VISITA AD LIMINA. Conti: «Famiglia e giovani» le sfide delle Marche per un futuro migliore


Mimmo Muolo venerdì 3 maggio 2013
Le Marche laboratorio del futuro. Nonostante la crisi economica (che in qualche caso provoca tragedie, come a Civitanova), nonostante la secolarizzazione, una delle regioni più operose d’Italia non rinuncia a guardare avanti. E per i vescovi marchigiani «guardare avanti» significa «investire sulla famiglia e sui giovani». Il futuro, appunto. Come dice in questa intervista ad Avvenire, alla vigilia della visita ad limina, l’arcivescovo di Fermo e presidente della Conferenza episcopale regionale, Luigi Conti.Qual è la radiografia delle diocesi marchigiane che presenterete al Papa?Diciamo che questa visita si inserisce nel cammino di preparazione al II Convegno regionale che avrà per tema «Alzati e va’. Vivere e trasmettere oggi la fede nelle Marche». Un tema ispirato all’episodio del diacono Filippo negli Atti degli Apostoli. Questo appuntamento giunge 20 anni dopo il primo convegno che aveva come titolo «La nuova evangelizzazione nelle Marche» e intende perfezionare il cammino iniziato allora. Anche perché il presupposto è lo stesso. Non si può più presupporre la fede e bisogna dedicarsi a un rinnovato annuncio del Vangelo. Ecco perché la preparazione al convegno coincide con l’Anno della fede e avrà il suo culmine dal 22 al 24 novembre, prima ad Ancona e poi a LoretoDunque questo iter è anche l’occasione per un esame della situazione ecclesiale. Che cosa ne è emerso?Nelle Marche sono ancora molto radicate e forti le tradizioni, in particolare una consistente pietà popolare. Ma al di là di questo, il convegno ci aiuta a prepararci alle nuove sfide. Per esempio il crescente invecchiamento della popolazione, l’aumentata presenza degli immigrati e la crisi economica, specie nei settori del mobile e delle calzature. Per rispondere a tali sfide è nato un tavolo regionale per la pastorale integrata. E l’impegno fondamentale è stato e sarà una rivisitazione della prassi di iniziazione cristiana, perché non è più sufficiente il classico catechismo. In particolare puntiamo sulla diffusione del Vangelo attraverso la famiglia e, anzi, vorrei sottolineare che alcune diocesi hanno tradotto lo slogan dell’Anno della fede in questa maniera: «La Famiglia porta della fede». Perché, alla fine, i fondamenti delle fede cristiana si danno o non si danno in famiglia.Si può dunque parlare di un investimento pastorale sulla famiglia?Certamente. E ci sono segnali interessanti. Molti conviventi dopo qualche anno chiedono il sacramento del Matrimonio. E in diverse diocesi sono stati avviati percorsi di accompagnamento nella fede per i divorziati risposati. Inoltre il lavoro sulla pastorale familiare va di pari passo con quello della pastorale giovanile.In che modo?In special modo attraverso l’aumento esponenziale degli oratori nella nostra regione, che non aveva una tradizione in tal senso. Siamo passati da una trentina di oratori a oltre 300 strutture, che rappresentano davvero quello che un recente documento della Cei definisce «il laboratorio dei talenti». Questa presenza oratoriana ha due obiettivi, il primo dei quali è un’iniziazione cristiana che vada al di là del classico catechismo, e il secondo è il coinvolgimento delle famiglie. Moltissimi genitori si impegnano infatti all’interno degli oratori con i loro figli e con altri ragazzi. Abbiamo calcolato che stiamo seguendo attualmente più di 20mila giovani, mille dei quali appartengono ad altre religioni, al punto che l’oratorio è diventato un luogo di convivenza e di integrazione sociale. Infine vorrei segnalare che in tutte le diocesi marchigiane è attivo un programma di apprendimento a distanza per la protezione dei minori, elaborato da un Centro che ha sede a Monaco di Baviera ed è nato dopo il simposio internazionale sugli abusi sessuali che si è tenuto alla Gregoriana all’inizio del febbraio scorso. Si tratta di un’iniziativa di avanguardia, perché in tutto il mondo sono meno di dieci le istituzioni ecclesiastiche che vi hanno aderito.Sotto il profilo pastorale quale eredità ha lasciato in regione il Congresso eucaristico nazionale del 2011?Ci ha lasciato una grande eredità proprio in ordine alla pastorale della famiglia. Abbiamo fatto tesoro dell’omelia di Benedetto XVI ai genitori e agli sposi e anche delle parole che ha rivolto ai fidanzati. Inoltre ci ha permesso di ripensare l’azione delle nostre Caritas diocesane. Recentemente abbiamo vissuto il triste episodio dei tre suicidi di Civitanova Marche. Lì veramente si è potuto constatare che la crisi non è solo economica, ma è anche antropologica e morale. Le nostre Chiese dunque hanno potenziato fortemente il servizio delle Caritas, non solo per la distribuzione di cibo e vestiti, ma soprattutto per l’ascolto e l’accoglienza. Dalla visita <+corsivo>ad limina<+tondo> ci aspettiamo dunque che papa Francesco ci aiuti a custodire la nostra fede e a dare uno slancio ulteriore a questo cammino che abbiamo intrapreso.
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: