Lucia Poli, la Signora del teatro: "Adesso recito per Benni"

La grande attrice e sorella del geniale Paolo Poli, racconta la sua splendida e lunga carriera alla vigilia dello spettacolo omaggio all'amico Stefano Benni, di scena al Teatro Gerolamo di Milano
April 11, 2026
Lucia Poli, la Signora del teatro: "Adesso recito per Benni"
L'attrice Lucia Poli, stasera e domani di scena al Teatro Gerolamo di Milano con lo spettacolo omaggio all'amico Stefano Benni (1947-2025), "Vecchiette, aragoste, ballate"
La Signora, affatto snob, del teatro italiano, Lucia Poli, sta per andare in scena (al Teatro Gerolamo di Milano, stasera e domani 12 aprile) per dare inizio a Vecchiette, aragoste, ballate, un florilegio del più surreale dei nostri autori, Stefano Benni (1947-2025). Un’antologia di “mostri e disastri”, con un messaggio chiaro e forte lanciato in tempi non sospetti: l’uomo si sta scavando spensieratamente la fossa con le proprie mani. A salvare l’umanità, specie quella ferita e agonizzante dei nostri giorni, Benni insegnava che dovrebbe pensarci il “cinismo degli ottimisti”. Semi sparsi che si ritrovano nella sua narrativa onirica che ha stregato tanti, ma non è mai stata per tutti. «Lessi le sue poesie quando scriveva sul “Manifesto” ma Stefano mi avvertì: “Io non do mica il permesso a tutti di recitarle”. A me lo diede. Poi per me scrisse Corpo insegnante, pezzi di monologhi sulla scuola». Un canovaccio ad hoc per l’ex professoressa di Lettere, prima che ardesse per il sacro fuoco del teatro. «Benni era molto amato dai giovani, dagli studenti, perché esprimeva un linguaggio contemporaneo, originale, forse unico: sapeva descrivere la nostra realtà senza quel realismo sciatto da commedia all’italiana. Ci metteva sempre quella nota surreale unita a una fantasia che lo poneva immediatamente su un livello più alto, e tutto ciò usando la lingua del quotidiano. La sua era una fantasia allucinata con animali parlanti: “Coccodè? Fallo te! / Voglio far la mia vita ed esser felice / non voglio far la gallina, voglio fare l’attrice!” Tutti hanno letto il Bar Sport e conoscono il mito del bignè avariato al bancone, la Luisona, ma per me i tre suoi capisaldi restano Il Bar sotto il mare, L’ultima lacrima e Elianto». Storia di una passione e di un’amicizia sincera. «L’ultima volta che vidi Stefano fu a Bologna, a casa sua. Parlava con tono normale, poi ogni tanto se ne usciva con frasi tipo: “Chissà perché mi hanno rubato dei libri? La mia libreria era più vasta, forse li avrà presi mio figlio?”. Erano i segnali incalzanti della malattia, ma ridevamo ancora in quella casa magica, come lui, piena di pupazzi che gli fabbricava il suo amico artigiano, lo stesso de I meravigliosi animali di Stranalandia. Quegli animali fantastici come la mia “Topastra” di cui mi confessò: “Ma lo sai che tutte le studentesse vogliono interpretarla e all’ultima che è venuta gli ho fatto un provino: non era brava, anzi era pessima, ma aveva due dentoni... Così gli ho detto, sì dai, puoi farla”». Con quella voce e quello stile così, Lucia Poli può recitare qualsiasi cosa, teatro politico compreso. «No, quello ormai fa parte del passato. Ho cominciato scandalizzando il conformismo imperante con Liquidi con cui volai fino a New York, partendo da quelle straordinarie cantine romane degli anni ‘70». La prof. Poli si rifugiò lì sotto, al buio, fuggendo da una Firenze culturalmente congelata e seguendo il vento caldo dell’estate che la portava a Roma. «La vocazione per il teatro è venuta con il tempo. C’era già mio fratello Paolo, ma era così bravo e famoso, perciò non volevo seguire la sua scia. La nostra maestra è stata la mamma, rimasta vedova giovane - papà morì nel 1946, quando tornammo a Firenze dopo essere sfollati in campagna - cinque figli da tirare su da sola, eppure lei ci ha educati alla libertà vissuta con grazia e al senso pieno della fiducia. A chi si provava a criticare uno di noi cinque gli diceva: “I miei figli sono tutti intelligenti, faranno solo il meglio per le loro vite”». Una vita per il teatro quella dei Poli, Paolo alzò il sipario e poi arrivò anche la sua Lucia, la sorella più giovane di 11 anni. «Mi sono avvicinata al teatro partendo dalla Radio con le interviste a Moravia, Pasolini e a tutti quegli scrittori che incontravo allora. Mi innamorai di un’idea di vita e di quell’humus culturale che aleggiava nella Roma della mia giovinezza. Così fondammo il Teatro Alberico e poi l’Alberichino. Ognuno metteva del suo, dagli specchietti per i camerini alle tendine, quelle le cucivo io a mano. Non eravamo solo una compagnia, ma un intero movimento pieno di passione e di talenti». Uno di questi talenti debuttò proprio lì, in quel teatrino da 80 posti appena, Roberto Benigni. «Donato Sannini aveva scovato Benigni alle Feste dell’Unità. Lo adottammo, così Roberto per me divenne un po’ un altro fratellino. Appena salì sul palco ho subito avvertito la sua forza dirompente, era il più dotato di tutti noi, perciò quando