Nuova impennata del prezzo del petrolio: perché produrne di più non risolverà la crisi

Il Wti accelera a 113 dollari, nonostante l'aumento produttivo di 206mila barili di greggio al giorno deciso dal cartello Opec+. I timori per il razionamento di carburante per l'aviazione civile
April 6, 2026
Nuova impennata del prezzo del petrolio: perché produrne di più non risolverà la crisi
/ ANSA
La crisi energetica accelera e prende una direzione sempre più difficile da governare. I prezzi del petrolio tornano a correre, sospinti da un’escalation militare che si riflette quasi in tempo reale sui mercati. Il WTI stamane supera i 113 dollari al barile, il Brent si attesta oltre quota 110. A pesare è, prima di tutto, l’inasprimento dello scontro tra Iran, Israele e Stati Uniti. Il fine settimana ha registrato nuovi lanci di missili e un ulteriore irrigidimento del linguaggio politico. Donald Trump ha alzato il livello dello scontro con parole che hanno immediatamente alimentato la tensione sui mercati: «Se non fanno qualcosa entro martedì sera, non avranno più centrali elettriche e non avranno più ponti in piedi». Un’escalation verbale che si traduce in premio al rischio, spingendo gli operatori a scontare scenari sempre più estremi.
Il risultato è che dall’inizio dei bombardamenti sull’Iran, il greggio americano ha guadagnato circa il 70%. Un movimento che non riflette soltanto la riduzione dell’offerta potenziale, ma anche la paura di una rottura prolungata delle catene di approvvigionamento, che potrebbe coinvolgere anche comparto dell'aviazione civile. Il cuore di questa vulnerabilità resta lo Stretto di Hormuz, oggi quasi paralizzato. Da quel passaggio transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua chiusura, anche parziale, altera gli equilibri globali, mentre gli analisti già si chiedono se siano davvero possibili razionamenti al carburante per gli aerei e quanti voli sarebbero da cancellare, con effetti a cascata anche sul comparto del turismo.
In questo contesto, la risposta dell’Opec+ decisa ieri appare quasi attendista. L’aumento della produzione deciso per maggio, pari a 206mila barili al giorno, non ha la forza di compensare le perdite legate al conflitto né di raffreddare un mercato dominato dall’incertezza. Il cartello, guidato da Arabia Saudita e Russia, sembra insufficiente a proteggere il mercato in una fase così instabile. Il problema, infatti, non è solo quantitativo. È strutturale. Le infrastrutture energetiche colpite dal conflitto nella regione richiederanno mesi, forse anni, per essere pienamente ripristinate. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell'Energia, decine di siti risultano danneggiati, molti in modo grave. Una fragilità che si traduce in offerta rigida proprio mentre la domanda globale resta sostenuta. Da qui l’allarme lanciato dal direttore dell’Agenzia, Fatih Birol. Il rischio più immediato non è soltanto la scarsità fisica, ma la frammentazione del mercato. «È il momento peggiore per introdurre divieti o restrizioni», avverte, riferendosi alla tentazione di alcuni Paesi di limitare le esportazioni o accumulare scorte. Una dinamica già in atto: dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’India, le grandi economie stanno rafforzando le riserve, riducendo l’efficacia degli interventi coordinati.
L’Aie ha già messo in campo il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, la più ampia operazione mai realizzata, ma l’agenzia è «pronta a procedere con nuove misure se e quando necessario»: l'80% delle scorte strategiche dei Paesi membri resta disponibile. Ma l’effetto rischia di essere attenuato da comportamenti «difensivi». Se i principali attori trattengono petrolio invece di immetterlo sul mercato, la pressione sui prezzi resta elevata. E la volatilità si autoalimenta. I segnali più preoccupanti arrivano dall’Asia, dove iniziano a emergere razionamenti e riduzioni delle attività produttive. In Europa la situazione è ancora sotto controllo, ma il margine si assottiglia. Molto dipenderà dall’evoluzione delle rotte alternative e dalla capacità dei produttori di aggirare i colli di bottiglia. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha già deviato gran parte delle esportazioni verso il Mar Rosso, sfruttando la rete di oleodotti interni. Una soluzione efficace, ma esposta a nuovi rischi.
In questo scenario, l’iniziativa di alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, per una tassa sugli extraprofitti energetici resta sullo sfondo. Il tentativo è contenere l’impatto sociale del caro energia, redistribuendo una parte dei guadagni straordinari. Ma la portata della crisi, oggi, si gioca altrove: nelle acque del Golfo, nelle scelte dei grandi produttori e nelle reazioni spesso disordinate dei governi. Il petrolio torna così a essere il termometro più sensibile delle tensioni globali. E ogni variazione di prezzo racconta una storia che va ben oltre il mercato: parla di guerra, di potere, di equilibri che si spostano con una rapidità che la politica fatica a seguire.

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