venerdì 2 aprile 2010
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Via crucis, itinerario della sofferenza e del dolore. «Un dolore enorme e tremendo, fino all’ultimo respiro». Ma anche e soprattutto il cammino della «fiducia in Dio». Di quella fiducia che attraverso la morte conduce alla risurrezione. È questo il percorso che attraverso le sue meditazioni il cardinale Camillo Ruini ha tracciato per accompagnare la Via Crucis del Papa, questa sera al Colosseo. L’ex vicario di Giovanni Paolo II (del quale ricorda in un passaggio il quinto anniversario della morte, che ricorre proprio oggi) e di Benedetto XVI, nonché per oltre un quindicennio presidente della Cei, è stato chiamato dal Papa a sottolineare i diversi momenti dell’ormai tradizionale appuntamento che si snoda tra i monumenti della Roma antica. E lo ha fatto prendendo, fin dalle primissime parole, come punto di riferimento il volto di Cristo. Volto sì «sfigurato» e «distrutto dalle percosse», ma sul quale proprio in questo momento di grande dolore «noi vediamo la gloria di Dio», «la sua luce troppo forte per ogni occhio umano», che «si fa maggiormente visibile sul volto di Gesù».Così la croce, ricorda Ruini citando sant’Antonio da Padova, diventa uno specchio. «Se guarderai lui potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità e il tuo valore». Nello specchio della croce, infatti, sono riflessi non solo il dolore e la sofferenza, ma anche e soprattutto l’amore di Dio per l’uomo. «Gesù – annota a tal proposito il cardinale – è morto per ciascuno di noi e ci ha dato la prova concreta di quanto grandi e preziosi noi siamo agli occhi di Dio».Di qui la necessità di conformarci all’immagine di grandezza che questo specchio riflette: «Libera la nostra intelligenza – si legge ad esempio nella preghiera introduttiva della Via Crucis – dalla pretesa, sbagliata e un poco ridicola, di poter dominare il mistero che ci circonda da ogni parte. Libera la nostra volontà dalla presunzione altrettanto ingenua e infondata, di poter costruire da soli la nostra felicità e il senso della nostra vita». In tal modo, scrive Ruini nel commento alla I Stazione (Gesù è condannato a morte), «il cammino della Via Crucis e tutto il cammino della vita diventa un itinerario di penitenza, di dolore e di conversione, ma anche di gratitudine, di fede e di gioia».Le meditazioni guardano in filigrana e attualizzano tutto ciò che accade lungo il doloroso percorso verso il Golgota. Negli atti di scherno e di disprezzo dei soldati (II Stazione), Ruini vede «mille pagine della storia dell’umanità e delle cronaca quotidiana», che purtroppo «confermano» come «azioni di questo genere non sono affatto estranee all’uomo». Il quale è spesso «capace delle cose peggiori». Nello sfinimento di Gesù che cade (III Stazione) il cardinale include «il dolore fisico di tutta la famiglia umana». Un dolore al quale (IV Stazione) non è estranea neanche la Madonna. Mentre nel reclutamento forzato del Cireneo (V Stazione) egli scorge la croce che «sotto tante diverse forme – da una malattia a un grave incidente alla perdita di una persona cara o del lavoro – si abbatte, spesso improvvisa, su di noi». Gesù, spiega il porporato, ci insegna a vedere oltre la disgrazia. «La sua croce non può essere separata dalla sua risurrezione. Solo credendo nella risurrezione possiamo percorrere in maniera sensata il cammino della croce».Anche la VI Stazione, quello della Veronica che asciuga con la sua «pezzuola» il volto di Cristo, contiene un significato molto attuale. In quel volto, fa notare infatti Ruini, «vediamo il cumulo gigantesco delle sofferenze umane. E così il gesto di pietà della Veronica diventa per noi una provocazione, una sollecitazione urgente: diventa la richiesta, dolce ma imperiosa, di non voltarci dall’altra parte, di guardare anche noi coloro che soffrono, vicini e lontani. E non solo di guardare, ma di aiutare», attraverso «gesti concreti di amore e di solidarietà operosa».Dalla VII Stazione in poi le meditazioni dell’ex vicario di Roma diventano in qualche modo più esistenziali. Quando Gesù cade per la seconda volta, Ruini prega così: «Padre ricco di misericordia, aiutaci a non rendere ancora più pesante la croce di Gesù». Quando il Signore incontra le donne di Gerusalemme (VIII stazione) il porporato richiama secoli di interrogativi filosofici sull’atteggiamento di Dio verso l’uomo. «Sollecitudine provvidenziale, sovrana indifferenza o perfino sdegno e odio?». Ancora una volta la Via Crucis dà una risposta certa a queste domande. E quando alla IX Stazione Cristo cade per la terza volta il cardinale vi vede la volontà del Padre di redimere l’uomo, anche a prezzo del suo Figlio unigenito. «Mentre cerchiamo di immedesimarci in Gesù che cammina e cade sotto la croce, è ben giusto che proviamo in noi sentimenti di pentimento e di dolore. Ma ancora più forte deve essere la gratitudine che invade la nostra anima».Alla stessa maniera, anche nel Gesù spogliato delle sue vesti (X Stazione), permane l’effetto specchio di tutta la Via Crucis. E la «necessità impellente» per noi è «guardare senza veli dentro a noi stessi – esorta il porporato – denudarci spiritualmente davanti a noi, ma prima ancora davanti a Dio, e anche ai nostri fratelli in umanità. Spogliarci della pretesa di apparire migliori di quello che siamo, per cercare invece di essere sinceri e trasparenti».Si giunge così alla Stazione (la XI) in cui Gesù è inchiodato sulla croce. «Una tortura tremenda», che lo porta a gridare «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Perciò Ruini commenta: «Quante volte, di fronte a una prova, pensiamo di essere stati dimenticati o abbandonati da Dio. O perfino siamo tentati di concludere che Dio non c’è». Invece «il Figlio di Dio, che ha bevuto fino in fondo il suo amaro calice e poi è risorto dai morti, ci dice con tutto se stesso, con la sua vita e la sua morte, che dobbiamo fidarci di Dio. A lui possiamo credere».Nelle ultime tre Stazioni le meditazioni si fermano in vera e propria adorazione sulla soglia del Mistero. «Ci affidiamo a lui, ci mettiamo nelle sue mani, chiedendogli che niente, nella nostra vita come nella nostra morte, ci possa mai separare da lui» (XII). «Per essere veramente cristiani, infatti, per poter seguire davvero Gesù, bisogna essere legati a lui con tutto quello che c’è dentro di noi: la mente, la volontà, il cuore, le nostre piccole e grandi scelte quotidiane» (XIII). Infine davanti al sepolcro vuoto (XIV Stazione), Ruini ricorda che proprio qui c’è il discrimine tra chi crede e chi non crede. «Sostiamo in preghiera – conclude il cardinale – chiedendo a Dio quegli occhi della fede che ci consentano di unirci ai testimoni della sua risurrezione».
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