Dietro le quinte del film su Carlo Acutis: sul set con un santo

Samuele Carrino interpreta il giovane milanese proclamato santo nel 2025: «Un ragazzo come noi che usava il web per fare del bene». Presto su Canale 5
April 5, 2026
Dietro le quinte del film su Carlo Acutis: sul set con un santo
Samuele Carrino sul set del film tv Mediaset su Carlo Acutis
Sul bordo della piscina di Villa Menta, immersa nei boschi di castagni della Brianza, un ragazzo dai capelli neri, maglietta rossa e felpa blu avanza controluce. Per un istante il tempo sembra sospeso: pare davvero Carlo Acutis che torna incontro ai suoi amici. Poi lo sguardo si mette a fuoco ed è Samuele Carrino, sedici anni, protagonista della fiction Il mio nome è Carlo, che proprio in questi giorni ha concluso le riprese. "Avvenire" è stato sul set a Oggiono, a pochi minuti da Lecco, dove si respirano insieme concentrazione e una certa emozione: qui prende forma il racconto di un ragazzo che continua a parlare al presente.
Diretta da Giacomo Campiotti e scritta insieme a Carlo Mazzotta, la fiction – coproduzione RTI e Skipless Italia – ripercorre in cento minuti la vita breve ma intensissima di Carlo, morto a soli quindici anni per una leucemia fulminante e proclamato santo il 7 settembre 2025 in Piazza San Pietro. Dopo il primo ciak a Milano, città della sua crescita, e le riprese ad Assisi, cuore della sua spiritualità, il set brianzolo ospita gli ultimi momenti di lavorazione, immersi in un silenzio naturale che sembra favorire il raccoglimento.
Curiosamente, si girano proprio le scene iniziali: Carlo è con gli amici nella casa di campagna e li filma mentre raccontano come immaginano il loro futuro e come saranno nel 2026. Attorno a lui un piccolo gruppo di adolescenti: la ragazza un po’ superficiale (l’attrice Nicky Passarella), il bullo (Niccolò Festini), il compagno emarginato (Stefano Massari). Volti e fragilità che lo spettatore riconosce subito. Sarà proprio l’incontro con Carlo a cambiare il loro sguardo. Infine, la macchina da presa si ferma su di lui, che guarda dritto in camera e si presenta: un gesto semplice, quasi disarmante, che diventa invito diretto a chi guarda.
«Carlo è un grandissimo simbolo, una superstar internazionale – ci racconta Campiotti – ma la sfida più grande è stata mantenere la verità della sua santità, la sua bontà, la sua generosità, senza entrare in una dimensione mitica». Il regista, che ha firmato negli anni opere come Giuseppe Moscati con Beppe Fiorello, Bakhita, Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti, Maria di Nazareth, Chiara Lubich, oltre a titoli amati dal grande pubblico come Braccialetti rossi e Bianca come il latte, rossa come il sangue, insiste: «Io cerco sempre di non avere paura quando entro in queste storie, ma di andarci dentro fino in fondo. Oggi c’è un grande bisogno di racconti che portino luce».
Il film si sviluppa attraverso tre età: il bambino di sei anni, già attento e sensibile; il ragazzo di undici, curioso e intelligente; e l’adolescente al primo anno di liceo, più consapevole. «Carlo scopre Gesù molto presto – spiega Campiotti – ed è lui a portarlo nella sua famiglia. Questo amore lo spinge a testimoniare, già da piccolo, insegnando il catechismo a modo suo, con una forza magnetica». E aggiunge: «La sfida era non farlo mai diventare un maestrino, ma mostrare un ragazzo che apre i cuori senza giudicare. La vera fede si vede dalla serenità, dalla felicità, e Carlo era un ragazzo felice».
Una santità fatta di quotidiano, di piccoli gesti. Carlo aiuta i poveri, presta attenzione agli altri, vive l’amicizia con autenticità. E usa anche la tecnologia, aspetto che lo rende particolarmente vicino ai giovani di oggi. «Era un adolescente normale – sottolinea il regista – che capisce le potenzialità del web. Non la demonizza, ma la usa per il bene. Questo è un messaggio fortissimo: la tecnologia va guidata dalla mente e dal cuore».
