Così Gesù incontrò i greci in carne e logos

Un saggio di Guglielmo Forni Rosa analizza l'intreccio tra metafisica, ebraismo e nascente cristianesimo. Un approccio necessario nell'anniversario del Concilio di Nicea e mentre alcuni studiosi contrappongono figura storica e Cristo
January 4, 2026
Così Gesù incontrò i greci in carne e logos
“Gesù e il centurione di Cafarnao”, dal Codex Egberti, 980 circa
L’aveva già detto papa Leone XIV nell’omelia ai cardinali riuniti nella Cappella Sistina subito dopo il Conclave. Alla domanda che Gesù rivolge ai discepoli, «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13), vi sono di solito due atteggiamenti prevalenti. «C’è prima di tutto – ha sostenuto il Pontefice - la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo “mondo” non esiterà a respingerlo e a eliminarlo». Poi c’è la risposta della gente comune, che vede in Gesù un uomo retto e giusto, certamente non un ciarlatano: «Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi». Il Papa ha poi aggiunto che «anche oggi non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».
Più recentemente, nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, ricordando l’importanza del Concilio di Nicea del 325, ha invitato i credenti a riscoprire il volto di Gesù: «Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato». Accennando poi a un’altra sfida, che ha definito come «un arianesimo di ritorno», ha messo in guardia da questa tendenza «presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso».
In questo periodo in cui si celebra l’anniversario del Concilio di Nicea, e mentre molti studiosi si cimentano in maniera inappropriata e fintamente eretica sul presunto contrasto fra il Gesù storico e il Cristo della fede, giunge quanto mai opportuna la pubblicazione del volume Il logos cristiano. Saggio sul Gesù metafisico di Guglielmo Forni Rosa (Mimesis, pagine 128, euro 12,00). Si tratta di una riflessione sul significato del logos fra l’antica Grecia, la cultura ebraica e l’allora nascente cristianesimo, con approfondimenti che, spaziando da Filone al prologo di Giovanni a san Paolo, da Giustino a Ireneo di Lione, da Clemente Alessandrino a Origene fino a Gregorio di Nissa, toccano varie questioni, come il rapporto fra la natura divina e quella umana di Cristo o la resurrezione della carne. Approfondimenti che nei primi Padri della Chiesa vengono trattati con rilievi a volte differenti in attesa della formulazione definitiva in termini dottrinali da parte della Chiesa; alcuni si spingono fra l’altro a immaginare come saranno i corpi dei risorti dopo la fine del mondo e la parusìa.
Sin dalle prime pagine – ad esempio nella prefazione di Curzio Cavicchioli e nell’introduzione dell’autore – emerge quella che Ratzinger chiamava «la necessità intrinseca di un avvicinamento fra la fede biblica e l’interrogarsi greco». Una concordanza che vede nel logos greco una prefigurazione del logos evangelico, pensando alle formulazioni del pensiero stoico e platonico-plotiniano. Le grandi figure della patristica hanno affrontato seriamente la relazione fra Cristo e il logos, così come si sono chiesti in che modo Gesù è uguale o subordinato al Padre, ma come precisa Cavicchioli questa ricerca, ieri come oggi, non può mai prescindere «dalla considerazione che per il cristiano ciò che è noto ed evidente è Cristo, in base al quale egli si sforza di capire che cosa è il logos, nella sua potente forza d’astrazione e simbolizzatrice».
Quanto al tema delle resurrezione della carne, per Clemente Alessandrino – osserva Forni Rosa – «il corpo di Gesù era un corpo spirituale simile a quello che avremo tutti nella resurrezione». Mentre Gregorio di Nissa si spinge più in là nella descrizione: sarà «un corpo più sottile o aereo, privo del rivestimento animale (le “tuniche della pelle”), quindi anche della mortalità».

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