppo musicale ma un vero e proprio fenomeno culturale. La loro musica è riuscita a fare qualcosa che finora sembrava impensabile: riportare l’antico idioma dell’isola d’Irlanda al centro dell’attenzione trasformandolo nella lingua del presente urbano, politico, ironico, provocatorio. Una lingua che per secoli ha rischiato di scomparire dopo essere stata repressa, marginalizzata e confinata agli spazi residuali della vita comunitaria, è entrata improvvisamente nella piena visibilità dell’industria culturale e nello spazio simbolico occupato dalle grandi produzioni anglo-americane.
Nei loro brani, i Kneecap usano l’irlandese come un’affermazione legata alla storia dell’indipendentismo repubblicano e alla memoria di figure come Bobby Sands, che durante la detenzione nel carcere di Long Kesh scrisse di nascosto poesie e prose in lingua irlandese. Nei loro testi convivono riferimenti alla vita nei quartieri di Belfast, alla memoria del conflitto, all’ironia sul controllo sociale e a un uso del linguaggio volutamente ibrido, in cui l’irlandese è contaminato dall’inglese, dal gergo giovanile e dalla cultura hip hop. Canzoni come C.E.A.R.T.A. - parola che significa “diritti” - e slogan come “Every word of Irish spoken is a bullet for Irish freedom” (ogni parola in irlandese è un proiettile per la libertà dell’Irlanda) condensano la loro idea della lingua come atto politico e identitario. Il nome stesso del gruppo richiama una delle pratiche punitive associate ai paramilitari durante il conflitto: i cosiddetti “kneecappings”, le gambizzazioni inflitte come punizione a spacciatori, criminali e presunti informatori.
Il loro nuovo album Fenian (dal nome degli antichi guerrieri della mitologia irlandese) che ha scalato le classifiche britanniche non è soltanto un semplice exploit discografico e per comprendere la portata del fenomeno è necessario risalire molto indietro nel tempo. La lingua irlandese è diventata progressivamente minoritaria sull’isola in seguito a una lunga storia coloniale iniziata almeno cinque secoli fa, quando la conquista Tudor dell’Irlanda e le politiche di controllo linguistico e culturale promosse dalla Corona britannica sotto sovrani come Enrico VIII ed Elisabetta I ne scoraggiarono e ne punirono l’uso. Alla fine del XVII secolo, con l’introduzione delle Leggi penali, la marginalizzazione divenne sistematica attraverso l’esclusione dei cattolici dall’istruzione, dalla proprietà terriera e dalla vita pubblica. La Grande carestia di metà Ottocento accelerò il declino linguistico fino a ridurre drasticamente il numero di parlanti relegandoli in aree remote dette “Gaeltacht”. Il colpo di grazia lo dette il sistema educativo introdotto dagli inglesi, che eliminò completamente l’insegnamento del gaelico. Ma alla fine dell’Ottocento, il cosiddetto “Rinascimento gaelico” vide figure come il futuro presidente della Repubblica Douglas Hyde impegnate nel recupero della lingua come elemento centrale dell’identità culturale irlandese. Nel XX secolo fu la volta di artisti e musicisti. Compositori come Seán Ó Riada e gruppi di folk tradizionale come i Chieftains e i Clannad hanno portato la musica gaelica sui palcoscenici internazionali, trasformandola da patrimonio locale a linguaggio globale contribuendo a rendere l’irlandese parte di un immaginario sonoro internazionale.
Con una simile storia alle spalle, è dunque inevitabile che la rinascita contemporanea della lingua irlandese rappresenti un fenomeno profondamente politico. Nella Repubblica d’Irlanda è la lingua ufficiale, insegnata nelle scuole e presente nella segnaletica pubblica, ma per lungo tempo questa presenza è stata più formale che sostanziale. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. La crescita delle Gaelscoileanna (scuole di immersione linguistica), il rafforzamento dei media in lingua irlandese come TG4 e Raidió na Gaeltachta, e una nuova generazione urbana che sceglie il gaelico non come dovere ma come identità culturale, hanno prodotto una riattivazione del linguaggio al di fuori delle aree rurali tradizionali.
Se per decenni il discorso sulla lingua irlandese è stato legato alla conservazione, alla tutela istituzionale o all’identità nazionale, i Kneecap hanno ribaltato la prospettiva con un effetto dirompente, dimostrando che la lingua non va solo salvata ma deve essere usata. In questo senso, il trio di West Belfast ha fatto per il gaelico ciò che molte campagne istituzionali non erano riuscite a fare: renderlo desiderabile, ribelle e culturalmente centrale. A giugno il loro tour mondiale arriverà per la prima volta anche in Italia, con tappe a Milano, Bologna, Roma e Bari.
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