domenica 8 novembre 2020
Il religioso fu trucidato a Durazzo nel 2001, nel 50° anniversario dei suoi primi voti Il vescovo di Tirana, George Frendo: «Siamo convinti della sua santità»
Padre Ettore Cunial, il giuseppino del Murialdo che è stato ucciso in Albania nel 2001

Padre Ettore Cunial, il giuseppino del Murialdo che è stato ucciso in Albania nel 2001 - /

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Padre Ettore Cunial era giunto in Albania meno di un anno prima, il 19 novembre 2000, quando aveva 67 anni, e si era gettato anima e corpo in quella missione tra i poveri e i giovani, prima a Fier e poi a Durazzo, in un Paese che si stava lentamente risollevando dai decenni di dittatura atea e comunista. Aveva l’abitudine di portare il Santissimo Sacramento in una teca al collo, un po’ per non lasciarlo incustodito, in quella Casa Nazareth che non era certo una fortezza, un po’ perché gli recava conforto, lui che era anche esorcista e aveva avuto a che fare con persone possedute.

E proprio durante un esorcismo, anni prima, a Cefalù, si era sentito minacciare con un misterioso «Ti aspetto a Tirana». La sera dell’8 ottobre 2001, nel giorno del 50º anniversario dei primi voti nella Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, fu trucidato con 17 coltellate nella casa di Durazzo da un giovane di 17 anni che padre Ettore aveva aiutato. La teca che portava al collo si aprì e la particola consacrata si sciolse nel sangue del religioso. Era l’unico oggetto che aveva addosso insieme alla corona del Rosario, come ha ricordato in tribunale il procuratore, musulmano, che davanti ai giudici chiamati ad esprimersi sull’omicidio ha elogiato a lungo la figura e l’opera del missionario.

Un assassinio che lo stesso autore inizialmente non ha saputo spiegare, per poi raccontare di essere stato sobillato da un parente che aveva insinuato che il religioso approfittasse di sua madre, mentre invece portava solo aiuto. Lo scorso 8 ottobre, nel 19º anniversario della morte, il vescovo George Frendo ha aperto a Tirana il processo di beatificazione di padre Cunial. «Se dovessi definirlo in due parole come l’ho conosciuto, potrei dire solo che era un missionario vero – ha affermato –. Pieno di zelo per comunicare la Parola di Dio, si “inculturò” per poter proclamare Cristo nella lingua di questo popolo. Non era giovane eppure la sua età non gli impediva di fare ogni sforzo per imparare la difficile lingua albanese. Né di andare a piedi dove lo zelo pastorale lo obbligava ad andare».

«Siamo convinti della sua santità – ha concluso il vescovo – per un Paese missionario come l’Albania la beatificazione di un missionario sarebbe un forte messaggio per tutti». «Il provinciale dei Giuseppini – racconta un altro sacerdote che lo ha conosciuto bene, don Carmelo La Rosa –, nella Messa di esequie a Tirana, lo presentò come uomo di obbedienza e raccontò che, quando gli propose di andare in Albania, padre Ettore chiese solo un quarto d’ora per raccogliersi in preghiera e valutare. Tornò gioioso, felice, dicendo il suo sì. Quel quarto d’ora è un flash sulla sua vita, la maturità, il vertice della sua santità e della sua sapienza. Cosa abbia sentito in quel quarto d’ora, non lo sapremo mai. Ha vissuto probabilmente l’ora di Gesù nell’orto degli ulivi, ha risentito quella minaccia del diavolo, è andato incontro alla sua Gerusalemme».

«Da confratello – afferma padre Giovanni Salustri, 71 anni, postulatore della causa e continuatore dell’opera di padre Ettore in Albania – mi confortava la sua vicinanza spirituale. Mi ha sempre affascinato per il suo senso di libertà interiore. Uomo libero dal timore di perdere la faccia o qualcosa di sé, tutto preso com’era dal rapporto col suo Gesù. Non gli interessava altro, pronto a sacrificare tutto per la gloria di Dio e per la salvezza di quanti gli erano affidati o incontrava sulla sua strada».

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