Parolin: Trump e Israele si fermino. La voce del Papa non è forte? Falso
di Giacomo Gambassi, Roma
Il porporato ieri alla Camera: Tel Aviv lasci il Libano. «Basta con la corsa alle armi che viene giustificata dalla logica della deterrenza e che incarna un rapporto fra i popoli basato non sul diritto o la giustizia. È il tempo del dialogo e dell’incontro»

Si rivolge direttamente a Donald Trump. «Finisca al più presto la guerra. Perché il pericolo di un’escalation è veramente alle porte», spiega il cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato vaticano parla idealmente con la Casa Bianca. E lo fa rispondendo alla stampa che gli chiede che cosa direbbe al presidente degli Stati Uniti che con Israele ha innescato il conflitto in Medio Oriente. Prima l’attacco all’Iran. Quindi la rappresaglia di Teheran anche nei Paesi del Golfo. A seguire la guerra che torna in Libano. E, proprio guardando a quanto accade a Beirut, il cardinale sceglie di indirizzare un monito a Tel Aviv. «Direi che occorre lasciare stare il Libano: questo messaggio va rivolto agli israeliani», avverte il segretario di Stato. E subito aggiunge che è urgente «cercare davvero di risolvere i problemi, che ci possono essere o che si ritengono esserci, attraverso le vie pacifiche della diplomazia e del dialogo». Eppure, ammette il porporato, «di fronte agli eventi drammatici che stanno incendiando» una delle regioni più complesse del mondo non ci sono ancora segnali che «dicano possano spegnarsi».
Parolin è alla Camera dei deputati: uno dei relatori alla presentazione del libro Leone XIV. Chi dice che io sia? Sono un figlio di Agostino edito da Cantagalli e scritto a quattro mani da padre Giuseppe Pagano, agostiniano come Prevost e attuale priore della comunità di Santo Spirito a Firenze, amico di lunga data di Leone XIV e suo compagno di studi; e da Ignazio Ingrao, vaticanista del Tg1. Pace e guerra entrano nella riflessione del segretario di Stato durante l’incontro di ieri pomeriggio a Montecitorio. Perché la necessità di una «pace disarmata e disarmante», secondo la «formula dalla forza penetrante» pronunciata dal Papa affacciandosi alla loggia centrale della Basilica di San Pietro il giorno della sua elezione, sta scandendo il magistero e l’azione di Leone XIV. Con un suo «stile», ricorda Parolin, che però viene criticato perché considerato da taluni troppo prudente o accorto. «Uno stile disarmato e disarmante anche nelle parole, sempre misurate nei toni e nei contenuti in un tempo nel quale la ragione è di chi grida più forte», sottolinea il cardinale. E replica a chi non apprezza l’approccio del Pontefice: «Subito qualcuno ha voluto contrapporre questo stile a quello di papa Francesco, più diretto, forte e incisivo. Un paragone del genere non è disarmato e disarmante. Se guardiamo al cammino della Chiesa dal Concilio a oggi, nessuno dei Pontefici ha esercito il ministero petrino in modo uguale. Tutti hanno raccolto l’eredità dei loro predecessori, sviluppando in modo proprio il servizio alla Chiesa. E così si stabilisce una continuità che è nell’ordine dello Spirito».
Il richiamo di Leone XIV alla pace «continua a risuonare con insistenza pacata e ferma ogni domenica», aggiunge Parolin. Richiamo che si traduce in «invito a deporre le armi» e ad abbandonare le «logiche del profitto, degli interessi nazionali e dei gruppi di potere». Da qui la condanna della corsa agli armamenti che sta riguardando gran parte del pianeta. «Le ripetute sollecitazioni a incrementare le spese militari – osserva il segretario di Stato – sono presentate da molti governanti con la giustificazione della pericolosità del vicino. Infatti la forza dissuasiva della potenza, in particolare la deterrenza nucleare, incarna l’irrazionalità di un rapporto fra i popoli basato non sul diritto, sulla giustizia o sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio. Contro questa deriva il Papa propone l’incontro, l’ascolto reciproco, il dialogo». Prospettive che Leone XIV ha indicato anche ai responsabili delle nazioni coinvolte nelle ostilità in Medio Oriente e nel Golfo.
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