vinse l’Oscar con La vita è bella confesso che ho provato l’affetto di sempre, ma non lo stupore. All’Alberichino fece il suo debutto anche Carlo Verdone, all’epoca molto timido, pauroso, incerto, la sera dell’esordio non voleva più fare lo spettacolo. Poi si convinse e quei suoi personaggi teatrali li abbiamo rivisti poco dopo in Un sacco bello con Carlo che si consacrava al cinema». Tanto teatro per Lucia Poli ma poco cinema, nonostante la volesse Federico Fellini. «Mi presentai da Fellini con Andrea, il mio bambino in braccio, che dovetti lasciare alla sua segretaria il tempo del colloquio. Federico mi accolse dicendo: “Sto preparando Ginger e Fred e ho bisogno di un personaggio androgeno. Tu saresti perfetta”. Io avevo già fissato le date in teatro e educatamente declinai l’offerta. Nessun rimpianto. A me al cinema è bastato fare quel filmone di Paolo Benvenuti, Gostanza da Libbiano. Mi ero calata perfettamente nel personaggio stupendo e machiavellico di Gostanza che quando nel processo capisce che qualsiasi cosa dica tanto gli inquisitori ne faranno quello che vogliono, allora si finge strega sul serio». Errori e delitti di una Chiesa da cui si è distaccata. «A Firenze abitavamo davanti a Santo Stefano in Pane, una bella chiesa medioevale, e da bambini l’unico luogo che frequentavamo era l’Azione Cattolica perché il resto del tempo si studiava in casa con la mamma che ci diede anche una forte educazione religiosa. Poi crescendo mi sono allontanata da una fede dogmatica e totale, ma l’impronta ti rimane sempre, non possiamo non dirci cristiani, così come mi sento affine a Buñuel quando dice: “Grazie a Dio sono ateo”». La sua vera chiesa era e rimane il teatro e prima dell’Alberico fu quello di casa Poli. «Non avendo balocchi con cui giocare, ci inventavamo spettacolini caserecci con gli abiti vecchi della zia. Le mie sorelle maggiori e Paolo recitavano commedie e operette nel teatrino parrocchiale di fronte a casa: una suonava il piano, l'altra era soprano leggera e Paolo ventenne era già un baritono. Mio fratello era anche un grande affabulatore e una volta, mentre mi incantava raccontandomi una storia, mi tagliò i capelli cortissimi. Ero buffa così spelacchiata, ma non me la presi troppo». Sono ricresciuti in fretta i capelli, così come sono volati via tra gli applausi del pubblico estasiato gli anni al fianco di quel fratello geniale, di cui, il 25 marzo, sono stati i dieci anni dalla morte. «Paolo non è stato solo un grande attore, ha inventato un suo teatro, come Dario Fo, come Carmelo Bene. Non sopportava che gli dessero del “maestro”: “Son stato professorino una volta – rispondeva - ma maestro di scuola mai”. Mi portava ai suoi spettacoli e proprio qui al Teatro Gerolamo debuttò con la sua compagnia, dopo l'esperienza di Genova con Aldo Trionfo. Abbiamo fatto quattro spettacoli insieme e per me è stata una grande esperienza condividere la scena con un attore straordinario come Paolo. Amavamo gli stessi autori, ad esempio Aldo Palazzeschi, al quale abbiamo dedicato due spettacoli bellissimi, Paradosso e Cane e Gatto. Io e Paolo nella vita mai stati cane e gatto. Lo sogno ancora? Certo. A volte lo rivedo giovane, elegante e sempre sorridente come era lui, ma spesso torna anche l’incubo della perdita: quei 40 giorni in ospedale in cui mi sono lacerata dal dolore nel vederlo spegnersi. Sperare e poi illudermi che forse ce l’avrebbe fatta mi ha distrutto». Tornare a lavorare con Paolo è il sogno irrealizzabile, con «quell’altro genio di Ugo Chiti invece, chissà». Questa stagione, l’ha già vista protagonista ne L’importanza di chiamarsi Ernesto per la regia di Geppy Gleijeses, poi voce recitante di Pinocchio in C'era una volta un pezzo di legno (nuova produzione degli Amici della Musica di Foligno per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi) «accompagnata al pianoforte dal maestro Marco Scolastra e le musiche composte da mio figlio Andrea Farri, che compone colonne sonore per il cinema. Anche suo padre, Pier Farri, è un musicista: da giovane suonava la batteria, poi fondò l'Equipe 84 e per anni ha collaborato con Francesco Guccini... Cosa mi aspetta dopo questo spettacolo su Benni? Vorrei fermarmi un po’ ogni tanto – sorride (in autunno riprende L’importanza di chiamarsi Ernesto) – mio figlio mi ha resa nonna di due nipotini di 11 e 2 anni e io per loro vorrei essere quello che mio fratello Paolo è stato per Andrea, un magnifico compagno di giochi. Che poi anche ciò che di più prezioso mi ha insegnato e trasmesso mio fratello: il teatro è il più bel gioco che ci sia, perché sul palco ci si sente liberi di volare. Paolo camminava sempre a un metro d’altezza, e volando, in teatro, aveva compreso che fantastico gioco sia la vita se l’affronti con la ricchezza della fantasia che ti libera dall’affanno dell’orgoglio e dal peso del pregiudizio, donandoti in cambio la leggerezza. E allora sì, finché avrò voglia di giocare andrò sempre in scena».

© RIPRODUZIONE RISERVATA