Lago di Galilea: il segno di Pietro fa ritrovare Betsaida
Strutture monumentali ritrovate a el-Haraj rafforzano l’ipotesi che sia questo il luogo, rimasto sempre enigmatico, della città citata nei Vangeli

Per secoli Betsaida è rimasta uno dei luoghi più enigmatici dei Vangeli: un villaggio citato più volte, patria di tre apostoli – Pietro, Andrea e Filippo – e teatro di episodi centrali della predicazione di Gesù, ma praticamente scomparso dalla geografia, come inghiottito dal tempo. Qualche mese fa, paradossalmente, è stato il fuoco a riaccendere il dibattito scientifico e la memoria cristiana.
Tutto è iniziato in un torrido pomeriggio dell’estate scorsa, quando il professor Mordechai Aviam del Kinneret Academic College si è recato a el-Araj, un sito archeologico sulla sponda settentrionale del Lago di Galilea (o di Gennesaret), per preparare la campagna di scavi prevista per il 2025. Il giorno dopo, un violento incendio ha divorato canneti e sterpaglie che ricoprivano l'area, distruggendo però anche attrezzature, teloni e strumenti di lavoro della missione archeologica. Le fiamme hanno continuato a bruciare per giorni, costringendo gli archeologi a rimandare l’inizio degli scavi, poi portati avanti in autunno. Quando il team è finalmente potuto tornare sul posto, lo scenario era desolante. Ma proprio quella devastazione si è rivelata un’inaspettata alleata della ricerca. L’incendio aveva eliminato la fitta vegetazione che per decenni aveva nascosto porzioni significative del sito. «Dopo l’incendio – ha spiegato Aviam – abbiamo potuto effettuare una ricognizione del terreno e, grazie anche ai moderni georadar, ci siamo resi conto che il sito è molto più esteso, una vera cittadina». Sono emersi resti di abitazioni private e numerosi elementi architettonici monumentali: tamburi di colonne, capitelli corinzi e dorici, cornici, riconducibili a edifici pubblici di epoca romana. Un dato tutt’altro che secondario, perché - come ricorda lo storico Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche - Betsaida non era un semplice villaggio. Filippo, figlio di Erode il Grande, ne aveva fatto una vera e propria città, elevandola al rango di polis e rinominandola Iulia in onore della figlia dell’imperatore Augusto. «Alla luce di questa descrizione – sottolinea Aviam – Betsaida non poteva essere un insediamento piccolo o marginale».
Ed è qui che si riapre il “giallo” dell’identificazione di Betsaida. Per decenni, dal 1987, il sito di et-Tell, una collina basaltica a circa due chilometri dal lago, è stato considerato il candidato principale. Gli scavi condotti dall’Università del Nebraska avevano portato alla luce strutture urbane, complessi termali, mosaici, monete e strumenti legati alla pesca. Tuttavia, la distanza dall'acqua e alcune incongruenze topografiche rispetto alle fonti antiche hanno lasciato spazio a dubbi sempre più consistenti. El-Araj, invece, si trova nella pianura alluvionale creata dall'immissione del fiume Giordano nel lago, un’area nota anticamente come Biqat Bet Zayda, appunto «la pianura allagata». Una collocazione che corrisponde bene alle descrizioni antiche e all’immagine evangelica di un villaggio di pescatori affacciato direttamente sul lago. Dal 2014, sotto la direzione di Aviam e del geografo storico Steven Notley, gli scavi hanno restituito un quadro sempre più coerente: un insediamento ebraico attivo tra il I e il III secolo d.C., con utensili in pietra non soggetti a impurità rituale, pesi da pesca, ceramiche, monete asmonee e romane.
La svolta decisiva è arrivata però con la scoperta di una basilica bizantina del V secolo, costruita sopra strutture più antiche, probabilmente un’abitazione del I secolo inglobata e monumentalizzata. Una pratica ben nota nei luoghi di culto cristiani legati alla memoria apostolica, come accaduto a Cafarnao con la casa di Pietro. Accanto alla chiesa, un complesso monastico; all’interno, frammenti di transenne, ceramiche decorate con croci e persino una colonna marmorea dell’altare.
Ma il ritrovamento più clamoroso, per gli studiosi la vera “prova regina” che identificherebbe el-Araj come il villaggio natale di Pietro, è un mosaico con un’iscrizione greca che dedica la chiesa al «capo e guida degli apostoli» e al «custode delle chiavi del cielo». Un dato rafforzato anche da una fonte altomedievale: il diario di san Willibald di Eichstätt, che nell’VIII secolo percorse da pellegrino la Terra Santa e che racconta di aver incontrato, lungo la strada da Cafarnao a Kursi, una chiesa costruita sulla casa di Pietro e Andrea. L’iscrizione musiva di el-Araj, rinvenuta nel 2022, è un testo breve, ma costruito con grande cura, secondo i modelli dedicatori della tradizione epigrafica cristiana del V secolo. Il testo è in greco e si apre con l’indicazione del destinatario: Pietro. L’apostolo non è menzionato solo per nome, ma qualificato attraverso titoli solenni che ne definiscono il ruolo nella Chiesa primitiva. A soli tre o quattro secoli di distanza dagli eventi narrati dai Vangeli, rappresenta la più antica attestazione archeologica del primato petrino e lascia intendere che i cristiani del tempo identificassero proprio questo luogo come la casa natale di Pietro e di suo fratello Andrea.
L'iscrizione di El-Araj è stata studiata dall'eminente epigrafista Leah Di Segni dell'Università ebraica di Gerusalemme, che insieme a Jacob Ashkenazi, Mordechai Aviam e Steven Notley ha pubblicato sul “Liber Annus”, la rivista scientifica dello Studium Biblicum Franciscanum, un lungo articolo che mette in luce l’importanza del ritrovamento del mosaico e di altre iscrizioni dello stesso complesso monastico. «Per i cristiani – rimarca fra Eugenio Alliata, archeologo francescano tra i più autorevoli - questa scoperta è fondamentale, perché collega la memoria della nascita di Pietro con Cafarnao, dove ebbe inizio il ministero pubblico di Gesù».
Così, un incendio che sembrava aver compromesso il lavoro di un decennio, si è trasformato in un'opportunità per comprendere ancora meglio uno dei luoghi più affascinanti della Galilea evangelica. El-Araj si prepara ora a diventare un nuovo punto di riferimento per la ricerca archeologica e per il pellegrinaggio. E Betsaida, il villaggio perduto dei pescatori, torna a parlare, tra cenere, mosaici e antiche pietre, delle radici di Pietro, il pescatore chiamato a diventare «la roccia» della Chiesa.
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