Un mondo senza armi è possibile.
«La preghiera è anche impegno»

Parla Rosanna Tabasso, presidente del Sermig di Torino: «Il richiamo di Leone XIV unisca tutte le persone, di ogni credo, provenienza e formazione, che non accettano la deriva attuale»
April 11, 2026
Un mondo senza armi è possibile.
«La preghiera è anche impegno»
Rosanna Tabasso / Sermig
Nella cappellina dell’Arsenale della Pace, a Torino, c’è la “Croce dei dolori del mondo”. Il legno è dipinto con schizzi di vernice rossa e bianca, segno di morte e resurrezione. Perché i migliaia di giovani che passano ogni anno per il monastero metropolitano del Sermig imparano a pregare per coloro che soffrono il dramma dei conflitti armati. Per Rosanna Tabasso, presidente del Servizio missionario giovani, la veglia di preghiera di stasera voluta dal Papa è «un segno visibile» per «tutte le persone di ogni credo, provenienza e formazione, che non accettano la deriva attuale». Pregare per la fine di tutte le guerre, sottolinea la presidente, che nel 2020 è succeduta a Ernesto Olivero, fondatore dell’Arsenale, è «unirsi a Cristo, che più di ogni altro desidera la pace per tutta l’umanità». Rosanna Tabasso, che ha incontrato il gruppo fondato da Olivero a 15 anni, è stata la prima consacrata della Fraternità della Speranza, che da sempre fa della preghiera per la pace, assieme ai giovani, il cuore della propria missione. All’Arsenale di Torino, nato nei locali dell’ex Arsenale militare di Borgo Dora, che armò l’esercito italiano nelle guerre mondiali, si pregherà perché cessino tutti i conflitti, stasera come in ogni altro giorno dell’anno.
In tanti si uniranno al Papa per la veglia nella Basilica di San Pietro, in presenza e spiritualmente dalle proprie diocesi. Che senso ha questo appello di Leone XIV?
È un appello che unisce visione e concretezza. Ha fatto bene il Papa a evidenziare la doppia posta in gioco: le violazioni del diritto internazionale, ma soprattutto i risvolti morali. Stiamo rivivendo pagine buie della storia, segnate dalla perdita di senso, dalla svalutazione sistematica del dialogo, del rispetto e della dignità umana. Anche i termini che si usano sono totalmente fuori misura. Dobbiamo fermarci. Dove non arrivano le forze umane, la preghiera può osare anche l’impossibile.
Per voi dell’Arsenale, che avete visto le fucine di armi diventare strumenti di fraternità, quanto è importante che un Papa non smetta di chiedere di “deporre le armi”?
È fondamentale e dà speranza non solo ai cristiani. L’Arsenale della Pace è nato nel momento in cui ci siamo innamorati della profezia di Isaia che annuncia un tempo in cui le armi non saranno più costruite e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Sembra un’utopia oggi. Eppure è lì che dobbiamo tendere. Con costanza, con realismo, pagando di persona se necessario. Dobbiamo ricordarci che la pace sarà vera e definitiva quando le armi non saranno più costruite. Sogniamo un mondo in cui i problemi si possano risolvere con la diplomazia, il diritto e il multilateralismo.
Spesso la preghiera è vista come una “pratica” poco utile per fini concreti, come ad esempio il raggiungimento di un accordo fra Stati in conflitto. Che valore deve avere davvero per un cristiano?
Per un cristiano, la preghiera è come il respiro, è un atto di fede nelle parole di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Oggi c’è anche una sfumatura in più. Ricordare a chi usa il nome di Dio per giustificare la guerra, la violenza e la logica del più forte che Dio è il Dio di pace, dell’armonia, dell’incontro tra ogni uomo e ogni donna. Non è il Dio che allena alla battaglia, ma un Padre che disarma attraverso l’amore reciproco, che ascolta chi invoca la pace, chi desidera il bene per l’uomo.
Per voi dell’Arsenale che da sempre coinvolgete i giovani nel sogno di diventare costruttori di pace, che valore ha, oggi, educarli a essere protagonisti del cambiamento?
Educare alla pace oggi è molto più difficile di un tempo perché mancano esempi credibili. Si è affermata una cultura che mette al centro l’autorealizzazione e il benessere personale, che alimenta paura e diffidenza verso chi è diverso, che sembra svuotare la fondatezza dei grandi ideali. Come se impegnarsi contro le ingiustizie, le disuguaglianze, i soprusi fosse materia e compito di pochi ingenui. Non è così. Vivere per il bene dà senso alla vita, è una chiave di felicità e di pienezza. Oggi dobbiamo comunicarlo con ancora più passione. La pace parte da qui.
Cosa potrebbero imparare i potenti della terra guardando ciò che accade ogni giorno in Arsenale?
Nessuna realtà è perfetta e le difficoltà non mancano, ma qui abbiamo sperimentato che i nemici possono tornare a parlarsi, che chi sbaglia può avere una seconda possibilità, che chi accetta un metodo e una severità può cambiare vita, che condividendo tempo, risorse e disponibilità si può costruire veramente un mondo migliore, che chi riceve un bene è disposto a restituirlo, magari anche moltiplicato. Non sono slogan, ma fatti concreti.
In questo periodo, c’è chi con voce sempre più alta pretende di legittimare atrocità in nome di Dio. Come state lavorando con i giovani in questi mesi?
È terribile, è negare l’essenza di Dio che è amore. Ai giovani cerchiamo di mostrare un volto diverso: un Dio che sostiene, che dà speranza, che perdona, che è pronto a ricominciare sempre, che è talmente innamorato di noi creature al punto di dirci che possiamo fare cose ancora più grandi di lui. Dio ci consegna la responsabilità di essere custodi, gli uni degli altri, del Creato, dei nostri talenti. La pace, che è il bene più grande per cui spenderci, si fa solo con Lui e con noi. Cosa aspettiamo a riportare Dio nella nostra vita, nella storia dell’umanità? Cosa aspettiamo a dirgli sì e dare davvero il nostro contributo?
Come continua, oggi, ad essere profetico l’Arsenale della Pace?
L’Arsenale è diventato un segno potente. Per me è come una metafora. Se è stato possibile riconvertire un luogo di morte in una casa di vita, allora diventa possibile fare altrettanto con il cuore delle persone, nelle relazioni tra Stati, nei conflitti più atroci. È tutto alla nostra portata a patto che lo desideriamo. Perché, per certi aspetti, è più facile riconvertire luoghi o edifici. Più difficile costruire e alimentare comunità, realtà fraterne, società complesse. Diamoci però da fare. Nessuna retorica. Solo una convinzione: è possibile.

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