Campiotti allarga poi lo sguardo anche al sistema televisivo: «Mi chiedo come mai la Rai non faccia più fiction sui santi, visto che sono storie così potenti e necessarie. C’è un pubblico che le aspetta, che ha bisogno di esempi concreti. Raccontare figure come Carlo significa parlare a tutti, non solo ai credenti».
Un messaggio che arriva forte anche a Samuele Carrino, che adesso frequenta il terzo anno del liceo. «Quando mi hanno proposto il ruolo ho pensato subito a una grande responsabilità – racconta –. È una sfida importante, ma ci sto mettendo tutto me stesso, tutto il cuore». L’attore, già protagonista del film Il ragazzo dai pantaloni rosa (che ora porta anche in scena a teatro in versione musical) e impegnato fin da piccolo in ruoli intensi, si è preparato a lungo: «Ho visto tanti video di Carlo, proprio quelli girati da lui. Mi hanno fatto venire la pelle d’oca. Era un ragazzo semplice, ma con qualcosa di speciale».
La somiglianza fisica colpisce immediatamente, ma è l’adesione interiore a convincere. «Mi ha impressionato guardarmi allo specchio vestito così – confessa –. Ci assomiglio più del previsto». Ma soprattutto Carrino sottolinea l’attualità del messaggio: «Carlo è un santo diverso, è uno di noi. Usava i social per fare del bene. Oggi basta poco per ferire qualcuno online, lui invece ci insegna che si possono usare per aiutare, per comunicare in modo positivo».
Tra le scene più intense girate sul set, l’attore ricorda quella dell’ospedale: «Quando Carlo dice alla mamma che non uscirà da lì. È stato un momento molto toccante». Ma anche i gesti più semplici restano impressi: «La scena con il senzatetto, quasi senza parole, mi ha fatto riflettere molto. Bastavano gli sguardi per capire tutto».
Per Campiotti, il cuore del film sta proprio qui: «Io spero che lo spettatore viva un incontro. Il film non può raccontare tutto, ma può accendere un desiderio, una curiosità». E insiste: «La santità è molto più vicina di quello che pensiamo, non servono gesti eclatanti. Basta non arrendersi al male e scegliere il bene ogni giorno». Raccontare Carlo Acutis oggi significa parlare ai giovani, ma in quale chiave? «Questo film è dedicato ai miei figli e ai giovani, penso che ci sia un bisogno enorme di un personaggio così e penso che questo film possa portare molta luce e la chiave per me è stata appunto cercare di mantenermi alla verità. San Filippo Neri ha detto che un santo è un peccatore che non si arrende mai, quindi io penso che Carlo possa essere ispirante proprio nella sua capacità di trovare senso anche nella quotidianità».
Il progetto si inserisce nella linea produttiva voluta da Pier Silvio Berlusconi, orientata a raccontare storie positive attraverso una nuova serie di film tv. E quella di Carlo Acutis lo è in modo radicale. «È il santo giusto per questo tempo – osserva ancora il regista –. Lo vediamo dall’affetto enorme che riceve in tutto il mondo».
Un adolescente capace di parlare a tutti. «Se Carlo, a quindici anni, riusciva a fare così tanto bene – conclude Carrino – allora possiamo farlo anche noi. Se ciascuno facesse la sua parte, il mondo sarebbe davvero migliore. Personalmente ho imparato da lui che bisogna sempre cercare di fare del bene a chiunque, anche a persone che non conosciamo, soprattutto che ci sono tante persone con tante fragilità e quindi bisogna essere attenti ai social, a come si usano».
Il mio nome è Carlo, prossimamente su Canale 5, non è solo il racconto di una vita breve e intensa. È il tentativo di restituire il volto di un ragazzo normale e straordinario insieme. Uno che, ancora oggi, continua a interrogare e ad attrarre, indicando con semplicità una strada possibile.

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