Tre cardinali Usa contro Trump: «No a politiche distruttive»
di Agnese Palmucci, Roma
In una "rara" dichiarazione congiunta, i porporati arcivescovi di Chicago, Washington e Newark, hanno chiesto di rinunciare, sulla scia di papa Leone XIV, «alla guerra come strumento per interessi nazionali miopi», per costruire invece, attraverso la politica estera, una pace «veramente giusta e duratura».

Per una parte della Chiesa statunitense non c’è più tempo per aspettare. E la chiave per reagire alla "politica estera" del presidente Trump arriva ancora da papa Leone XIV. Oggi «il ruolo morale del nostro Paese nel confrontarsi con il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e la dignità umana e nel promuovere la libertà religiosa - hanno denunciato i cardinali Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, in un “raro” comunicato congiunto diretto all’amministrazione Trump e pubblicato poche ore fa, - è oggetto di esame». I tre cardinali hanno deciso di prendere posizione per proporre insieme, senza lasciare adito a dubbi, «una visione morale della politica estera» degli Stati Uniti, in un anno, il 2026, iniziato da pochi mesi, che però ha già visto il Paese entrare in un «dibattito più profondo e lacerante, sulle basi morali dell’azione americana nel mondo, dalla fine della Guerra fredda».
In particolare l'intervento Usa in Venezuela, per la rimozione del presidente Nicolàs Maduro, e le dichiarazioni del presidente Usa, sempre più allarmanti sul futuro della Groenlandia, si intende dal comunicato, «hanno sollevato interrogativi fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace». Nel momento storico attuale, hanno denunciato i tre porporati, annoverati tra le file dei progressisti, «i diritti sovrani delle nazioni all’autodeterminazione appaiono fin troppo fragili in un mondo segnato da conflitti sempre più estesi» e «l’equilibrio tra l’interesse nazionale e il bene comune viene presentato in termini fortemente polarizzati». È in gioco l’interpretazione stessa delle modalità con cui costruire «una pace giusta e sostenibile», «così cruciale per il benessere dell’umanità oggi e in futuro», che troppo spesso nel Paese «viene ridotta a categorie partitiche che alimentano la polarizzazione e politiche distruttive».
In tutto questo «una bussola etica duratura per tracciare il cammino della politica estera americana nei prossimi anni», hanno sottolineato i cardinali, è stata delineata da papa Leone XIV nel discorso al corpo diplomatico vaticano, lo scorso 9 gennaio. Del messaggio di Prevost, i cardinali statunitensi hanno ripreso la «preoccupazione» del Pontefice di fronte a una «diplomazia fondata sulla forza» che ha sostituito «una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti». E poi l’appello contro lo «zelo bellicista», e la pretesa di cercare la pace «attraverso le armi», come condizione per affermare il proprio dominio.
Davanti a un governo federale che usa la forza contro i migranti e ha sospeso i finanziamenti all’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID), che forniva aiuti umanitari e sanitari destinati alle popolazioni più vulnerabili, Cupich, McElroy e Tobin, hanno ricordato, sempre citando Leone XIV, come «la tutela del diritto alla vita» costituisca secondo l’insegnamento cattolico «il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano» e che l’aborto e l’eutanasia sono distruttivi di tale diritto. Il Papa ha richiamato anche «la necessità di aiuti internazionali per salvaguardare gli elementi più centrali della dignità umana, - si sottolinea nella nota - oggi sotto attacco a causa della tendenza dei Paesi più ricchi a ridurre o eliminare i loro contributi ai programmi di assistenza umanitaria internazionale», senza tralasciare di porre «l’attenzione sulle crescenti violazioni della coscienza e della libertà religiosa in nome di una purezza ideologica o religiosa che schiaccia la libertà stessa».
Dopo l’ultima dichiarazione condivisa contro le deportazioni di massa dei migranti, pubblicata dai vescovi statunitensi lo scorso novembre 2025, i tre cardinali delle metropoli americane hanno fatto un passo in avanti camminando sulla strada aperta da Prevost. «Come pastori e cittadini abbracciamo questa visione per la costruzione di una politica estera autenticamente morale per la nostra nazione», hanno dichiarato, e «cerchiamo di edificare una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha annunciato nel Vangelo». Per questo, hanno proseguito, «rinunciamo alla guerra come strumento di ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come uno strumento ordinario della politica nazionale». Quello che serve, dunque, è una «politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la valorizzazione della dignità umana in tutto il mondo».
In un Paese in cui il dibattito pubblico «sulle basi morali della politica americana è segnato da polarizzazione, faziosità e ristretti interessi economici e sociali», hanno concluso, il Papa ha offerto un «prisma attraverso cui elevarlo a un livello molto più alto». Da qui l’impegno dei cardinali, con le proprie comunità, a proseguire con questa interpretazione della realtà, predicando, facendosi promotori della visione del Pontefice e aprendo la strada anche per gli altri, in un momento storico in cui la voce dei vescovi statunitensi si sta facendo sentire sempre più all'unisono a tutela della «dignità umana». La nota dei cardinali Usa, poi, che non riporta la firma della Conferenza episcopale, è stata ripresa immediatamente dall'Osservatore romano, quotidiano della Santa Sede.
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