Parolin: «Un ordine mondiale smarrito, ma la Santa Sede continua a tessere vie di pace»
di Matteo Liut
Il Segretario di Stato ha tenuto oggi una lectio per il 325° anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica. La lettera del Papa ai futuri diplomatici: siate ponti là dove si erigono muri

Il cardinale Pietro Parolin ha tenuto oggi una lectio magistralis in occasione del 325° anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica, l’istituzione che forma i diplomatici della Santa Sede, offrendo un’ampia analisi della situazione internazionale e del ruolo del Vaticano nei processi di pace. Nella lectio dedicata a «Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide», il segretario di Stato ha delineato la crisi profonda dell’ordine internazionale e ha indicato il percorso di una diplomazia fondata sul diritto, sulla giustizia e sulla riconciliazione. Parole in sintonia con la lettera inviata sempre oggi da Leone XIV alla stessa Accademia per l'anniversario, nella quale il Pontefice invita i "suoi" diplomatici a essere “ponti” che nascono dal Vangelo lì dove oggi si erigono muri.
«La pace e la giustizia tornino a essere pilastri»
Fin dall’incipit, Parolin colloca la riflessione nel solco della missione della Santa Sede: in un tempo segnato da «segni della guerra» e da «un diffuso senso di smarrimento», l’urgenza è «instaurare un nuovo stile, capace di dare risposte alle tante difficoltà», perché «la pace e la giustizia possano tornare ad essere i pilastri dell’ordine fra le nazioni e non limitarsi a semplici aspirazioni o a vuote rivendicazioni». L’appello riguarda la responsabilità di ogni attore internazionale, chiamato a «formulare proposte» ed «elaborare strategie» credibili.
Crisi dell’ordine internazionale: quando alla giustizia subentra la forza
Nel suo quadro globale, il cardinale osserva che «alla giustizia subentra la forza e alla pace si sostituisce la guerra»: ne derivano «fragilità degli assetti mondiali», «accrescersi delle tensioni» e «ampliamento del divario» tra popoli e Paesi. La “sicurezza” viene spesso ridotta alla dimensione militare, mentre andrebbe estesa a cibo, salute, educazione, ambiente, energia e libertà religiosa. Sono «messi in discussione principi come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra»; si relativizzano i progressi del diritto internazionale su disarmo, cooperazione, diritti fondamentali e scambi.
Il multipolarismo della potenza e l’assuefazione alla guerra
Parolin legge il presente come un multipolarismo dominato dal «primato della potenza», dove il conflitto «militare, economico, ideologico» riplasma alleanze e priorità interne. Si dimentica che la legalità internazionale ha sostituito lo iustum potentiae equilibrium con il divieto «dell’uso e della minaccia della forza», e si scivola verso una “pace armata” alimentata dalla deterrenza. A ciò si sommano indifferenza e polarizzazione: crescono «coloro che sono quasi disinteressati», mentre altri «preferiscono assumere le posizioni di una parte», importando la «pratica della contrapposizione» nel quotidiano. «Si è generata la convinzione che la pace può nascere solo dopo che il nemico è stato effettivamente annientato», ma «la categoria del nemico [...] è creata dal gioco della potenza».
Le ferite dei conflitti: civili nel mirino e popoli sradicati
Senza elencare teatri, la lectio fotografa dinamiche ricorrenti: si «disapplicano» le regole di guerra, si fa «della popolazione civile un obiettivo militare» o la si priva dei mezzi di sopravvivenza; si registrano «spostamenti forzati di interi popoli», «cambiamento della composizione etnica» e «limitazione delle libertà». In questo contesto la guerra «è disumana e disumanizzante». Da qui il richiamo di Parolin all’asse portante: «la pace rimane frutto della giustizia e non solo una conseguenza del buon agire».
La via vaticana: «molto fare, poco dire»
La risposta della Santa Sede resta quella di una diplomazia fattiva e discreta, secondo la lezione del futuro Alessandro VII: «molto fare, poco dire». «La Santa Sede [...] intravede in ogni livello di attività e di responsabilità la possibilità di cercare modalità e strumenti per garantire un ordine internazionale secondo giustizia e nel quale principio e fine della convivenza è la pace», operando «secondo i principi, gli usi e il rispetto delle regole della diplomazia». Qui s’innesta la prospettiva pastorale richiamata da Leone XIV nella sua lettera: «Il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale: è l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze».
«La diplomazia nasce dal Vangelo: carità pensante»
La Lettera del Papa offre un criterio sorgivo che illumina lo stile indicato da Parolin. «La nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici». Per questo «ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita». È un’immagine che completa l’idea del “fare” sobrio evocando figure concrete: «I diplomatici del Papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla».
Rafforzare il multilaterale, riformare le istituzioni, educare alla pace
Parolin, da parte sua, chiede di «liberare la diplomazia» da forme superate e da «sentimenti nazionalistici», e insieme un «rinnovamento delle diverse Istituzioni intergovernative», eliminando gli ostacoli che «bloccano il loro compito» e rendendole adatte a scenari che toccano vita, sviluppo, mobilità, tecnologie, risorse naturali: non un’agenda astratta, ma le «effettive situazioni» da cui scaturiscono conflitti, che «solo l’azione multilaterale può prevenire, risolvere o governare». In parallelo, Leone XIV mette a tema la formazione: l’Accademia, riformata come «centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche», integra competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche con «le doti umane e sacerdotali» dei giovani presbiteri, perché l’arte dell’incontro sia sostenuta da studio, discernimento e preghiera.
Contro il fatalismo: progettare la pace, oltre l’emergenza
La lectio del segretario di Stato rifiuta una diplomazia schiacciata sull’«emergenza»: occorre «elaborare scelte politiche, regole giuridiche o programmi economici» che ricostruiscano un ordine internazionale all’altezza del presente, ricordando che «l’adeguazione della realtà sociale alle esigenze obiettive della giustizia è problema che non ammette mai una soluzione definitiva». Un orizzonte rafforzato dalla lettera di Prevost, che ne sottolinea la radice spirituale: come sant’Antonio Abate «seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio», così i diplomatici siano «sacerdoti dalla profonda spiritualità», attingendo dalla preghiera «la forza dell’incontro» e custodendo «ponti di speranza» quando «il bene vacilla».
Il profilo del diplomatico: realismo, coraggio, perdono
Per Parolin, il diplomatico si misura nella capacità di «interpretare nuovi scenari» con «lungimiranza e sano realismo», preferendo «discernimento e ponderazione» alle «reazioni emotive» e rompendo la catena della violenza attraverso il perdono: «Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male perché non sia il rancore a decidere il futuro».
Ricostruire la fiducia, riaccendere l’ordine della pace
La lettera del Papa e la lectio di Parolin, insomma, indicano una strada netta da seguire: contro il primato della forza e l’assuefazione al conflitto, la Santa Sede rilancia una diplomazia che unisce rigore giuridico, visione etica e radice evangelica. «La pace rimane frutto della giustizia», afferma Parolin, e la giustizia chiede responsabilità, regole e istituzioni rinnovate; per Leone XIV, quella diplomazia «non è tattica, ma carità pensante» e chi la esercita è chiamato a essere «ponte» che ascolta, sostiene e ricompone. È su questo crinale - tra diritto e Vangelo, tra negoziato e speranza - che il Vaticano propone di ricostruire la fiducia internazionale e riaccendere l’ordine della pace.
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