Patto sul fisco, contratti pirata, nucleare: ecco le richieste degli industriali al governo

All’assemblea di Confindustria il presidente Orsini chiede «fiducia e coraggio» e attacca Bruxelles sulla competitività. E sull’Italia ammette: «Non abbiamo fatto abbastanza». Meloni raccoglie l’appello: «Apriamo un cantiere comune contro la burocrazia».
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May 26, 2026
Patto sul fisco, contratti pirata, nucleare: ecco le richieste degli industriali al governo
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini durante l'assemblea annuale oggi a Roma / Ansa
A Roma, alla Nuvola dell’Eur, dopo l’inno nazionale suonato all’arrivo del presidente della Repubblica, il brusio lascia spazio all’intervento più atteso della giornata. Emanuele Orsini sale sul palco davanti alla platea di Confindustria mentre nelle prime file siedono Sergio Mattarella, Giorgia Meloni e le altre massime cariche dello Stato. Un saluto alle istituzioni, poi subito il cambio di tono. Niente celebrazione dell’industria italiana, niente ottimismo di rito. «Per troppo tempo ci siamo accontentati del minimo indispensabile invece del massimo necessario», dice. Il filo della relazione è la parola responsabilità. Responsabilità della politica, delle imprese, dell’Europa. Perché, avverte Orsini, il tempo delle mezze misure è finito e il rischio ormai è perdere pezzi interi della manifattura europea. Da qui l’attacco a Bruxelles, accusata di non avere compreso fino in fondo cosa significhi competitività, fino all’avvertimento più duro: l’Europa rischia il «deserto industriale».
Tentativo di saldare impresa e lavoro
Nel discorso trovano spazio il rilancio del nucleare, la richiesta di sbloccare le autorizzazioni sugli impianti energetici e la proposta di recuperare 20 miliardi dal riordino delle agevolazioni fiscali: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità e un terzo alla scuola. Sullo sfondo resta anche l’ammissione sull’Italia: «Collettivamente non abbiamo fatto abbastanza». Orsini prova a tenere insieme interessi industriali e coesione sociale. Cita Mattarella e le parole pronunciate dal capo dello Stato a Pontedera — «l’industria è un pilastro dell’Italia» — quasi a collocare il suo ragionamento dentro una cornice più larga, istituzionale e nazionale.
Poi arriva il passaggio sui sindacati. Il presidente di Confindustria parla di un «patto di responsabilità» per superare i contratti pirata che «deprimono redditi e diritti dei lavoratori e fanno concorrenza sleale a chi, come la manifattura, assicura migliori retribuzioni e migliore welfare aziendale». Con le sigle sindacali, spiega, «abbiamo costruito una posizione comune affinché i contratti nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative diventino il punto di riferimento per tutti i lavoratori». E aggiunge: «Il governo ci ha ascoltato». Per Orsini, proprio dal binomio tra «contratto buono» e «salario giusto» può nascere una risposta al lavoro povero e alla frammentazione del mercato del lavoro. E insiste su un punto: «Per noi industria e lavoro sono la stessa cosa». Una frase che nella sala viene ascoltata con attenzione, perché prova a uscire dal vecchio schema del conflitto permanente tra impresa e salari.
«La guerra entra nelle fabbriche»
Quando il presidente di Confindustria allarga il discorso allo scenario internazionale, il tono si fa più grave. Parla dell’Ucraina, del Medio Oriente, della crisi di Hormuz, delle catene produttive spezzate, dei costi energetici che continuano a comprimere margini e investimenti. «La guerra è una sconfitta per l’umanità», dice. Poi scandisce: «La guerra è un fallimento sempre e comunque». Nel suo ragionamento la guerra entra ormai direttamente nelle fabbriche, nelle bollette, nei costi delle materie prime, nella competitività industriale europea. «L’immobilismo ha un costo che nessuno potrà ripagare», avverte.
La sfida a Bruxelles: «Fermatevi»
La parte più dura della relazione arriva quando Orsini parla dell’Europa. Continua a definirla indispensabile, anzi «sempre più necessaria», ma subito dopo affonda il colpo: «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività». Nella sala si capisce che è questo il cuore politico del discorso. Orsini accusa l’Europa di avere accumulato regole senza costruire una vera politica industriale comune. Troppa burocrazia, troppi vincoli, costi energetici troppo alti mentre Stati Uniti e Cina correvano con investimenti enormi e strategie aggressive. Quando cita la Cina, il tono cambia ancora. Parla di un Paese che sta “colonizzando” industrialmente il mercato europeo mentre molte aziende europee sono costrette a comprare componenti asiatici semplicemente per restare sul mercato. A un certo punto interrompe quasi il tono ordinato della relazione e sbotta: «Ma veramente ancora?». Poi aggiunge secco: «Fermatevi». Il riferimento è alle regole europee considerate punitive per l’industria.
