La diplomazia di papa Leone XVI: la rete paziente e la tenace via del dialogo. Anche con Washington

Tra tensioni globali e nodi con il suo paese natale, gli Usa, il Papa mantiene aperti tutti i canali, puntando su mediazione, ascolto e possibili intese per fermare le armi. Gli appelli di Pasqua, l'incontro con Macron: ecco come il Vaticano sta costruendo pazientemente la tela della riconciliazione
April 11, 2026
La diplomazia di papa Leone XVI: la rete paziente e la tenace via del dialogo. Anche con Washington
Papa Leone ieri ha incontrato il presidente Macron e la moglie Brigitte / Vatican media
Vale più di ogni altra parola la smentita della Sala Stampa vaticana, mentre da oltre Oceano si racconta di un fossato incolmabile che separerebbe il Papa e l’amministrazione Trump e che troverebbe conferma nell’incontro-scontro dello scorso gennaio fra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, ed Elbridge Andrew Colby, sottosegretario alla Difesa. Spiega il direttore Matteo Bruni che «la narrativa» del colloquio «non corrisponde affatto alla verità». Nessuno strappo. Leone XIV è il Papa che fin dal primo messaggio nel giorno dell’elezione – quasi un anno fa – si era presentato al mondo come colui che si propone di «costruire ponti con il dialogo». E a distanza di una settimana aveva messo a disposizione la Santa Sede «perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi» dicendo «ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo». Approccio che non cambia anche quando si tratta della Casa Bianca targata Donald Trump, tanto più se è parte in causa in un conflitto.
Le differenze di vedute sono emerse evidenti durante questo primo anno di pontificato: dalla questione migranti al tema guerra. Come dimostra anche l’ultima dichiarazione del Papa ai giornalisti uscendo da Castel Gandolfo quando ha definito «inaccettabile» la minaccia del presidente Usa di scatenare un’apocalisse contro l’Iran. Così come sono netti i moniti contro «quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati» e contro la «blasfemia» di chi fa entrare la dimensione religiosa nelle guerre. Non è un segreto che esistano ostacoli anche per un’interlocuzione diretta fra Leone XIV e Trump: non risultano telefonate ufficiali fra i due. E il tycoon non è mai volato a Roma per incontrare il primo Papa americano. Poi non si concretizzerà l’ipotesi di una visita di Leone XIV nel suo Paese d’origine che qualcuno aveva ipotizzato nel 2026, in occasione dei 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza: la Sala Stampa vaticana l’ha smentita in modo categorico, quindi su indicazioni “dall’alto”, soprattutto se il viaggio poteva coincidere con le elezioni di medio termine a novembre e diventare “oggetto” di campagna elettorale.
Eppure la rete diplomatica del Papa continua a passare da Washington: e non potrebbe essere altrimenti. C’è il canale aperto – anche reso noto all’opinione pubblica – con il vice-presidente J.D. Vance: il Pontefice ha parlato di telefonate con lui e lo stesso numero due della Casa Bianca è stato ricevuto in udienza a meno di due settimane dall’elezione di Prevost discutendo proprio su «una soluzione negoziale» dei conflitti. Negli Stati Uniti il Papa ha nominato il “suo” nunzio, l’arcivescovo Gabriele Caccia, che due giorni fa – mentre ancora non è stata definita la sorte della guerra in Medio Oriente innescata da Usa e Israele – è giunto in Vaticano per riferire al Pontefice. Un’attenzione paziente, fatta di ascolto anche al di là delle divergenze, contrassegnata dalla volontà di ridurre le distanze. Una «diplomazia che promuove il dialogo e che ricerca il consenso di tutti», come l’aveva riassunta Leone XIV a inizio 2026 davanti agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede: risposta a quella «diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» che si va imponendo mentre «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando», aveva precisato.
Lo stile è speculare a quello adottato con Israele. Le censure di azioni e decisioni che sono considerate inammissibili non sono mai mancate da Oltretevere. E, anche in mezzo alle complessità per un riavvicinamento con Benjamin Netanyahu, il dialogo con lo Stato ebraico non si è interrotto. Ne è la prova il “rapporto” fra il Papa e il presidente israeliano Isaac Herzog: udienza in Vaticano a settembre e colloqui telefonici, l’ultimo alla vigilia della Pasqua con il richiamo alla «necessità di riaprire tutti i possibili canali diplomatici per porre fine al grave conflitto in corso».
«Di fronte alle divisioni del mondo, è un dovere lavorare per la pace», spiega il presidente francese Emmanuel Macron dopo l’incontro di ieri con il Papa. Un’ora di faccia a faccia per fare fronte comune sul dialogo, prima che l’inquilino dell’Eliseo si sedesse ai tavoli della segreteria di Stato per «uno scambio di vedute sulle situazioni di conflitto nel mondo auspicando che si possa ristabilire la convivenza pacifica attraverso il negoziato», fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede. Intento del Pontefice è tessere un “sistema” di alleanze per fermare le armi. E lo sta facendo attraverso gli incontri con capi di Stato e di governo che ha in agenda quasi ogni settimana. È il “metodo vaticano” che Leone XIV aveva descritto nel suo viaggio apostolico in Turchia e Libano: essere «fra le parti una voce mediatrice per avvicinarsi a una soluzione» che sia nel segno della «giustizia per tutti». Il che implica non mettere veti. Come conferma, ad esempio, la telefonata dello scorso giugno con il presidente russo Vladimir Putin, nonostante le prese di posizione cristalline sulla guerra in Ucraina.
Diplomazia e al tempo stesso denuncia. Lo attestano anche gli interventi del Pontefice nei giorni a ridosso della Pasqua. Dalla condanna di chi «vuole vincere uccidendo chi gli è uguale» al monito: «Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo». E nel giorno della Risurrezione l’appello: «Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore». Parole che includono anche il pressing sulle autorità, compresi i membri del Congresso americano, «per dire che noi vogliamo la pace», ha aggiunto il Papa a Castel Gandolfo. E «per sostenere la diplomazia», ha sottolineato, serve la preghiera: come la veglia di oggi nella Basilica di San Pietro.

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