Trattenere i giovani talenti? Tempo, flessibilità e ruolo attivo

di Willy Labor
Una volta erano il posto fisso e un buono stipendio, possibilmente vicino a casa. Ora c'è una generazione che chiede altro
April 10, 2026
Trattenere i giovani talenti? Tempo, flessibilità e ruolo attivo
/Foto Icp
Una volta era il posto fisso, un buono stipendio, possibilmente vicino a casa. Ora i giovani che possono scegliere dove lavorare, quelli bravi insomma, cercano soprattutto la possibilità di gestirsi il tempo di lavoro in maniera flessibile, un ruolo attivo nella gestione dell’azienda, un percorso di crescita il più possibile chiaro. Lo stipendio certo è ancora importante ma conta meno. Il posto fisso molto meno. Così come molto meno conta il luogo di lavoro. Diciamolo senza timore: in Italia c’è un problema di attrazione e conservazione dei talenti. Secondo l’Eurobarometro il 63% delle imprese dichiarava la difficoltà a trattenere i giovani migliori contro una media europea del 53%. Mentre i giovani laureati continuano ad espatriare. Secondo i dati Cnel nel 2024 sono andati via dall’Italia 78mila giovani sotto i 35 anni che corrispondono a un quarto delle nascite nello stesso anno. Un dato che, nonostante le meritorie normative che agevolano il rientro dei cervelli, preoccupa. Anche perché spendiamo molti milioni di euro per formare giovani che spesso andranno a rinforzare aziende straniere. Intanto le nostre imprese faticano a trovare i profili professionali che cercano con un mismatch fra domanda ed offerta di lavoro che ci costa alcune decine di miliardi di euro, circa il 2,5% del Pil secondo le stime del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro. 
Le imprese comunque sembrano aver compreso che la concorrenza, nonostante la crescente importanza dell’intelligenza artificiale, soprattutto nei settori avanzati, si vince con il capitale umano. Un recente studio, sempre di Unioncamere, rivela che due imprese su tre stanno mettendo in atto misure per trattenere i propri talenti con aumenti salariali, benefit, flessibilità organizzativa. E qualcuno, per fortuna, torna. Eleonora Buttarelli, romana, 31 anni, dei quali 12 passati a Londra come marketing manager nel settore dell’ospitalità ha trovato l’opportunità giusta ed ha deciso di tornare in Italia. «Credo che nel nostro Paese – spiega – la maggior parte dei giovani under 30 si trovi a dover accettare ruoli sottopagati rispetto a ciò che si può trovare all’estero, con ovvie conseguenze sui percorsi di vita. Anche perché non sono molte le grandi aziende italiane che possono offrire percorsi lavorativi davvero stimolanti di respiro internazionale. Per questo, secondo me, molti giovani decidono di espatriare». Dopo i 30 anni, aggiunge, forse lo stipendio non è più così importante. «Anche perché è, ovviamente, ad un livello più alto dopo anni di lavoro. Ed entrano in campo altri fattori come la qualità della vita e la possibilità di dedicare del tempo ai propri interessi. Nel mio settore, comunque, qualcosa si sta muovendo in Italia. C’è un grande fermento e diverse buone occasioni di lavoro, una delle quali sono riuscita a cogliere e mi ha convinta a tornare». Loretta Credaro, imprenditrice del settore dei servizi assicurativi, conferma che «l’approccio al mondo del lavoro da parte dei giovani è cambiato. Nei colloqui che faccio, spesso mi vengono richiesti percorsi chiari di crescita, che tipo di welfare possiamo assicurare, quali benefit, quanto smart working. E molti sono disposti a rinunciare a qualche soldo in più di retribuzione per soddisfare le esigenze di vita. Anche per questo noi cerchiamo di costruire un percorso “Taylor Made”, costruito su misura in base alle esigenze del dipendente. Ma non siamo in molti a farlo o a poterlo fare».

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