La scelta della preghiera, perseveranza che disarma

Pregare oggi con il Papa mentre tutto sembra dire che ben altro ci vorrebbe per fermare bombe e droni è un gesto che, davanti alla guerra incapace di risolvere nulla, mostra realismo. E vero impegno civile
April 11, 2026
La scelta della preghiera, perseveranza che disarma
Papa Leone XIV
Cosa pregate a fare? Chi scatena le guerre, e chi risponde per le rime, non ascoltano la vostra voce, troppo flebile, ingenua. Bombardieri e droni continuano a decollare, indifferenti: stanno su un altro piano, quello della storia che si srotola ogni giorno obbedendo a una forza tutta diversa da quella che avete in mente voi. Pregate pure, male non fa: il mondo, quello reale, non fa per voi.
Diciamocelo, oggi, tra noi che il nuovo appello del Papa alla preghiera per la pace intendiamo raccoglierlo: tutti portiamo dentro una vocina che, chi più chi meno, ci suggerisce di non crederci davvero. Tant’è che dopo l’ultima chiamata di Leone a pregare sui dilaniamenti dell’umanità è persino scoppiata un’altra devastante guerra, anche peggio delle altre, un condensato di violenza bruta, buio della ragione, stolidità strategica, autolesionismo su scala globale. “E per fortuna che avevamo pure pregato”: non l’abbiamo forse pensato anche solo per un secondo? Ma sono proprio queste umanissime obiezioni, che potrebbero indurre a un qualche scetticismo, a metterci nelle condizioni di capire perché pregare oggi ha senso, più senso che mai. E un senso non solo strettamente religioso ma anche civile.
Chi prega lo fa perché tiene all’oggetto della sua invocazione. Se non è solo questione di una distratta Avemaria, come una concessione per tener buona la coscienza, la preghiera è la garanzia che portiamo nel cuore la pace come qualcosa che ci è caro, e, se non ci stanchiamo, anche indispensabile. La salute di un familiare, la felicità di un figlio, un passaggio importante della vita, una sofferenza che non passa. Sono tutte ragioni di una preghiera accorata e testarda. C’è una parola per definire questa attitudine fatta crescere dalla preghiera per una causa ben determinata: la fedeltà. La pace ha bisogno di gente – un popolo – che le sia fedele, considerandola una meta che non si esaurisce con un singolo gesto, fosse pure solenne, ma esige una decisione di “restare accanto”. Ecco: se preghiamo ci impegniamo a “restare accanto” alla pace che vuole trovare spazio dentro la corazza della terra indurita dall’odio. Un’umanità nutrita da questa fedeltà non è in grado di far cambiare corso alla storia?
Figlia della fedeltà è l’idea che a una causa importante non basta dedicare una piccola porzione di tempo e di impegno: serve continuità, perseveranza, tenacia. La parola per riassumerla è “pazienza”, senza la quale la preghiera diventa più simile a un rito sciamanico, la formula magica pronunciata per far sparire le guerre. Visto però che l’incendio mediorientale semmai peggiora, ecco che la preghiera intesa come un rito “causa-effetto” – giungo le mani e subito finisce – non può che deludere, confermando in chi ha recitato quella che pensava fosse una formula propiziatoria l’idea che “vedi che non serve?”, e rafforzando in chi osserva la convinzione che “quelli che pregano” sono un piccolo mondo fuori dal mondo. Ma la preghiera fedele non pretende il risultato semplicemente perché non cerca il colpo di scena, non prima di tutto quello che lo rende possibile, almeno.
Nel suo cuore sa che la pace è una tessitura paziente, non una performance istantanea. E per arrivare da qualche parte serve pensare che occorre tempo, impegno incessante, compagnia quotidiana alla causa per la quale si prega. Questa pazienza contempla nella giusta luce anche il miracolo, impara a chiederlo perché è il mondo intero che vuole cambiare, non accontentandosi di un singolo episodio. Occorre la pazienza delle cose umane, che sgretola un giorno dopo l’altro la pretesa tutta bellica di ottenere il risultato all’istante, una bomba e via. L’esito attuale del conflitto iraniano e libanese dimostra che questa logica della “velocità” conduce dritta in un vicolo cieco, pretesa muscolare di piegare la storia con la forza, con il suo simbolo grottesco nell’annuncio di poter spazzare via una civiltà millenaria in una notte. La pazienza è ignota a questa logica, ma è la sola che muove davvero la storia.
La preghiera, infine, ha il suo centro sempre nelle persone. In definitiva, è a loro che si volge l’anima di chi prega: un singolo volto, una famiglia, un popolo. In ogni guerra è la gente che paga il prezzo più alto, e in quella attuale – che rinnova l’orrore del 7 ottobre e di Gaza – è ancora la vita della gente tanto disprezzata dai signori dei proiettili e dei droni da non esistere nemmeno nei loro piani. Volendo eliminare il nemico si spazza via tutto. Per fermare questo tritacarne privo persino di senso militare occorre chi sappia rimettere al centro il «bene del popolo, completo e intero», come l’ha definito papa Leone invitando «tutti a pensare nel cuore veramente i tanti innocenti, i tanti bambini, i tanti anziani: totalmente innocenti». Per il «bene del popolo» dicono di battersi i potenti. Ma è un bene che sta a cuore solo a chi prega con fedeltà e pazienza, perché è a loro che pensa quando prega: a “loro” che sono “come me”. Che “potrei essere io”.
Questa preghiera per la pace che riprendiamo oggi con il Papa diventa uno stile di vita, un modo per capire e affrontare la realtà così com’è, una scelta pubblica, civile. Un modo di stare al mondo. Il più convincente di tutti, a conti fatti, perché – come ha detto il cardinale Pizzaballa nella veglia di Pasqua al Santo Sepolcro – al suo centro sta la certezza che «Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita».

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