venerdì 13 marzo 2015
Un Sinodo straordinario sulla famiglia, i viaggi in Terra Santa, Corea del Sud, Albania, Strasburgo, Turchia, Sri Lanka e Filippine e, in Italia, a Cassano all’Jonio, Caserta, Campobasso e Redipuglia. Il magistero feriale di Santa Marta e gli incontri con i potenti del mondo (Shimon Peres e Abu Mazen nei giardini vaticani, la fondamentale mediazione tra Cuba e Stati Uniti). Le affollatissime udienze del mercoledì, la canonizzazione di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII e la beatificazione di Paolo VI. Le visite alle parrocchie di Roma, il lavoro di riforma della Curia e il contatto diretto con la gente (telefonate, lettere, scambi di battute). E l’occhio vigile del pastore che non smette mai di difendere e proteggere il suo gregge, specie quando è aggredito dall’insensata violenza terroristica. Il secondo anno di Francesco sulla Cattedra di Pietro è stato tutto questo e altro ancora. Dodici mesi caratterizzati, come i primi, da un’energia straordinaria, da uno zelo apostolico a 360 gradi e dalla consapevolezza che la Chiesa, come una fiaccola che illumina il cammino, non può non essere presente nella vita concreta delle persone, come nei gangli vitali della storia.  Tra i diversi fili di un’attività poliedrica si può però provare a trovare un principio unificatore nella particolare dimensione geopolitica del magistero di papa Bergoglio. Intendiamoci. Francesco è e resta un pastore. Lo scopo unico della sua missione è annunciare il Vangelo e mostrare agli uomini la misericordia di Dio. Ma egli lo fa con lo stile di chi, provenendo dalla periferia, sa che proprio alla periferia bisogna guardare per promuovere il cambiamento.  I suoi viaggi lo hanno dimostrato in maniera particolare. Due volte in Asia, 'periferia' della Chiesa in quanto continente meno evangelizzato. L’ingresso in Europa, ancor prima di recarsi al Parlamento di Strasburgo, dalla 'porta di servizio' dell’Albania, Paese che non è certo una potenza economica, ma ha dato un esempio fulgido di fedeltà a Cristo negli anni dello spietato regime comunista. E per quanto riguarda l’Italia le sue visite hanno fin qui toccato quasi esclusivamente realtà meridionali, con l’accento posto sulla cultura dello scarto, sulla disoccupazione e su problemi endemici come la criminalità organizzata, con la storica scomunica ai mafiosi durante la tappa di Cassano all’Jonio. Anche la costante attenzione alle sofferenze di tutti i cristiani in Medio Oriente, questione che la comunità internazionale spesso considera 'periferico' rispetto al problema complessivo, può essere inscritta in questo quadro (è «l’ecumenismo del sangue» ha detto a Bartolomeo, chiedendo di essere benedetto e ottenendo il famoso bacio sullo zucchetto, che è già un’icona del pontificato). Inoltre Francesco – che ha condannato più volte la violenza in nome di Dio definendola una bestemmia, e che ha messo l’uno di fronte all’altro i presidenti israeliano e palestinese – ha più volte ricordato alla coscienza sporca delle grandi potenze il traffico di armi che alimenta le guerre, il «terrorismo di Stato» che soffia sul fuoco delle divisioni e la miopia di chi pensa solo all’opzione militare, senza rimuovere le cause profonde del terrorismo e senza tener conto del diritto internazionale e di istituzioni come l’Onu (che il Papa visiterà a settembre) chiamate ad applicarlo.  Dalla periferia, questa volta esistenziale, di chi si dibatte tra i problemi del vivere quotidiano (famiglie in crisi, giovani senza lavoro, anziani soli), Francesco ha anche invitato a guardare le questioni che hanno avuto grande eco durante il Sinodo dello scorso ottobre e che torneranno ad averla in quello del prossimo. Può aver sorpreso molti osservatori il fatto che di una tematica come l’ideologia del gender (secondo alcuni non facente parte dell’agenda del Pontefice) egli abbia parlato invece in un contesto geopolitico particolare come quello filippino, Paese che non ha certo tra i suoi primi problemi la denatalità che affligge invece l’Occidente. E sempre da una 'periferia' il Papa ha indicato al 'centro' del mondo la voce profetica di Paolo VI quando nell’Humanae vitae metteva in guardia dal neo-malthusianesimo. Perché è proprio da quell’angolatura che la questione della paternità responsabile si può cogliere nella sua giusta prospettiva. Il bilancio del secondo anno di pontificato di Bergoglio non può prescindere da questi elementi. Perché i secondi 12 mesi sulla Cattedra di Pietro ci hanno fatto comprendere meglio la figura di un pastore davvero universale. Un Papa che, anche spaziando sulla scena internazionale, sa avvertire non solo l’odore delle pecore, ma anche quello dei lupi da tenere lontani.
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