Meloni: «L’Europa faccia meno e lo faccia meglio»
Quando prende la parola Giorgia Meloni, il discorso dell’assemblea assume un profilo ancora più politico. La premier rivendica il rapporto costruito con Confindustria in questi anni. «A volte abbiamo lavorato spalla a spalla, altre volte ci siamo detti che non eravamo d’accordo», dice. Ma insiste soprattutto sul metodo: confronto senza pregiudizi, senza tifoserie, tenendo insieme governo e sistema produttivo dentro una fase storica che definisce eccezionale.
Poi raccoglie quasi tutti i temi messi sul tavolo da Orsini e li trasforma in un attacco diretto all’Europa degli ultimi anni. Parla apertamente di una Unione diventata un «gigante burocratico» che avrebbe sacrificato «competitività, crescita e visione strategica» sull’altare di approcci «ideologici e tecnocratici». «La storia ha bussato alle nostre porte e ha spazzato via gli approcci ideologici», afferma, sostenendo che l’Europa debba tornare a fare scelte industriali e strategiche e non limitarsi a produrre regole. Da qui anche la richiesta di una svolta sulla competitività e sulla semplificazione: «L’Europa faccia meno e lo faccia meglio», dice la premier, criticando apertamente la stratificazione normativa di Bruxelles.
Nucleare, energia e crescita: la risposta del governo
La sintonia più evidente emerge sul terreno dell’energia. Orsini aveva parlato del prezzo dell’energia come di una «minaccia esistenziale» per la manifattura italiana, chiedendo un vero mercato unico europeo dell’energia e la sospensione dell’Ets, definito un meccanismo che ha trasformato la decarbonizzazione in «speculazione finanziaria». Meloni si muove nella stessa direzione e rivendica le misure del governo per abbassare il costo delle bollette e rafforzare i contratti energetici a lungo termine.
Ma soprattutto rilancia sul nucleare, definendolo una scelta strategica per il futuro industriale italiano. Conferma che entro l’estate arriverà la legge delega per il ritorno dell’energia atomica attraverso i mini reattori modulari e insiste sul fatto che sicurezza energetica, competitività e crescita industriale ormai viaggiano insieme. «Non ho dubbi che possa rappresentare una svolta per la competitività italiana», dice.
La premier lega il tema dell’energia anche alla crescita economica e alla tenuta produttiva del Paese. Rivendica il lavoro fatto su Zes, investimenti e occupazione nel Mezzogiorno e insiste sulla necessità di liberare imprese e investimenti dalla pressione burocratica. «Apriamo un cantiere comune contro la burocrazia», dice rivolgendosi direttamente agli industriali. «Quando lo Stato crea condizioni favorevoli, il sistema produttivo risponde», aggiunge, indicando nella crescita industriale la chiave per rafforzare l’autonomia economica italiana ed europea.
Pmi, intelligenza artificiale e crescita
Nella seconda parte della relazione Orsini torna sulle autorizzazioni bloccate per gli impianti energetici. «Non si possono invocare più rinnovabili e poi bloccare le autorizzazioni», afferma, riferendosi ai migliaia di progetti ancora fermi tra regioni ed enti locali. Poi rilancia sul nucleare: «Dire che servono tempi incompatibili con le esigenze industriali è falso». E aggiunge: «Siamo pronti anche a ospitare piccoli reattori nei nostri stabilimenti».
Un altro passaggio centrale riguarda le piccole e medie imprese. Per Orsini la sfida è far crescere dimensionalmente il tessuto produttivo italiano, accompagnando fusioni, innovazione e investimenti tecnologici. Molto spazio anche all’intelligenza artificiale, vista come uno dei terreni decisivi della competizione industriale globale. Chiede investimenti, infrastrutture digitali e un grande piano di formazione rivolto a lavoratori e scuola. Meloni raccoglie anche questo passaggio, parlando della necessità di trattenere giovani e competenze in Italia e rivendicando il lavoro del governo su casa, occupazione e investimenti.
L’asse finale tra governo e industria
Alla fine, più che una tradizionale assemblea di Confindustria, resta la sensazione di un asse politico sempre più esplicito tra governo e sistema industriale. Stessa critica all’Europa regolatoria, stessa richiesta di semplificazioni, stessa convinzione che energia e manifattura siano ormai questioni strategiche e non soltanto economiche. E anche la chiusura si muove sullo stesso lessico. Orsini aveva detto: «Il tempo oggi è il tempo del coraggio». Meloni raccoglie la formula e la rilancia direttamente alla platea: «Siate coraggiosi e io farò lo stesso».

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