Parolin: «Sosteniamo la voce di Leone XIV. La pace è l’unica opzione»
di Matteo Liut
In un’intervista a “Dialoghi” il segretario di Stato vaticano analizza l’attuale panorama internazionale e mette in guardia dal prevalere della logica del più forte: «Come cristiani opponiamoci a questa deriva»

La voce del Papa da sostenere, il gravoso compito dei cristiani chiamati a farsi “voci di pace”, il ruolo della Chiesa, anche di quella italiana, le crisi in atto e l’indebolimento degli organismi multilaterali a vantaggio di un «primato della potenza»: è un’intervista a tutto tondo sullo scenario internazionale quella rilasciata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, alla rivista culturale dell’Azione Cattolica “Dialoghi”. Un lungo intervento che sarà pubblicato nel secondo numero dell’anno in uscita in questi giorni, e che offre, in filigrana, anche un’analisi sulla visione che ha spinto Leone XIV ad annunciare una veglia di preghiera per la pace per sabato 11 aprile. L’intervista al porporato offre una chiave efficace per leggere l’attuale situazione mondiale, dove «la logica del più forte» sembra soffocare la diplomazia e indebolire chi cerca di alimentare la via del dialogo, mentre i popoli continuano a domandare pace.
Parolin delinea un quadro allarmante: «Mi colpisce con quanta determinazione – stavo per dire facilità – l’opzione bellica venga presentata come risolutiva, quasi inevitabile». È una deriva che sembra aver reso «muta» la diplomazia, «incapace di attivare strumenti alternativi», mentre si è persa «la coscienza della tragicità della guerra» e «l’importanza delle regole condivise e del rispettarle». Alla radice c’è, secondo il cardinale, «un multipolarismo ispirato dal primato della potenza», in cui gli Stati confidano nella forza e non nel diritto. Una logica che alimenta «doppi standard» e che – osserva con amarezza – è emersa anche nel confronto tra le reazioni ai bombardamenti contro i civili ucraini e «la tragedia della distruzione di Gaza»: ferma e decisa condanna nel primo caso, assente nel secondo.
Ciò che servirebbe, prosegue il segretario di Stato, è «un sussulto di umanità e di responsabilità da parte di tutti», «un impegno condiviso che riporti al centro la dignità della persona». Un appello che sembra indicare anche il senso della veglia voluta dal Papa. «Non possiamo arrenderci alla logica del più forte», afferma con decisione ancora Parolin, perché questa logica «piega il diritto internazionale a proprio piacimento» e finisce per svuotare gli organismi multilaterali. Ma i credenti possono dare il loro «fondamentale apporto»: «Pensiamo innanzitutto al valore della vita e della dignità dell’uomo, alla libertà religiosa, alla proposta di correttivi all’attuale sistema economico-finanziario in accordo con i principi della Dottrina sociale della Chiesa, alla salvaguardia del creato», sottolinea il porporato.
Da qui il forte appello a sostenere il Papa nel suo continuo richiamo al dialogo e alla pace. «La voce dei Pontefici è profetica», dice Parolin rispondendo a una domanda sulla distanza con le posizione del presidente Usa, Donald Trump, ma «rischia di essere una voce che grida nel deserto se non viene sostenuta e concretamente aiutata». E aggiunge un ricordo che pesa come un monito: «Quando Giovanni Paolo II supplicò di non imbarcarsi nella guerra in Iraq, fu lasciato solo». Un avvertimento che resta attuale mentre papa Leone invita a una pace «disarmata e disarmante» e chiede alla comunità internazionale di rifiutare «le false propagande del riarmo». Accanto a questo richiamo, Parolin formula un appello altrettanto netto: i cristiani prima di tutti devono diventare voci di pace. «C’è bisogno di più voci di pace», ripete, «di più voci contro la follia della corsa al riarmo» e «di più voci che si levino in favore dei nostri fratelli più poveri». Un passaggio significativo riguarda il ruolo della Chiesa italiana: «Mi ha colpito – sottolinea Parolin – che papa Leone abbia chiesto ai vescovi italiani di operare in questo senso, coinvolgendo tutte le comunità cristiane». È un mandato esplicito che chiama le diocesi anche a un lavoro corale, capace di rinsaldare «il contributo dei cristiani al progetto comune europeo».
Nell’intervista, infatti, ampio spazio è dedicato all’Europa, oggi «incapace in alcuni passaggi di parlare con una sola voce» e spesso prigioniera di «protagonismi interni». Per Parolin è urgente «riscoprire ciò che ci unisce» e ravvivare «il senso di appartenenza europea», ricordando che senza unità l’Unione rischia di «decadere» e di perdere la propria voce nel mondo. «L’Europa – nota – non è un’entità determinata da confini geografici, ma una realtà che ha condiviso e che condivide valori comuni». Altrettanto centrale il passaggio sull’Onu. «La Santa Sede continua a credere nell’importanza delle Nazioni Unite», afferma il cardinale, pur riconoscendo che «i veti hanno limitato la capacità di intervento dell’Onu». Ma l’avvertimento è drastico: «Non possiamo arrenderci e passare dalla forza del diritto al diritto della forza!». Il cardinale approfondisce poi anche la questione del Board of peace. Parolin spiega che la Santa Sede non ha potuto aderire perché «la sua peculiare soggettività internazionale non consente tale partecipazione formale». Tuttavia, aggiunge, «manteniamo aperto il dialogo» con i Paesi membri, perché la Santa Sede è «disposta a fare il possibile per favorire la pace e la ricostruzione». E precisa un punto essenziale: «Non è possibile decidere della Striscia ignorando i suoi legittimi abitanti». L’iniziativa, osserva, «con tutti i suoi limiti, è almeno un tentativo di fare qualcosa». Il cardinale affronta poi il tema del disarmo: «È un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi», ricorda, denunciando «gli enormi interessi economici» che alimentano i conflitti. «Gli arsenali vanno svuotati, a partire da quelli nucleari», perché le armi atomiche sono «strumenti di morte micidiali, in grado di annientare la vita sulla terra». E ricorda come alcuni accordi «importantissimi» siano stati «lasciati cadere», aumentando l’instabilità globale.
Rispondendo a una domanda sui “potenti” che dichiarano la loro fede cristiana, inoltre, il porporato nota che «la fede cristiana, con le sue conseguenze, non è un banco di esposizione di vari prodotti la cui scelta è lasciata nelle mani dell’acquirente», quindi la vita, è il sunto, va difesa sempre e non scegliendo solo solo alcune dimensioni particolari. La via del dialogo (anche interreligioso) e del diritto internazionale, inoltre, fa da filo rosso anche nella lettura del segretario di Stato di questioni regionali come quelle legate alla crisi iraniana o ai rapporti con la Cina (dove, ricorda, oggi i vescovi sono tutti in comunione con il Papa). Infine, Parolin si sofferma sulle trasformazioni culturali e tecnologiche. «Siamo bombardati da milioni di notizie, ma soltanto apparentemente informati», afferma. L’iperconnessione e la diffusione di fake news alimenta «paure spesso ingiustificate» e favorisce «l’innalzamento di nuovi muri», spinge «a individuare “nemici” inesistenti». Come cristiani, conclude Parolin, «dobbiamo opporci a questa deriva con la nostra testimonianza quotidiana: l’odio, la guerra, la violenza iniziano quando dimentichiamo il volto dell’altro». Per questo «il digitale non potrà mai sostituire l’umano».
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